Fiore Longo/Survival International

Caso Wwf, Congo: “Razzismo e colonialismo tra chi protegge la natura”

La Ue conferma i casi di abusi alle popolazioni indigene da parte del Wwf

“Stiamo soffrendo. Loro arrivano e ci picchiano, prendono la nostra carne e vanno a venderla in città, se facciamo degli accampamenti nella foresta i guardaparchi ce li bruciano. Abbiamo provato a spiegare al Wwf le nostre difficoltà, ma non le accetta. Vengono solo a dirci che non possiamo restare qui ancora a lungo”. Così scrivevano gli indigeni nelle denunce contro l’organizzazione internazionale a sostegno della Natura, già nel 2018. “Molti Baka sono morti oggi. I bambini stanno dimagrendo. Stiamo soffrendo la malnutrizione e la mancanza delle erbe medicinali della foresta. Molti di noi sono stati percossi con i machete e i guardaparchi ci sparano addosso. Hanno distrutto le cose che usiamo per lavorare, per mangiare. Hanno cercato l’avorio nelle nostre case, ma non hanno trovato nulla. Dicono che siamo bracconieri. Ma non è vero. Vogliamo essere liberi e in pace nel nostro villaggio. Non vogliamo essere picchiati ogni giorno”.

Un’amara vittoria

Dopo oltre un anno di indagine e dopo tanti anni di sfruttamento e violenze, finalmente la Comunità europea ha posto fine al progetto di una riserva naturale in Congo che doveva essere gestita da Wwf in questi termini, grazie a finanziamenti che superavano il milione di euro. Sulla più grande organizzazione per la conservazione della natura sono state confermate accuse quali violazione dei diritti umani, percosse, torture, abusi sessuali, incarcerazioni ai danni degli indigeni Pigmei Baka che vivono nei territori convertiti in parco.  L’inchiesta di Bruxelles riguarda il nord del Congo, il parco Messok Dja, e quanto è emerso ha convinto l’Unione Europea a sospendere i finanziamenti destinati al Wwf per la creazione del parco naturale.

Bisogna “decolonizzare”

“È stato perpetrato un sistema coloniale e razzista, questi progetti vengono finanziati senza alcuna verifica”, ha commentato Fiore Longo, l’antropologa di Survival International che ha raccolto la documentazione per convincere Bruxelles ad approfondire, per arrivare poi a vincere la sua battaglia. “Bisogna decolonizzare la protezione della natura – spiega – perché la creazione di aree protette è legata al colonialismo”.

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista, responsabile sezione Green per People For Planet. Ambiente, femminismo e mobilità i miei temi culto. I commenti sono solo miei

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