Carceri, picco suicidi nel 2019. Italia prima per detenuti non condannati in via definitiva

Sovraffollamento, carenze, e da inizio 2020 già 41 aggressioni alle guardie penitenziarie. Stato, dove sei?

Mentre la popolazione carceraria europea diminuisce del 6,6% (come segnala un rapporto pubblicato dal Consiglio d’Europa nel 2018) quella italiana aumenta del 7,5%. Preoccupante lo stato delle carceri italiane: suicidi (anche tra le guardie penitenziarie), sovraffollamento, aggressioni, scarsa assistenza sanitaria, carenza di personale nelle strutture. A fornire un primo quadro è Mauro Palma, Garante nazionale dei detenuti, che in anticipo sul consueto gazzettino annuale del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria italiana parla di «uno stato di abbandono che si respira nelle carceri».

Il rapporto di metà 2019 di Antigone aggiornato al 30 giugno registrava che nei 190 istituti di pena italiani erano reclusi 60.522 detenuti. In 6 mesi, rispetto a inizio 2019, sono cresciuti di 867 unità; 1.763 nell’ultimo anno. 60.522 detenuti a fronte di una capienza complessiva di 50.692 posti.

Rita Bernardini, esponente del Partito Radicale, l’unico partito sensibile sul tema delle carceri al di là delle elezioni politiche, ha elaborato i dati tenendo anche presenti i posti non disponibili carcere per carcere. Proprio l’Emilia Romagna, dove si sono da poco svolte le elezioni amministrative, ha 10 istituti penitenziari e registra il 144% di sovraffollamento, ben al di sopra della media nazionale, con picchi massimi a Ravenna (173%), Bologna (170%) e a Ferrara con il 152%.

Le Regioni più virtuose risultano essere la Calabria, che con 12 istituti si pone al di sotto della media nazionale di sovraffollamento (109%) e il Piemonte, la cui media di sovraffollamento tra le sue 13 carceri si attesta al 123%, con, tuttavia, ben 8 istituti che superano abbondantemente la media nazionale, come ad Asti (142%), Biella (144%), Vercelli (145%) e Alessandria, dove nella casa di reclusione si arriva addirittura al 150%.

Il Molise, dove sono presenti appena 3 istituti penitenziari, registra il più alto tasso di sovraffollamento d’Italia: 182% e proprio in questa Regione si trova la prigione più sovraffollata, quella di Larino, con il 214% di detenuti rispetto alla capienza.

Ci sono Regioni poi con più posti per detenuti che detenuti. È il caso della Sardegna, dove nei decenni scorsi furono costruite molte carceri (oggi in tutto 10) per lo più destinate ai detenuti per reati di criminalità mafiosa o terroristica provenienti dalla penisola. La struttura di Onani- Mamone, a fronte di una disponibilità di 386 posti, ospita attualmente 175 detenuti.

Un problema, quello del sovraffollamento, che colpisce chiunque stia all’interno delle carceri, anche chi ci lavora: da inizio 2020 nelle carceri si sono registrate 41 aggressioni ai danni di agenti penitenziari e 5 contro il personale amministrativo.

Come risolvere il problema del sovraffollamento in Italia?

Le soluzioni ci sono. Una sarebbe aumentare il ricorso alle misure alternative. Tanto più che l’Italia gode di un altro primato: tra i grandi Paesi europei, siamo i primi per percentuale di detenuti non condannati in via definitiva, il 34,5% rispetto a una media europea del 22,4%. I dati, sempre ufficiali e pubblicati dal Consiglio d’Europa nel rapporto ‘Space’, parlano in numeri assoluti di 20mila persone, di cui quasi la metà è in attesa di un primo giudizio, mentre gli altri hanno fatto appello contro la condanna o sono entro i limiti temporali per farlo. Senza considerare che, come sottolinea da Mauro Palma «circa 23 mila detenuti (23.024) stanno scontando una pena o un residuo di pena inferiore a 3 anni» e tra questi c’è sicuramente chi potrebbe accedere a misure alternative senza causare pericoli per la sicurezza dello Stato. Anzi, a beneficio delle sue casse: sono stati di quasi 2,9 miliardi di euro i fondi destinati all’Amministrazione Penitenziaria nel 2019.

