Boris Johnson

Bye bye London

Il Regno Unito vota per la Brexit con l’eccezione della Scozia che vuole restare nell’UE

I conservatori, sostenitori della Brexit, hanno vinto in maniera schiacciante le elezioni nel Regno Unito. Nettamente sconfitti i liberali e i laburisti. Trump festeggia e offre al Regno Unito accordi economici con gli USA alternativi a quelli con l’UE. In Scozia invece vincono gli indipendentisti che vogliono restare in Europa. Si profila un nuovo “caso Catalogna“?
E con il successo ottenuto,
Boris Johnson stresserà i rapporti con l’UE fino al punto di rottura (No Deal)? E se questo accadesse che conseguenza avrà?

Si materializza di nuovo la possibilità quindi che scatti il “No Deal”, cioè una Brexit senza accordo che comporterebbe sicuramente effetti negativi sui rapporti sociali, economici e anche sull’ambiente

Secondo uno studio commissionato nei mesi scorsi dal governo britannico, il “No Deal” potrebbe costare al Paese più del 10 per cento del suo PIL in 15 anni.

Insomma, il “No Deal” non sembra promettere rose e fiori per il Regno Unito anche se non mancano i britannici ottimisti. Tra i più accaniti sostenitori della Brexit prevale la visione di un “No Deal” come opportunità per la Gran Bretagna che permetterebbe di sviluppare in un futuro senza vincoli le sue potenzialità economiche.

Ma cosa potrebbe significare, concretamente, per il Regno Unito e gli altri Paesi europei, compresa l’Italia, l’uscita dall’Unione senza un accordo?

Una definizione formale si trova nel documento prodotto dalla Commissione Europea, in cui si legge che se non sarà raggiunto un accordo «il Regno Unito diventerà una terza parte rispetto all’Unione, e le leggi dell’Unione smetterebbero di applicarsi sia nei confronti del Paese che al suo interno». 

Le possibili conseguenze potrebbero essere queste:

1 – I cittadini europei residenti nel Regno Unito e quelli britannici residenti nell’Unione si troverebbero ad essere tecnicamente extracomunitari. In Gran Bretagna si trovano attualmente 700.000 italiani.

2 – Persone e merci non potrebbero più viaggiare liberamente tra Unione Europea e Regno Unito. Rinascerebbero le frontiere nei porti e negli aeroporti, ma anche via terra tra Irlanda e Irlanda del Nord e tra Gibilterra e Spagna, come quelle che separano l’Unione da paesi terzi. E quindi controlli di documenti delle persone e, soprattutto, controlli sanitari e di aderenza alle norme rispettivamente britanniche o europee nei confronti delle merci, con rallentamenti e problemi anche nel settore della salute per la distribuzione dei farmaci.

3 – Il Regno Unito perderebbe l’accesso al mercato unico europeo, l’area economica dentro alla quale non ci sono barriere agli scambi di beni e servizi e viceversa i prodotti europei verso il Regno Unito. Le merci sarebbero quindi sottoposto a tariffe e controlli aggiuntivi previsti in questi casi con conseguenze a volte ai limiti del paradosso. Per esempio, senza accordi aggiuntivi, il “No Deal” annullerebbe gli attuali accordi sull’aviazione civile e quindi renderebbe impossibile agli aerei britannici entrare nell’UE e viceversa.

4 – Possibili problemi anche per l’export italiano. Gli scambi commerciali tra i due Paesi hanno raggiunto nell’ultimo anno quota 34,5 miliardi di euro, di cui 23,1 miliardi di esportazioni verso la Gran Bretagna e 11,4 miliardi di euro di importazioni verso l’Italia, con un saldo positivo per l’Italia di quasi 20 miliardi. L’export italiano verso il Regno Unito è rappresentato innanzitutto dai prodotti agroalimentari, sia trasformati sia freschi, e dal vino.

E’ evidente l’importanza che assumeranno le diplomazie delle parti (Regno Unito e UE) per evitare il No Deal.

Bruno Patierno

Bruno Patierno

Mi occupo di marketing e di comunicazione. L’impresa più folle e istruttiva è stata fare l’Assessore a Napoli. Attualmente il mio maggiore interesse professionale è coordinare assieme all’amico Jacopo Fo il Gruppo Atlantide e in mezzo a questo c’è anche fare il project designer di People For Planet. Ne sono molto orgoglioso.

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