Come la Corea del Sud sta riuscendo a contenere Covid-19

Una reporter dell’Agenzia Reuters racconta un modello radicalmente diverso da quello italiano

La Corea del Sud, il secondo Paese più colpito dopo la Cina in Asia, alla luce dati disponibili rappresenta un esempio virtuoso di lotta al virus. Al momento in cui scriviamo sono circa 8.800 i casi confermati e 102 i decessi. I nuovi casi giornalieri sono nell’ordine delle decine e il tasso di letalità è dell’1,1%, siamo lontanissimi dal picco di quasi un migliaio notificato in un solo giorno agli inizi di marzo, a una decina di giorni dall’esplosione del caso coronavirus.

Cosa ha permesso alla Corea del Sud di arrivare a questi risultati senza zone rosse estese ma con un attivo programma di isolamento sociale? Ce lo racconta un reportage dell’Agenzia Reuters di cui riportiamo la traduzione di ampi stralci.

Test selettivi e di massa, solo micro zone rosse

Molti epidemiologi affermano che i risultati drammaticamente diversi (al momento molto migliori in Corea del Sud che in Italia) indicano un’importante intuizione: i test selettivi e di massa sono uno strumento potente per combattere il virus.

In Corea del Sud (un Paese di 50 milioni di abitanti, un po’ meno che i 60 dell’Italia) le autorità hanno una risposta diversa rispetto a quella italiana. Stanno testando centinaia di migliaia di persone alla ricerca di infezioni e monitorando potenziali soggetti diffusori utilizzando la tecnologia del cellulare e del satellite.

Jeremy Konyndyk, ricercatore senior presso il Center for Global Development di Washington, ha affermato che test approfonditi possono fornire ai Paesi un quadro migliore della portata di un focolaio. Quando i test in un Paese sono limitati, ha affermato, le autorità devono intraprendere azioni più audaci e severe per limitare la circolazione delle persone. “La Cina lo ha fatto, ma la Cina è in grado di farlo. La Cina ha una popolazione molto disciplinata che rispetterà le indicazioni del governo.”

La Corea del Sud ha imposto piccolissime zone rosse in alcune strutture e in complessi di appartamenti colpiti più duramente dal virus. Ma finora non sono state fermate intere regioni e ancora meno l’intero Paese.

Seul afferma che si sta basando sulle lezioni apprese da uno scoppio della sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS) nel 2015 e sta lavorando per rendere quante più informazioni disponibili al pubblico. 

Si è avviato a un massiccio programma di test anche tra persone che hanno sintomi molto lievi o anche asintomatiche ma che potrebbero essere in grado di infettare gli altri.

Restrizioni della privacy per trovare gli ammalati

Ciò include l’applicazione di una legge che garantisce al governo l’autorità di accedere ai dati personali per poter individuare le persone da sottoporre a test: filmati, dati di tracciamento GPS da telefoni e automobili, transazioni con carta di credito, informazioni sull’immigrazione e altri dettagli personali di persone confermate affette da coronavirus. Le autorità possono quindi rendere pubbliche queste informazioni, in modo che chiunque che possa essere stato esposto al contatto con una persona ammalata, non solo i loro amici e familiari, possa farsi sottoporre a test.

Il tasso di casi recentemente confermati è diminuito da un picco a metà febbraio, ma il più grande test del sistema potrebbe essere ancora in corso poiché le autorità continuano a cercare di rintracciare e contenere nuovi cluster di positivi al coronavirus. 

La gestione dei malati

Oltre ad aiutare a capire chi testare, il sistema aiuta gli ospedali a gestire la pipeline di casi. Le persone ritenute positive vengono poste in auto-quarantena e monitorate da remoto tramite un’app per smartphone, o controllate regolarmente telefonicamente, fino a quando non diventa disponibile un letto d’ospedale. Quando è disponibile un letto, un’ambulanza raccoglie la persona e porta il paziente in ospedale con stanze di isolamento sigillate ad aria. Tutto questo, incluso il ricovero in ospedale, è gratuito.

Le pecche del sistema

Ovviamente anche il sistema della Corea del Sud ha le sue pecche. Il Paese non dispone di abbastanza mascherine protettive – ha iniziato a razionarle – e sta cercando di assumere nuovo personale qualificato per elaborare i test e mappare i casi, non essendo sufficiente quello attuale.

E l’approccio coreano avviene a scapito della privacy. Il sistema della Corea del Sud è un sistema obbligatorio invasivo. Le persone devono rinunciare a quello che, per molti in Europa e in America, sarebbe un diritto fondamentale alla privacy. La Corea del Sud è una grande democrazia, con una popolazione pronta a protestare contro le politiche che non piacciono, e tuttavia in questo momento di crisi le misure straordinarie adottate dal governo sono state accettate.

