Carceri: le proteste di Bari sedate da due donne

Merito della Direttrice della Casa Circondariale e della Comandante della polizia penitenziaria, che hanno lavorato per «far sì che l’uomo di azione diventi uomo di riflessione»

Le rivolte di pochi giorni fa nelle carceri di Modena e delle altre città sono finite con morti e feriti. A Bari non si è fatto male nessuno, grazie a due donne. «Abbiamo festeggiato l’8 marzo in maniera particolare quest’anno, le proteste sono iniziate proprio domenica», inizia così il racconto della dottoressa Valeria Pirè, direttrice della Casa circondariale di Bari.

La struttura ha luogo nel centro della città e ospita due sezioni di media e due di alta sicurezza, il che significa che oltre ai comuni detenuti ci sono mafiosi, affiliati ai clan, soggetti imputati o condannati per delitti legati al terrorismo, anche internazionale, e boss di spaccio di stupefacenti. 

Non un carcere qualsiasi

A gestirlo, una donna, al suo fianco, un’altra donna, la dottoressa Francesca De Musso, Comandante della polizia penitenziaria. Ha la voce sottile, se ne scusa, «parlare per ore e ore debilita le corde vocali», ci tiene a ribadire che da sola non ce l’avrebbe fatta: «In quei momenti non ho perso la certezza di essere parte di una squadra al servizio dello Stato, quello Stato che ci assegna il compito ambiziosissimo di custodire per rieducare. Far sì che l’uomo di azione diventi uomo di riflessione». Fortunatamente a Bari non ci sono stati feriti né danni ai malati. «Oltre al timore delle rivolte – aggiunge la Pirè – c’era forte preoccupazione per i nostri detenuti immunodepressi, l’allarme Covid 19 è stato come una bomba pronta a esplodere su più fronti, dovevamo placare i detenuti in salute e assicurare massima tutela a quelli ricoverati nel centro clinico».  

Valeria Pirè e Francesca De Musso

A Bari c’è infatti un centro clinico con 24 posti letto per detenuti con malattie croniche o in fase acuta particolarmente grave che richiedono inquadramenti diagnostici specializzati. L’assistenza sanitaria intramuraria è passata all’ASL e al momento ci sono solo 8 centri clinici penitenziari in tutta Italia. «In attesa che arrivassero i presidi medici necessari contro il Covid 19, hanno usato le mascherine già a disposizione perché abbiamo il centro clinico e ci siamo attrezzati». Un’epidemia in carcere, sarebbe terribile.

Come sono iniziate le proteste? 

Pirè: «I familiari hanno iniziato a protestare con il megafono l’8 marzo, prima che noi chiudessimo i colloqui il 9 marzo, dopo il decreto. Più da fuori li incitavano – hanno bloccato la strada con i cassonetti – più le proteste dei detenuti aumentavano. Urla, battitura delle sbarre, chi ha appiccato dei roghi, fortunatamente subito contenuti, chi ha rotto qualcosa. Fortunatamente siamo riusciti a bloccare l’escalation.»

Come avete fatto? 

Pirè: «Con il dialogo. Abbiamo cercato di farli sentire anzitutto cittadini di un Paese in piena emergenza. Ovviamente le rivolte sono connesse a un disagio represso, esploso alla notizia della sospensione dei colloqui. Per loro i colloqui visivi sono tutto: rinforzano gli affetti, ricevono pacchi e aiuti dalle famiglie. Le tensioni probabilmente erano sotto la cenere, la paura della malattia per i propri cari mista alla paura del contagio per loro stessi, in un luogo isolato, ha fatto scattare la miccia.»

De Musso: «E poi abbiamo puntato a responsabilizzarli nei confronti dei loro stessi cari, spiegando che farli stare a casa in questo periodo significa proteggerli, non sottoporli ai rischi dei viaggi e dei contagi. Abbiamo subito organizzato incontri informativi per aiutarli a comprendere nel dettaglio il Covid 19 e i sacrifici che la pandemia sta richiedendo a tutti, loro compresi.»

Il ruolo degli educatori in questi momenti è cruciale. Quanti ne avete in carcere?

Pirè: «Sulla carta dovrebbero essere 4 ma al momento solo 2. Siamo in carenza d’organico sia di personale civile che penitenziario.»

De Musso: «Tra i poliziotti penitenziari, la carenza è di circa 43 unità. Appena sono scoppiati i disordini, ho chiamato i colleghi a casa, sono accorsi tutti, anche quelli in ferie e a riposo.»

Avete avuto paura?

Pirè: «Non so se definirla paura, in quei momenti non si ha nemmeno tempo di averne. Ansia, timore che per la situazione degenerasse come è successo a Modena, a Bologna, a Foggia, eccetera. I detenuti guardano i telegiornali, si informano, l’emulazione nasce quasi naturale.»

De Musso: «Vedere i miei uomini pronti ad affrontare il peggio, qualora fosse stato necessario, ma fermi nella consapevolezza della necessità di agire sempre e solo con metodi di legge mi ha fatto passare ogni paura. Nessun uomo, né operatore, né detenuto, si è fatto male.»

Le proteste ci sono state anche nelle sezioni di alta sicurezza?

Pirè: «Sì, ogni sezione ha scelto una forma di protesta, fortunatamente non tutte hanno protestato contemporaneamente. Le proteste più violente sono state in particolare due. In generale, vale l’assunto che chi ha legami territoriali ha più paura di essere trasferito altrove, chi non ha nulla da perdere si lascia andare di più alla violenza.»

Anche da voi il carcere è sovraffollato?

Pirè: «Purtroppo sì, abbiamo 450 detenuti a fronte di una capienza di 299 posti. Il sovraffollamento incide particolarmente sulle sezioni comuni di media sicurezza.»

Ora la situazione è rientrata?

Pirè: «Sì, alcuni detenuti, dopo che hanno capito il carattere temporaneo delle limitazioni e hanno compreso che avrei posto rimedio con provvedimenti alternativi, si sono anche scusati. L’importante è non fare promesse che non si possono mantenere, dire sempre la verità, la verità è alla base di ogni processo di responsabilizzazione.»

De Musso: «Abbiamo ricevuto anche una lettera collettiva. È una lettera sincera, da parte di persone che imparano dai propri errori e non rinunciano a migliorarsi anche in momenti di stress emotivo come questo.»

Nella foto, la dottoressa De Musso e la Dottoressa Pirè.

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Immagine di copertina di Armando Tondo

Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet, riviste e altri quotidiani online. Collabora con la Radio Televisione Svizzera.

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