Chernobyl, la migliore serie di sempre che non piace alla Russia

La serie televisiva Chernobyl è un successo planetario, ma alla Russia non piace, e ha già la contro risposta.

Del disastro Chernobyl, il più grave incidente mai verificatosi in una centrale nucleare, la produzione HBO (USA) ha dedicato una miniserie di 5 episodi, già acclamata della stampa internazionale, che ha già speso ottime parole. La prima puntata è stata trasmessa in Italia il 10 giugno da Sky Atlantic con un indice di apprezzamento da parte del pubblico altissimo, con 550.00 spettatori, è la miglior serie di sempre di Sky. La storia è ambientata nei giorni immediatamente successivi al disastro e vede in scena tre persone, le quali, per motivi e con ruoli differenti, si sono trovate a dover fronteggiare l’incidente.

“Sono curioso di scoprire con quanta obiettività è stata realizzata. Ho paura che diventi uno strumento anti-russo. Che vogliano colpire Breznev per fottere Putin” aveva detto qualche giorno fa Carlo Rossella, nel 1986 inviato per Panorama (“facevo su e giù con Mosca”), oggi Presidente della casa di produzione cinematografica Medusa. E in effetti la risposta della Russia di Putin alla serie televisiva non si è fatta attendere. È polemica sul ritratto che il regista svedese Johan Renck dà dell’Unione Sovietica. Il governo sarebbe così seccato dal fatto che l’URSS appaia, a suo dire, inefficiente, arretrata tecnologicamente e anti democratica, da avere fatto in modo che nessuno in Russia abbia acquistato i diritti per trasmettere la serie. In compenso, l’emittente filogovernativa ha fatto sapere di stare per produrre una serie televisiva di risposta, con tanto di ingentilimento del regime di Gorbaciov e sabotaggio degli americani, occulti artefici del disatro di Chernobyl. 

In tutto ciò, Chernobyl è una serie con ascolti e apprezzamenti stellari, perché semplicemente è un piccolo capolavoro. Regia magistrale, ricostruzioni spettacolari, resa accuratissima dell’estetica Sovietica degli anni ’80, sia negli interni che negli esterni, riproduzione fedele dell’atmosfera politica, e del clima sociale e addirittura psicologico dell’Unione Sovietica, sceneggiatura poetica che non toglie un grammo di drammaticità all’accaduto e un “take-home message” su tutti: il mix di nazionalismo e incompetenza propri di tutti i regimi, sia di sinistra che di destra, rappresentato nel disastro di Chernobyl, deve servire come monito a imperitura memoria di cosa succede quando si spegne il cervello: i disastri epocali.

Quel famoso 26 aprile 1986 è cosa nota. Durante un test di sicurezza fallito, una serie di eventi dettati da incompetenza umana, errori strutturali e incapacità di fermare l’effetto domino, determinarono un’esplosione all’interno del reattore nucleare N°4, cui seguì la fuoriuscita di una nube radioattiva. Le morti accertate furono solo 66, più discusse furono invece le stime delle morti dovute alle malattie causate dalla nube, poche migliaia per l’ONU, fino a 6 milioni per Greenpeace. Parte dell’inquinamento radioattivo giunse anche in Italia (dove si decise in via referendiaria di chiudere le centrali nucleari) e le contaminazioni in Europa furono migliaia.  Passati 33 anni dal disastro, oggi Cernobyl è una città deserta.

In passato ci fu un altro rifacimento artistico del disastro nucleare a opera di Francisco Sanchez e Natacha Bustos, che fecero un graphic novel, Černobyl. La Zona, nel 2011 segnalato come miglior fumetto all’Imaginamálaga Festival e nel 2012 vincitore del Prix Tournesol. Lì i protagonisti erano i componenti di una delle tante famiglie fatte evacuare alle quali fu detto che la misura era “cautelare” e “provvisoria”. L’evacuazione di Chernobyl, Prypjat e dei villaggi limitrofi coinvolse circa centomila persone, alla popolazione venne detto che era necessario portare solo poche cose appresso e qualche genere alimentare fino al rientro. Nessuno, in realtà, tornò mai più a Prypjat, né a Chernobyl, né nei villaggi della zona per un raggio di circa 30 km intorno alla centrale. In compenso, dopo 30 anni di totale abbandono, la natura si sta prendendo gli spazi vuoti lasciati dall’uomo. Le strade di Prypjat sono così ingombre di alberi che è difficile anche solo camminare sull’asfalto, e i palazzi a malapena non si distinguono dal fogliame. A riprova che la bellezza è dura da estirpare.

Stela Xhunga

Stela Xhunga