Carta “bloccata”: il paradosso dell’eccessivo riciclo

Carta “bloccata”: il paradosso dell’eccessivo riciclo

Raccolta differenziata e riciclo. Due concetti che si ritengono, giustamente, essenziali e sui quali l’Italia – e l’Europa – dovrebbero essere campioni, ma che sono a rischio di blocco.

La materia “prima seconda” (la materia ottenuta al termine del processo di recupero dei rifiuti che può essere riutilizzata) che si recupera con la raccolta differenziata, infatti, spesso prende la strada dell’estero per essere avviata al riciclo, molte volte in Cina.

Raccolta differenziata e riciclo della carta sono a rischio di blocco, a causa dei nuovi standard imposti dalla Cina, dove la nostra finisce per essere riciclata. Disegno di Armando Tondo, settembre 2019.
Raccolta differenziata e riciclo della carta sono a rischio di blocco, a causa dei nuovi standard imposti dalla Cina, dove la nostra finisce per essere riciclata. Disegno di Armando Tondo, settembre 2019.

Ed è proprio il gigante asiatico, alcuni mesi fa, ad aver messo in crisi il settore del riciclo europeo, alzando, per motivi ambientali, gli standard delle materie prime seconde dall’estero, bloccando di fatto l’importazione. Già, perché la qualità della differenziata e quindi della materia prima seconda prodotta in Europa lascia troppo spesso a desiderare: la filiera della raccolta, per alcuni materiali come la plastica, presenta deficit non indifferenti, che per anni sono stati ignorati anche perché la destinazione di questo materiale era oltreconfine.

Una situazione che sta mettendo in crisi il settore, benché la responsabilità di ciò non stia tutta in questo fenomeno ma vada ricondotta anche alla politica, che per molti anni non ha dato seguito a un apparato legislativo che dia la possibilità di effettuare il passaggio dallo stato di rifiuto a quello di materia prima.

Parliamo dei decreti end of waste (EoW) che devono essere ancora varati dal ministero dell’Ambiente per ogni rifiuto/materiale e che l’attuale ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha avviato, dopo una fase di stallo durata diverse legislature.

«Sulla materia stiamo facendo due cose in parallelo – ci ha detto il ministro dell’Ambiente Sergio Costa. – La prima è quella di aver messo in piedi un gruppo di lavoro di esperti per i decreti end of waste che ho letteralmente tirato fuori dai cassetti della vecchia legislatura. In questa maniera abbiamo avviato un processo che per alcuni materiali è già in fase avanzata. Si tratta di un processo per il quale ci vuole tempo. Oltre a ciò stiamo proponendo emendamenti per poter costruire un percorso giuridico per lo sviluppo dell’end of waste».

In tutto ciò il settore più virtuoso di tutti, quello della carta, che ha un tasso di circolarità del 57%, vede all’orizzonte uno stop preoccupante, anche perché nell’attesa dei decreti si è profilato il blocco delle autorizzazioni per nuovi impianti.

«Non è accettabile che per una paralizzante interpretazione giuridica in materia di EoW non sia possibile richiedere le autorizzazioni per riciclare e recuperare rifiuti. Se le norme non tengono in considerazione la continua evoluzione tecnologica in materia, si compromette il ruolo del settore cartario nell’Economia Circolare, ad esempio nel riciclo di materiali compositi e complessi.

Per questo va recepito l’art. 6 della direttiva rifiuti 851/2018, che prevede un serie di criteri per l’autorizzazione caso per caso a livello regionale – ha detto il Presidente di Assocarta Girolamo Marchi al termine dell’audizione per l’indagine conoscitiva in materia di EoW di fronte alla Commissione Ambiente della Camera dei Deputati. – E senza un sistema di end of waste è difficile pensare a un “Green New Deal”. Molte iniziative imprenditoriali sono bloccate e questo impedisce di aumentare il riciclo della carta e di essere più efficaci in termini di Economia Circolare, bloccando proprio l’innovazione della quale abbiamo una straordinaria necessità. Inoltre, occorre accelerare i tempi per le autorizzazioni ordinarie. È inconcepibile che, nel momento in cui ci si lamenta di carenza di impianti per il riciclo della carta, l’autorizzazione della cartiera di Mantova sia ancora relegata nelle pagine della cronaca dei quotidiani e non sia già nelle statistiche ISTAT con le 500 mila tonnellate di riciclo in più che potrebbe garantire, pari ad 1/11 della capacità attualmente installata in Italia».

L’impianto di Mantova è la cartina di tornasole dello stallo.

La riconversione della ex cartiera per carte grafiche di Mantova – settore in crisi – in una azienda per la produzione di cartoni ondulati per l’imballaggio – settore in crescita che fa un grande utilizzo di fibra di cellulosa da riciclo – è bloccata per l’opposizione a livello locale, contraria sia all’impianto di riciclo, sia all’inceneritore che dovrebbe smaltire, con recupero energetico, le fibre a fine vita.

Già, perché anche la fibra di cellulosa ha un fine vita.

Dopo essere stata riciclata per sette volte, infatti, la nostra fibra non ha più la lunghezza necessaria per realizzare carta o cartone di qualità e deve essere smaltita. Le strade sono due. L’incenerimento con recupero energetico, che se svolto presso una cartiera consente un utilizzo molto efficiente dell’energia (sia elettricità, sia calore), aumentando in tal modo la competitività delle imprese nazionali, che pagano l’energia il 25% in più rispetto alle loro concorrenti europee; oppure la discarica.

E anche il bilancio della CO2, nel caso dell’incenerimento, è positivo perché si emette quella che è stata sequestrata all’origine negli alberi utilizzati per ottenere la fibra di cellulosa.

«Avendo un intero sistema coordinato di produzione, riciclo e smaltimento, potremmo dare più stabilità al settore ed essere meno dipendenti dalle importazioni asiatiche», ci dice Massimo Medugno, direttore generale di Assocarta. Il problema della carta, infatti, non risiede nella raccolta di bassa qualità ma nel fatto che se ne raccoglie più di quella che si ricicla. Ossia siamo troppo virtuosi nella raccolta differenziata di questo materiale e mancano gli impianti.

«Servono semplificazioni e sono anni che le chiediamo, adottando a livello nazionale i decreti per l’end of waste su molte filiere dei rifiuti che sarebbero in grado di semplificare la vita del riciclo a oltre 55 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e urbani. – ci dice il presidente di Legambiente Stefano Ciafani – Si tratta di un terzo della produzione complessiva di queste tipologie di rifiuti. E oltre a ciò abbiamo altre due barriere. La prima è quella rappresentata dal fatto che i prodotti realizzati secondo la circolarità hanno un mercato in salita dovuto alla non applicazione di norme come i criteri minimi ambientali nelle gare d’appalto da parte dei due terzi delle stazioni appaltanti pubbliche, che in sostanza non rispettano la legge. La seconda è quella dell’impiantistica. In Italia servono mille nuovi impianti di riciclo. Perché è necessario dirlo con chiarezza: rifiuti zero, non significa impianti zero».

Appare chiaro, quindi, che al di la dei proclami in Italia abbiamo le tecnologie per un riciclo a 360 gradi ma bisogna applicarle nel concreto realizzando tutti gli impianti necessari, compresi gli inceneritori per quell’ultimo 5-10% di rifiuto che non sarà possibile riciclare e che non dovrà andare in discarica.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet