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Cannabis light: reato vendere prodotti derivati

Cannabis light: ora è vietato vendere fiori e altri derivati?

Le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione parlano di “integrazione di reato”. Ma la sentenza non appare chiarificatrice e rischia di generare ulteriori incertezze nel settore della canapa “leggera”

In Italia “la legge non consente la vendita dei prodotti ottenuti dalla coltivazione della cannabis sativa”, tra cui “foglie, inflorescenze, olio e resina”. E’ quanto hanno decretato le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione con una sentenza emessa giovedì scorso. Emessa per fare il punto su un vuoto normativo su cui da diverso tempo si dibatte, la decisione della Suprema Corte non appare chiarificatrice e rischia di generare ulteriore confusione nel settore della canapa light.

Il testo della sentenza delle Sezioni unite penali

Questo il testo della sentenza: “La commercializzazione di cannabis sativa L. e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa – si legge nella sentenza – non rientra nell’ambito di applicazione della legge n. 242 del 2016” (“Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa“). Secondo la Corte di Cassazione, infatti, questa legge “elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati”, e “pertanto integrano reato le condotte di vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L., salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante“.

Opposti tra loro due pareri precedenti

In merito alla liceità o meno della vendita di prodotti derivati (infiorescenze, resina, ecc) dalla coltivazione della cannabis legale, la Sesta sezione penale della Corte di Cassazione si era già espressa in passato con due pareri opposti tra loro: in una sentenza depositata il 17 dicembre 2018 aveva stabilito l’illeicità della vendita, mentre in un’altra sentenza depositata il 31 gennaio di quest’anno aveva dato parere opposto specificando che “dalla liceità della coltivazione della cannabis sativa L., alla stregua della legge 2 dicembre 2016, n. 242, discende, quale corollario logico-giuridico, la liceità della commercializzazione al dettaglio dei relativi prodotti contenenti un principio attivo THC inferiore allo 0,6 %, che pertanto non possono più essere considerati sostanza stupefacente soggetta alla disciplina del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309″.

La legge 242/2016

La possibilità di vendere legalmente in Italia la canapa trova il proprio fondamento nella legge 242/2016. Il testo normativo stabilisce gli ambiti di applicazione, finalità e usi consentiti relativamente alla coltivazione di questa pianta, che deve avere un basso contenuto di tetraidrocannabinolo (o THC, ovvero il principio psicoattivo, che deve essere compreso tra lo 0,2 e lo 0,6%), motivo per il quale viene definita “light” (in alcune erbe illegali il THC può superare il 20%). L’obiettivo di questa legge, spiega Giacomo Bulleri, avvocato esperto in materia di canapa industriale e terapeutica, “è promuovere e far ripartire tutta la filiera di produzione della canapa in Italia”. All’articolo 1 della legge si legge infatti: “La presente legge reca norme per il sostegno e la promozione della coltivazione e della filiera della canapa (Cannabis sativa), quale coltura in grado di contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale in agricoltura, alla riduzione del consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversità, nonché come coltura da impiegare quale possibile sostituto di colture eccedentarie e come coltura da rotazione”.

Leggi la nostra inchiesta: Canapa light, ecco come è nato il fenomeno dell’erba che non “sballa”

Un vuoto legislativo

Nella legge non si fa alcun riferimento esplicito ai fiori, alle foglie e agli altri derivati della canapa, e “dal momento che ciò che non è espressamente escluso dal testo normativo è da ritenersi lecito, abbiamo assistito allo sviluppo della libera iniziativa economica da parte di molte aziende del settore sul fondamento di alcune interpretazioni giuridiche”, spiega Bulleri. Un vuoto normativo che ha fatto sì che da lì a poco le aziende abbiano cominciato a commercializzare i fiori per “uso tecnico”, ma anche altri prodotti come oli per consumo orale e per massaggi.

