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Colmar, WWG e IULM: al via il progetto moda sostenibile

Il mondo del fashion diventa green?

Negli ultimi mesi i temi dell’ecosostenibilità e della riduzione dello sfruttamento delle risorse limitate del pianeta stanno entrando in moltissimi campi. Anche tra i più “insospettabili”. Uno di questi è quello della moda, spesso lontano da certe sensibilità. In realtà, e stiamo per scoprirlo, il mondo del fashion si sta rivelando come uno dei più prolifici per le sperimentazioni di forme di economia circolare. E questo grazie a iniziative come quelle recentemente messe in campo da Colmar in collaborazione con WWG E IULM Milano.

Il progetto “Fieldwork”

A marzo 2021 la software house italiana WWG ha deciso di celebrare la sua collaborazione decennale con il marchio Colmar lanciando un progetto di open innovation volto a promuovere l’ecosostenibilità dei processi produttivi nel brand famoso per la produzione di piumini Colmar e abbigliamento sportswear. Terzo partner dell’iniziativa, gli studenti dell’Università IULM di Milano che frequentano il corso di laurea Magistrale in Strategic Communication.

Ai partecipanti al percorso, denominato “Fieldwork”, il compito di elaborare soluzioni e strategie comunicative per lo sviluppo sostenibile di Colmar abbigliamento da applicare direttamente nei processi produttivi. A fine maggio sono attesi i risultati di questa esperienza che la casa di moda adotterà per proseguire sulla strada della produzione responsabile.

Colmar è attiva già da anni in quest’ottica e sta lavorando per migliorare le sue strutture, l’impatto dei propri prodotti e il “peso” della sua produzione sull’ambiente. Basti pensare che nel 2018 l’azienda aveva lanciato un progetto che prevedeva l’utilizzo della tecnica Teflon EcoElitedi Chemours come finitura repellente prodotta al 60% da materiali a base vegetale di provenienza rinnovabile.

Oggi siamo arrivati addirittura al 90% ed è possibile visionare i capi sostenibili direttamente sul loro sito ufficiale Colmar.it oppure sull’ outlet dello shop online Zalando, altro marchio da sempre attento al rispetto dell’ambiente e delle sue risorse.

Il concetto di economia circolare nella moda

Ma ha davvero senso parlare di economia circolare nel campo della moda? La risposta è decisamente affermativa. Il settore del fashion è uno dei più inquinanti se considerato nell’assetto tradizionale. La filiera produttiva causa ingenti emissioni di CO2 ed elevati sprechi d’acqua. In più, per realizzare capi alla moda, si è sempre ricorsi a un uso di sostanze chimiche decisamente eccessivo a fronte delle possibilità offerte dall’ecosistema.

Una situazione che si è ulteriormente aggravata con l’arrivo del “fast fashion”, ovvero della continua produzione e ricambio di prodotti a basso costo e scarsa qualità che non ha fatto altro che aumentare gli accumuli di scarti e di invenduto. Residui che vengono puntualmente bruciati creando problemi anche all’inquinamento del suolo.

È proprio per queste problematiche che l’economia circolare può fare davvero la differenza nel mondo dell’abbigliamento.

Prima di proseguire nell’analisi delle iniziative già messe in atto dalle istituzioni e dai grandi nomi della moda è importante rinfrescare il concetto di economia circolare. Fino a oggi lo standard produttivo principale è stato quello lineare. “Prendi, produci, usa e getta” sono state le parole d’ordine delle aziende, Parole d’ordine che hanno drasticamente compromesso la salute del pianeta e che hanno generato una così grande quantità di rifiuti che oggi è quasi impossibile smaltire.

Solo per dare qualche numero. Nell’Unione Europea si producono ogni anno più di 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti, in Italia quasi 500 kg a persona, molti dei quali finiscono nelle spiagge.

L’economia circolare, invece, si basa sul concetto del “ripara-riusa e ricicla” e ha come obiettivi quelli di limitare sprechi e produzione di rifiuti e di ridurre lo sfruttamento delle materie prime. Entrare in quest’ottica significa creare prodotti che durano più a lungo nel tempo, fatti con materiali di riuso e che sfruttano ciò che è già stato creato e non ancora smaltito.

Ecco perché la mole di vestiti buttati e inutilizzati potrebbero diventare la più grande risorsa negli anni a venire.

Le iniziative di economia circolare nel campo del fashion

L’Italia si sta mettendo in luce come uno dei Paesi più virtuosi nel campo della moda sostenibile. Abbiamo già citato l’esempio del brand di abbigliamento. Colmar e delle sue nuove collezioni realizzate in materiali di riciclo e venduti a prezzi da outlet. Non è l’unico. Alcuni distretti produttivi a Prato e Biella hanno aderito alle indicazioni del Detox Protocol di Greenpeace e del ZHDC, protocolli incentrati sulla riduzione dello sfruttamento della chimica tossica nell’abbigliamento.

Sul fronte marchi si sono mossi anche altri grandi nomi. Zalando, uno dei più importanti e-commerce di moda, ha aderito recentemente alla Ellen MacArthur Foundation (EMF), ovvero l’organizzazione internazionale che sta promuovendo il concetto di economia circolare a livello globale. Una collaborazione che porterà l’azienda a estendere il periodo di vita di circa 50 milioni di prodotti entro il 2023.

Discorso molto simile anche per Giorgio Armani, vero e proprio guru del Made in Italy, che in questi anni si è esposto più volte a favore della circolarità.

Nel frattempo si muovono anche le istituzioni europee. La Finlandia, ad esempio, ha stabilito che entro il 2023 il riciclaggio dei tessili sarà obbligatorio. E quella del Paese Scandinavo è solo l’ultima di una serie di iniziative volte a rivoluzionare i modelli di business e a incentivare l’uso di materiali eco-compatibili.

Redazione People For Planet

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