Chi si ricorda di Berlusconi che piangeva per gli albanesi?

Tocca ripescare le lacrime del Cavaliere per tornare a frequentare il sentimento dell’empatia

Era il 1997 e al Governo c’era Romano Prodi quando avvenne la tragedia di Otranto.

Silvio Berlusconi a quel tempo stava all’opposizione, si recò a far visita ai superstiti della motovedetta albanese con a bordo 120 clandestini speronata da Sibilla, la corvetta della Marina militare italiana. L’imbarcazione avrebbe dovuto svolgere un’operazione di contenimento degli espatri clandestini. Nel gergo marinaresco questo tipo di intervento viene chiamato “operazione di dissuasione” (harassment) oppure con un’espressione che sembra uscita dal manifesto di Tommaso Marinetti, o da un romanzo di Michel Houellebecq: “azione cinetica di disturbo”.

L’azione fu molto, troppo cinetica: morirono 104  persone, 24 corpi non furono mai ritrovati. 31 avevano meno di 16 anni. Come si chiamano le persone che muoiono in mare nel tentativo di attraversarlo? Clandestini? In questo caso, albanesi? Sarebbe appropriato fare come ha fatto Alessandro Leogrande, che nel suo libro le ha elencate per nome e cognome, ma per economia espressiva ci limiteremo a chiamarle per quello che erano: persone.

Nella trascrizione delle comunicazioni a bordo della corvetta della Marina militare italiana la nave albanese viene chiamata “bersaglio”.

Subito dopo l’incontro con i superstiti Berlusconi dichiarò in diretta che in un Paese democratico era indegno respingere in mare persone arrivate fin qui “per poter lavorare e potersi affermare”, e pianse. Sincero o no poco importa, pianse. L’episodio commosse tutti. Alcuni, italiani e albanesi, piansero anche nei giorni seguenti. Prodi, che pure espresse cordoglio a titolo istituzionale e personale, rilasciò una dichiarazione, riportata solo nel 2013 dalla trasmissione televisiva Ballarò:

“La sorveglianza dell’immigrazione clandestina attuata anche in mare rientra nella doverosa tutela della nostra sicurezza e nel rispetto della legalità che il governo ha il dovere di perseguire”.

Namik Xhaferi, al comando della Katër i Radës, colpevole di avere agito scorrettamente senza adeguarsi alle richieste e alle intimidazioni della corvetta italiana, fu inizialmente condannato a 4 anni di carcere, poi ridotti in appello a 3 anni e 10 mesi e infine a 3 anni e 6 mesi in Cassazione. Fabrizio Laudadio, comandante della Sibilla, nonostante la testimonianza del capitano di bordo Angelo Luca Fusco, fu all’inizio condannato a 3 anni, ridotti in a 2 anni in Cassazione.

Nella sua carriera politica Berlusconi ha detto tutto e il contrario di tutto, e il punto non è rivalutarne a posteriori la caratura morale. Da un quarto di secolo, con alterne vicende, il suo partito è stato alleato con la Lega.

Lo scorso 4 luglio Matteo Salvini, che della Lega ha scelto di rimanere segretario, in qualità di Ministro degli Interni ha indirizzato una circolare alla commissione per il diritto d’asilo, ai prefetti e ai presidenti delle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, in cui chiede che venga ridotta la “protezione umanitaria”. Introdotta in Italia nel 1998, caso vuole a quasi un anno esatto dalla tragedia di Otranto, la protezione umanitaria concede un titolo di soggiorno alle categorie più deboli di rifugiati: bambini, donne incinte, malati, vittime di violenze e detenzioni arbitrarie, come succede nei campi di concentramento libici.

Tornando alle lacrime di Berlusconi, abbandonato ogni intento di nobilitazione nei suoi confronti, risulta interessante fare un confronto con oggi, perché, oggi, nessuno piange. Anche all’opposizione sono sempre più fioche, e incerte, le voci di chi continua a invocare accoglienza, o semplicemente difendere il diritto di ciascun individuo a rivendicare una vita migliore, a “potersi affermare”. Tutt’al più si vede ogni tanto Graziano Del Rio ospite da Giovanni Floris o da Lilli Gruber riaffermare la bontà dell’operato dell’ex Ministro degli Interni Marco Minniti.

In Italia e nel mondo la narrazione prevale ormai sui fatti. Le parole, le percezioni, e i modi con cui le prime condizionano le seconde, da sempre incidono sulla realtà; oggi però la narrazione politica è diventata abilissima a sfruttare questo fenomeno comune. Basti pensare alla scarsa popolarità di cui godono i grafici e le statistiche. Nessuno si interessa dei dati, la percezione ha la meglio. Non importa se i dati reali mostrano che non è in atto nessuna invasione, la percezione del nord africano che elemosina fuori dal supermercato è più reale, più invasiva.

La storia dei bambini intrappolati nella grotta in Thailandia ha tenuto col fiato sospeso il mondo intero. L’operazione di salvataggio è stata costosa, pericolosa, un uomo è morto per salvarli. Erano 12 bambini e il loro allenatore, un numero esiguo se rapportato alla popolazione che muore ogni millesimo di secondo, ogni giorno. Al riparo da narrazioni politiche, provare empatia per degli sconosciuti, e versare lacrime – di coccodrillo, di caimano, di essere umano, che importa? – è stata un’azione naturale.

Stela Xhunga

Stela Xhunga

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