Per le persone trans in Italia seguire una Terapia Ormonale Sostitutiva, necessaria al cambio di genere, può diventare un’odissea. Disegno di Armando Tondo, settembre 2019

Come si fa a cambiare sesso

In Italia funziona così

In Italia la possibilità di cambiare sesso con una conseguente riattribuzione chirurgica e anagrafica è sancita e regolata dalla legge n. 164 del 1982 e dal D.Lgs. n. 150 del 11. La legge del 1982 recita così all’art.1:

“La rettificazione si fa in forza di sentenza del tribunale passata in giudicato che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali”.

Si tratta di una legge chiave, perché sancisce il diritto all’identità personale: tramite sentenza del tribunale vengono autorizzati i trattamenti medico-chirurgici finalizzati al cambiamento di sesso: prima di allora a prevalere non era il diritto all’identità personale bensì il principio della immodificabilità dell’atto di nascita. Il decreto del 2011 precisa che è sempre il tribunale a poter rilasciare l’autorizzazione al trattamento per l’adeguamento degli organi genitali. Ma prima di addentrarci nella procedura per cambiare sesso, un piccolo dizionario per orientarsi.

L’importanza di una corretta terminologia

L’identità di genere di una persona risponde alla domanda “chi sono?” e fa riferimento al genere a cui una persona sente di appartenere. L’acquisizione dell’identità di genere avviene generalmente intorno al quarto anno di vita e, nella grande maggioranza dei casi, l’identità percepita coincide con il sesso biologico. Può capitare però che tra i due ci sia una discrepanza, in questo caso si parla di persone transessuali e/o transgender.

Per “persona transessuale” si fa riferimento a un individuo che sente di appartenere al genere opposto rispetto a quello di nascita e, quindi, avverte l’esigenza di modificare il proprio aspetto e/o la propria espressione di genere accordandoli alla propria interiorità, seguendo un percorso di transizione MtF – Male to Female, o FtM – Female to Male. “Transgender” è invece un termine ombrello, spesso usato sia in riferimento a individui ftm o mtf, sia per indicare quelle persone, “non binary”, che si percepiscono come appartenenti a entrambi i generi o a un cosiddetto “terzo genere” neutro.

L’orientamento sessuale è un argomento a parte, risponde alla domanda “per chi provo attrazione?” Donne e uomini transessuali possono essere eterosessuali, omosessuali, bisessuali.

È abbastanza semplice comprendere che dalla non coincidenza tra vissuto interiore e aspetto esteriore scaturiscano un profondo senso di disagio e insicurezza, che possono sfociare nella decisione di intraprendere un percorso di transizione. Questo disagio viene definito in termini medici “disforia di genere” (DSM-V), mentreprecedentemente si parlava di “disturbo dell’identità di genere”. 

Il 2018 ha rappresentato un anno chiave per le persone trans, poiché l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rimosso definitivamente la disforia di genere dall’elenco delle patologie mentali. Nell’ ICD-11 si parla di “incongruenza di genere”, che è inserita in un capitolo relativo alle condizioni di salute sessuale.

Percorso, burocrazia e protocolli

Riportiamo, seguendo le informazioni dell’Onig (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere), una sintesi del percorso che potrebbe dover affrontare una persona transessuale. Il condizionale è d’obbligo: per ogni individuo il percorso è del tutto personale e cambiano anche le tempistiche, visto che entrano in gioco questioni burocratiche, e visto che ogni individuo affronta una terapia ormonale sostitutiva personalizzata; non tutti poi avvertono la necessità di un intervento chirurgico.

Il protocollo ONIG è quello maggiormente seguito in Italia. Esiste anche il protocollo WPATH  (World Professional Association for Transgender Health), seguito da un paio di strutture. La differenza, in estrema sintesi, riguarda il periodo minimo di 6 mesi di psicoterapia necessari ad accedere alla terapia ormonale, che nel protocollo internazionale non sono obbligatori e li prevedono solo se espressamente consigliati da uno psichiatra ma senza comunque una durata temporale minima.

Seguiamo allora il protocollo ONIG per individuare le tappe fondamentali della transizione.

Il primo passo viene definito introspezione e riguarda la presa di coscienza della persona, il dialogo profondo con se stessi rispetto al disagio che percepisce nel proprio corpo. Autonomamente o attraverso associazioni, si arriva poi al contatto con i professionisti: psicologi/psichiatri che porteranno la persona a capirsi meglio o la affiancheranno direttamente nell’ottenimento di terapie ormonali o chirurgiche. Il colloquio di tipo psicologico è una fase fondamentale e imprescindibile. Segue un percorso psicologico vero e proprio, utile non soltanto per formulare una diagnosi effettiva ma anche come supporto durante tutti i momenti difficili del percorso, fino alla riconversione chirurgica o oltre. Un’eventuale visita psichiatrica, intanto, può accertare l’inesistenza di problematiche psichiatriche.

Solitamente dopo i primi 6 mesi di percorso psicologico si valuta la possibilità di autorizzare una terapia ormonale, d’accordo con l’endocrinologo. L’inizio della terapia e i suoi effetti sono preziosi per la persona perché la aiutano a prendere ulteriore consapevolezza del percorso intrapreso. Ricordiamo che la terapia durerà per tutta la vita, qualsiasi incertezza va valutata per comprendere se il percorso proseguirà; le prime fasi sono quindi cruciali, se il percorso di transizione non è ciò che la persona effettivamente desidera può comunque contare sul fatto che la terapia, per un periodo limitato, è reversibile.

Lo step successivo va sotto il nome di “test di vita reale“: la persona, sempre col supporto psicologico e in genere contestualmente all’inizio della terapia ormonale, inizia a vivere la quotidianità come persona del sesso a cui sente di appartenere. Anche questo step è fortemente auto-diagnostico ed è fondamentale per capire se davvero vivere nel genere scelto è quanto desiderato e ciò che fa sentire la persona a proprio agio.

La persona che desidera sottoporsi all’intervento di riconversione chirurgica del sesso e/o alla rettifica dei dati anagrafici riceve le relazioni dai professionisti che l’hanno seguita, con le quali potrà rivolgersi al Tribunale per richiedere le autorizzazioni. Sarà un giudice con sentenza a decidere.

Nel 2015 la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale hanno emesso due sentenze che hanno eliminato l’obbligatorietà dell’intervento chirurgico ai fini della rettifica anagrafica: la persona attualmente può quindi richiedere, in un’unica fase congiunta, entrambe le autorizzazioni, contrariamente a quanto avveniva fino a quel momento. Un enorme passo avanti verso il diritto all’autodeterminazione, che svincola la persona dal doversi necessariamente sottoporre a un intervento chirurgico, a volte neppure desiderato, prima di vedere riconosciuta la propria identità sui documenti. E, al tempo stesso, in questo modo, si evita che trascorrano anni prima della rettifica, visto che le liste d’attesa per le operazioni sono spesso lunghe.

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Immagine di copertina: Armando Tondo

Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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