C’era una volta a… Hollywood

Il cinema c’è ancora. La critica pure. Tarantino senza spoiler!

Un film esaltante e pieno di brio il nono titolo di Quentin TarantinoC’era una volta a… Hollywood”.

Circa centosessanta minuti di godimento visivo e sonoro per gli estimatori. Mentre si vede il film spesso le gambe trotterellano come se si ascoltasse una playlist di riferimento al computer per una colonna sonora filologicamente scelta in simbiosi con l’epoca di ambientazione fine anni Sessanta. Mi sono goduto demistificazioni di miti come Bruce Lee, colpi di scena e un grande finale a sorpresa. Attori in splendida forma con mie personali preferenze per lo stuntman Brad Pitt in una delle sue migliori interpretazioni di sempre, qui per la prima volta in coppia con Di Caprio nella parte di un divo in crisi.

Ha detto Antonella Cuzzocrea, la mia amica cinefila tarantiniana: “Non vorresti mai uscire da quel buio della sala (condivido pienamente), questo è cinema allo stato puro. Cinema nel cinema del cinema nel cinema per il cinema. Una magia”.

Ma di tanto metacinema non tutti sono contenti.

Dalle polemiche della figlia di Bruce Lee per primato familiare ai fascisti di Primato Nazionale, piovono accuse a Quentin di revisionismo per la sua costruzione di Utopie non sapendo di essere loro stessi dei bastardi senza gloria. Indignazione anche per il riuso della vicenda di Sharon Tate e Roman Polanski (non era certo un biopic), invece la sequenza in cui l’attrice Margot Robbie, che interpreta la tragica diva e la guarda al cinema in suo film, è uno straordinario omaggio.

La critica classica, pur con i suoi problemi di influenza espropriata dai social, in larga parte arride all’ex commesso di videocassette che ne ha visto e ne conosce di cinema. Ma i pareri divergono.

Negli Stati Uniti non è mancato chi si è fatto notare per poche stelle e aggettivi negativi. Owen Gleiberman, sulla bibbia Variety, ha scritto di “un collage di cinema coinvolgente, ma, in fin dei conti, non un capolavoro». Katie Rife, di The A.V. Club, ha vaticinato con curaro curato “la triste crisi di mezza età di Tarantino”. Richard Brody, del blasonato New Yorker, l’ha definito “una visione oscenamente retrograda degli anni Sessanta” e con tocco “mee to” ha anche scritto che “celebra il culto del divo maschio bianco e la sua supremazia dentro e fuori dal set, a spese di chiunque altro”.

Si è accodato a questo fiume carsico dalle nostre sponde il critico stellato Mereghetti che sul Corriere della Sera ha demolito il film accampando un bigotto rispetto per i personaggi reali del film, mentre il buon Quentin, come gli U2 che suonano “Helter skelter”, si è preso una rivincita filologica e morale sulla famiglia del satanasso Manson. Per il recensore del Corsera anche dubbi di lussi onanistici per la capacità di rifare a proprio uso e consumo estetico le sequenze di film di serie B con conseguenti accuse a Quentin di proprio automonumento a favore “dell’adoratore muto e devoto”.

Non è l’unico a non aver visto la trama che noi estimatori abbiano visto invece realizzarsi con geometrica costruzione e trattamento. Forse è questione di punti di vista.

Noi siamo gli integrati cinefili tarantiniani che hanno bisogno di riflettere e divertirsi sulla macchina spettacolare cinematografica che nel Novecento ha formato le nostre vite e il nostro immaginario. All’occhio e all’anima non si comanda.

Il film è di osservanza leoniana a partire dal titolo ma anche nello svolgimento della trama sovrapposta. E’ ambientato nel 1969, l’anno di Easy Rider e della nascita della New Hollywood, con cui si confronta anche con parodie lisergiche, usi, costumi, idee, consumi e paure. Pretesti ragionati per citarsi e citarci addosso film, locandine, sale, studios, drive in, feste di Playboy, omaggi agli italiani Margheriti e Corbucci perché la serie B anche nel cinema come nel calcio sa valorizzare artigianato da spogliatoio e sacrificio.

Poco grand guignol, qualche fiamma e cazzotto, dialoghi felici, elogio dell’amicizia e tanto cinema per noi che vogliamo la vita come un film di Steve McQueen. Allo Spanh Ranch un sottofondo di una colonna sonora di Hitchcock ci crea un sussulto, Josè Feliciano che sibila “California Dreamin” a tutto gas ci emoziona, ispirazioni da Paul Mazurski e Jacques Demy per continuare a sognare e creare.

C’era una volta a Hollywood ai tempi della televisione.

Il cinema c’è ancora al tempo di Netflix. Grazie Quentin Tarantino. La tua fenomenologia la lasciamo agli apocalittici recensori. Per noi resti un regista fenomeno.

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.

Paride Leporace

Paride Leporace

Giornalista, scrittore, blogger. Ha diretto tre quotidiani. cronista di cinema e di varia umanità. Direttore della Lucana Film Commission. Vive al Sud. Si definisce calabrolucano.