Da anni, oltre al Garante dei detenuti, il partito del Radicali italiani e le tante associazioni al fianco dei diritti dei detenuti, come “Il Detenuto Ignoto”, “Antigone” e “Buon Diritto”, insistono perché l’Italia allarghi le misure alternative. Sul tema sono intervenuti anche la Federazione Nazionale Italiana dell’Informazione dal e sul carcere, il gazzettino “Ristretti Orizzonti” e “Radiocarcere”. Osservatori permanenti, che tengono gli occhi ben piantati nelle carceri, lì, dove l’opinione pubblica e i cittadini sempre più giustizialisti preferiscono sorvolare. L’augurio di “marcire in carcere” funziona meglio se non si ha una pallida idea di cosa siano le carceri.

In carcere ci finiscono soprattutto i poveri, quelli che non possono sostenere le spese processuali per fare appello o ricorso, quelli difesi dagli avvocati d’ufficio. I ricchi, fatta eccezioni per delitti, reati in flagranza, circostanze aggravanti e prove inoppugnabili, difficilmente finiscono in carcere. Sembra il solito lacrimevole patetismo tanto in voga, invece è banalissimo dato di realtà. I tassi di suicidi in carcere rimangono alti. Nel 2019 sono stati accertati 53 casi di suicidio, tra gli ultimi 8, avvenuti lo scorso dicembre, 4 sono di persone senza fissa dimora, 3 di detenuti in attesa di primo giudizio. I poveri, appunto.

Infine, altro dato interessante è quello che riguarda le strutture sanitarie, come le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) e le articolazioni per la salute mentale dei detenuti. In queste strutture ci finiscono in netta maggioranza i detenuti di nazionalità italiana (67%), seguono gli extracomunitari (28%) e i comunitari (5%). Del resto, già in fase processuale, per gli imputati extracomunitari che provengono da villaggi a minoranza linguistica non ci sono nemmeno gli interpreti. Basti pensare al caso di Adam Kabobo, il ghanese di 34 anni che nel maggio 2013 ammazzò tre passanti a colpi di piccone seminando il terrore nel quartiere Niguarda di Milano, condannato a 20 anni di reclusione con il riconoscimento del vizio parziale di mente e a tre anni di casa di cura e custodia (una misura di sicurezza e pena espiata che si applica agli individui che presentano “pericolosità sociale”). La perizia psichiatrica avvenne tra difficoltà linguistiche, perché gran parte del risicato vocabolario di Kobobo, semi analfabeta, parlava solo il dialetto del proprio linguaggio, era sconosciuto agli interpreti.

Fonti:
https://www.camerepenali.it/cat/9819/consiglio_deuropa_litalia_al_di_sopra_della_media_per_sovraffollamento_e_suicidi_in_carcere.html
https://www.coe.int/it/web/portal/-/europe-s-rate-of-imprisonment-falls-according-to-council-of-europe-survey
https://www.antigone.it/news/antigone-news/3238-numeri-e-criticita-delle-carceri-italiane-nell-estate-2019

Leggi anche:
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Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet e per riviste e quotidiani, sia digitali che cartacei, tra cui Fanpage, Fondazione per la critica sociale, Il Manifesto, Il Reportage, Minima&Moralia. È collaboratrice della Radio Televisione Svizzera.

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Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet e per riviste e quotidiani, sia digitali che cartacei, tra cui Fanpage, Fondazione per la critica sociale, Il Manifesto, Il Reportage, Minima&Moralia. È collaboratrice della Radio Televisione Svizzera.

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