Una sentenza confusa

Un vuoto normativo per colmare il quale le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione hanno cercato di porre rimedio. Senza, però, riuscirci: “Questa sentenza tanto attesa non ha fornito alcun chiarimento, ma anzi probabilmente ha contribuito ad ulteriore e non necessaria incertezza e confusione nel settore della cannabis light e della canapa più in generale”, spiega Bulleri, che la definisce “una pronuncia assai deludente che rischia di generare ancora più equivoci e che potrebbe far rientrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta, una pronuncia che non chiarisce alcunché se non sancire l’ovvietà ma che, purtroppo, viene e verrà utilizzata strumentalmente da coloro che da sempre vogliono limitare questo settore per giustificare ulteriori interventi repressivi chiaramente volti alla limitazione della libertà di iniziativa economica privata”.

La questione dell’efficacia drogante

Per quanto riguarda le motivazioni che hanno portato la Corte di Cassazione a emettere questa sentenza pare che tutto giri intorno all’efficacia ‘drogante’ della sostanza. Per quanto riguarda l’effetto psicoattivo del THC, la tossicologia forense e la letteratura scientifica concordano nel ritenere che valori di tetraidrocannabinolo inferiori allo 0,5% non producano effetti psicoattivi. La legge 242/2016 ha fissato allo 0,2% di THC il limite per la vendita della canapa industriale, anche se prevede una soglia di tolleranza sostenendo la “non responsabilità” dei coltivatori fino alla presenza dello 0,6% di THC, con la distruzione o sequestro come conseguenza del superamento di questo limite. Stando così le cose, quindi, sembrerebbe che la canapa industriale che presenta un THC tra lo 0,5 e lo 0,6% rientri nella soglia della legalità secondo la legge 242/2016, ma possa essere considerata psicoattiva. Se, poi, si considera che nella sentenza delle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione non viene citato alcun limite di THC tra quelli elencati in precedenza, si capisce come quella relativa allo stabilire l'”effetto drogante” dei prodotti derivati dalla canapa light sia una questione che saranno di volta in volta i giudici a dirimere, individuando i parametri del “consentito“.

Moltiplicazione di ricorsi e sentenze

La decisione della Corte Costituzionale potrebbe, pur nella sua mancanza di chiarezza, portare a un giro di vite nei controlli e alla chiusura di attività commerciali e aziende. “Tale pronuncia – conclude Bulleri – finirà per legittimare sia chi intenderà persistere sulla strada repressiva dei sequestri, sia coloro che invece riterranno di non commettere alcun reato persistendo nella vendita. Con l’unica conseguenza di assistere a una ulteriore (e non necessaria) moltiplicazione di sequestri, ricorsi e sentenze, l’una diversa dall’altra, da caso a caso, da zona a zona”.

No alla caccia alle streghe

Federcanapa (Federazione canapa italiana) intanto si augura che “le forze dell’ordine si attengano nella loro azione di controllo alla netta distinzione tra canapa industriale e droga”, e che “non si generi un clima da caccia alle streghe“.

lo sapevi?

In soli due anni la vendita di canapa legale è stata in grado di ridurre nel nostro Paese la quantità di marijuana spacciata e i relativi ricavi delle organizzazioni criminali. A sostenerlo è uno studio italiano pubblicato su European Economic Review, secondo cui “la legalizzazione della cannabis light ha portato a una riduzione tra l’11% e il 12% dei sequestri di marijuana illegale per ogni punto vendita presente in ogni provincia e a una riduzione dell’8% della disponibilità di hashish”. I calcoli su tutte e 106 le province prese in esame suggeriscono che i ricavi perduti dalle organizzazioni criminali ammontino a circa 200 milioni di euro all’anno in una forchetta stimata tra i 90 e 170 milioni di euro. Si calcola inoltre che a ogni negozio che vende cannabis light corrisponda un calo dei sequestri di cannabis illegale pari a 6,5 chili all’anno. 

Foto di GAD-BM da Pixabay

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Miriam Cesta

Miriam Cesta

Giornalista professionista, collabora con diverse testate dedicate al mondo della salute, della medicina e del benessere.

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Giornalista professionista, collabora con diverse testate dedicate al mondo della salute, della medicina e del benessere.