“La divulgazione di informazioni sui pazienti comporta sempre problemi di violazione della privacy“, ha affermato Choi Jaewook, professore di medicina preventiva all’Università della Corea e alto funzionario della Korean Medical Association. Le informazioni “dovrebbero essere strettamente limitate” ai movimenti dei pazienti e “non dovrebbero riguardare la loro età, il loro sesso o i loro datori di lavoro”.

Perché no alle grandi zone rosse, secondo i coreani

Le risposte tradizionali come il blocco di ampie zone possono essere solo modestamente efficaci e possono causare problemi nelle società aperte, afferma Kim Gang-Lip, Vice Ministro della Sanità della Corea del Sud. Nell’esperienza della Corea del Sud, i blocchi significano che le persone partecipano meno alla ricerca dei contatti che potrebbero aver avuto e che potrebbero causare la diffusione del virus, diventano più passive.

I test drive-trough

La Corea del Sud ha aperto circa 50 strutture di test drive-through in tutto il paese. Nei parcheggi vuoti, il personale medico in indumenti protettivi si affaccia alle auto per controllare se i passeggeri accusano febbre o difficoltà respiratorie e, se necessario, raccogliere campioni. Il controllo di solito dura circa 10 minuti e le persone ricevono i risultati assieme a un testo che ricorda loro di lavarsi le mani regolarmente e indossare maschere per il viso.

Fonte reuters.com 

Un totale di 117 istituzioni in Corea del Sud ha attrezzature per condurre i test. Il numero di test varia giornalmente, la capacità massima è di 20.000 test al giorno. Il governo paga per le prove di persone con sintomi se richieste da un medico. Altrimenti le persone che vogliono essere testate senza prescrizione medica possono pagare fino a 170.000 won ($ 140)

Gli ufficiali “di quarantena”

Ci sono anche 130 ufficiali detti “di quarantena” che si concentrano sulla ricerca di potenziali pazienti, trascorrendo l’intera giornata lavorativa controllando a distanza le persone che si sono dimostrate positive per COVID-19. Hanno il massimo potere e autorità per effettuare le loro ricerche.

Kim Jeong- hwan fa parte di questo piccolo esercito di ufficiali di quarantena che tracciano i movimenti di eventuali potenziali portatori della malattia attraverso il controllo del loro telefono, app o segnali inviati dai telefoni cellulari o dalle scatole nere delle automobili e interviste telefoniche alle persone. Il loro obiettivo: rintracciare tutti i contatti che le persone potrebbero aver avuto cosicché possano essere testati anche costoro, anche intervistando i potenziali portatori di coronavirus “Non ho visto nessuno dire grosse bugie”, ha detto Kim. “Ma molte persone in genere non ricordano esattamente cosa hanno fatto.”

Il caso del karaoke a gettoni

Kim racconta di aver individuato cinque casi infettati da una donna di una piccola città che dopo aver preso il virus era andata in un “karaoke a gettoni”, un bar in cui una macchina consente alle persone di cantare alcune canzoni per un dollaro. All’inizio la donna non ha detto agli ufficiali della sua presenza nel karaoke a gettoni. Ma questa informazione è stata ottenuta dopo aver interrogato i suoi conoscenti e ottenuto posizioni GPS del suo dispositivo mobile. Attraverso i test tra i frequentatori del karaoke sono stati poi individuati gli altri 5 casi.

I messaggi via sms alla popolazione

Il governo della Corea del Sud utilizza anche i dati sulla posizione delle persone per personalizzare i messaggi di massa inviati ai telefoni cellulari, avvisando tutti i residenti di una zona quando viene confermato un caso nelle vicinanze.

“C’è ancora tanto da fare”

Lee Hee-young, un esperto di medicina preventiva che gestisce anche il team di risposta al coronavirus nella provincia di Gyeonggi in Corea del Sud, ha affermato che la Corea del Sud ha fatto un passo avanti dopo il MERS per aumentare le sue infrastrutture per rispondere alle malattie infettive. Ma ha affermato che finora solo il 30% dei cambiamenti di cui il Paese ha bisogno sono avvenuti. Ad esempio, ha affermato, mantenere una forza lavoro qualificata e un’infrastruttura aggiornata negli ospedali più piccoli non è facile. “Fino a quando non avremo risolto questo problema”, ha detto Lee, “esplosioni di epidemia come questa potranno continuare ad avvenire  ovunque”.

Photo by Mathew Schwarz

Bruno Patierno

Bruno Patierno

Mi occupo di marketing e di comunicazione. L’impresa più folle e istruttiva è stata fare l’Assessore a Napoli. Attualmente il mio maggiore interesse professionale è coordinare assieme all’amico Jacopo Fo il Gruppo Atlantide e in mezzo a questo c’è anche fare il project designer di People For Planet. Ne sono molto orgoglioso.

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