Ci sei? Ce la fai? Sei (dis)connesso?

Contro le dipendenze tecnologiche, il primo “disconnect day” italiano

Il titolo parafrasa un tormentone di una decina di anni fa del comico Pino Campagna per raccontare una nuova tendenza (o una nuova necessità?): a Corinaldo (Ancona) hanno spento smartphone e tablet per vivere una giornata senza l’ossessione di social e mail. Un esempio da seguire.

Disconnettersi dal mondo virtuale per riconnettersi col mondo reale. Spegnere smartphone e tablet per una giornata e impiegare il tempo “salvato” dall’uso dei social per svolgere attività che fino a pochi anni fa erano all’ordine del giorno: guardarsi intorno, passeggiare con le mani vuote e a testa alta, incrociare lo sguardo di chi ci passa accanto.

Il primo esperimento di questo genere è stato organizzato dall’Associazione nazionale contro le dipendenze tecnologiche (Di.Te.) lo scorso sabato a Corinaldo, uno dei borghi più belli d’Italia, piccolo comune di cinquemila abitanti in provincia di Ancona: spenti e messi via in apposite buste tutti gli smartphone,  dalle 9 alle 19 giovani e adulti si sono cimentati nel primo “disconnect day” (#dDayDite19) d’Italia. L’obiettivo? Passare alcune ore senza interferenze o distrazioni tecnologiche, e ritrovare una dimensione sociale non dominata dai social.

Un “esperimento”

Il mondo virtuale attraverso i social è ormai così radicalmente entrato nella vita di tutti i giorni che pensare di trascorrere una giornata senza telefono appare davvero inconsueto. Al punto che il termine più appropriato per descrivere questa situazione sembra essere “esperimento“: a pensarci potrebbe far sorridere, ma basta riflettere su quando è successo l’ultima volta di guardare un amico negli occhi anziché leggere un suo post su uno schermo, di aver manifestato la propria approvazione con un sorriso vero anziché cliccando sul pollice alto di Facebook, di aver dato un abbraccio dal vivo al posto di un cuoricino virtuale.

Il rischio-dipendenza

L’iniziativa, spiega l’associazione promotrice, è stata lanciata per farci riflettere su quanto – spesso inconsapevolmente – siamo dipendenti da smartphone e tablet. Leggere un libro o un giornale in metropolitana, scambiarsi sguardi e sorrisi, chiacchierare con chi è in fila con noi alla posta o al supermercato: sono azioni ormai considerate fuori dall’ordinario perché tutti i ritagli di tempo – e spesso non solo quelli – vengono riempiti con l’uso di questi dispositivi con le loro diverse funzioni tra social network, messaggistica istantanea, internet.

Cinque ore al giorno davanti agli schermi

Un problema che riguarda molti adulti, ma che rischia di assumere proporzioni preoccupanti soprattutto in riferimento alle nuove generazioni: secondo l’ultima ricerca dell’associazione Di.Te. realizzata in collaborazione con il portale Skuola.net, i dispositivi tecnologici tra cui smartphone e tablet tengono incollati agli schermi ogni giorno
tre ragazzi su dieci tra gli 11 e i 26 anni tra le 4 e le 6 ore. Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Di.Te, ribadisce che «non riusciamo a stare più di tre ore senza guardare il cellulare, e lo tocchiamo più di 150 volte al giorno» e che per gli adolescenti (ma anche per molti adulti) il rischio-dipendenza è piuttosto elevato dal momento che «non riescono a stare più di dieci minuti senza guardare lo smartphone».

Più sociali, meno social

Il primo disconnect day di Corinaldo prevedeva un fitto programma tra incontri, attività e laboratori per adulti e bambini cui ognuno ha potuto partecipare solo dopo aver sigillato il proprio telefono o tablet in un’apposita busta e averlo consegnato a uno degli infopoint sparsi in città, impegnandosi a non rientrarne in possesso per almeno tre ore. Un modo per staccare la spina dal mondo virtuale, per lavorare con persone e sensazioni dal vivo, per entrare in connessione con se stessi e con gli altri. «L’obiettivo del primo disconnect day – spiega Lavenia – non è demonizzare la tecnologia, ma prendere consapevolezza dell’utilizzo che ne facciamo, per imparare ad usarla senza, però, farci usare».

Un esempio da seguire

Un esempio da seguire, nelle nostre città così come nelle nostre case e nella vita di tutti i giorni, per imparare a disconnettersi dal virtuale e a riconnettersi con il reale. Per tornare, mentre si passeggia, a guardare le nuvole perché, come ha detto l’attore Paolo Ruffini che ha partecipato all’evento esibendosi in un suo spettacolo teatrale, «col cellulare in tasca ci si può accorgere di cose straordinarie e difficilmente replicabili, come le nuvole».

Photo by Orlando Leon on Unsplash

Miriam Cesta

Miriam Cesta

Giornalista professionista, collabora con diverse testate dedicate al mondo della salute, della medicina e del benessere.

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Giornalista professionista, collabora con diverse testate dedicate al mondo della salute, della medicina e del benessere.