Come si reinventano edifici e città dopo il Covid-19

Dalla casa, agli spazi aperti urbani, all’ufficio e a tutti i luoghi di studio e lavoro, fino ai materiali

Il Covid-19 avrà un impatto duraturo sulla progettazione degli edifici e delle città? E se la risposta è sì, cosa dovrà essere progettato in maniera diversa? Le soluzioni saranno in linea con una progettazione green?

Questo si chiedono i progettisti in questo momento, e su questo in tanti stanno già lavorando, perché se è vero che per alcuni mesi abbiamo adattato spazi di vita e di lavoro, adesso non sappiamo se queste modifiche, queste nuove modalità, troveranno uno spazio che sia a lungo termine, nella costruzione degli edifici e degli spazi cittadini e soprattutto nel modo di costruire più “salutare” e di minor impatto per l’ambiente: nella bioarchitettura.

Sfruttare la pandemia per ripensare tutto in chiave green e salute

Città ed edifici, ce lo racconta la storia, sono sempre stati plasmati dalle malattie. Oggi una nuova trasformazione degli spazi vitali si intravede all’orizzonte e sta ai progettisti, e a tutti noi fruitori di questi spazi, l’onere di trasformare la crisi in opportunità. L’emergenza sanitaria può essere un’occasione unica per cambiare in meglio i nostri stili di vita, per agire sullo spazio abitativo, che ha bisogno di un ripensamento e di un alleggerimento, secondo processi di riduzione della densificazione e di dotazione di spazi privati all’aperto, come un sano ritorno alle tipologie del passato con cortili, giardini, terrazze, ecc.

Ma è anche un’occasione per dare la giusta importanza allo spazio pubblico, e non solo per la dimensione connessa al distanziamento sociale, perché è vitale sia per l’emergenza climatica (permeabilità dei suoli e drenaggio, soluzioni per ridurre l’isola di calore e per la compensazione della CO2, ecc) che per la prevenzione sismica e la sicurezza generale delle città, specie dei centri storici ad alta densità edilizia senza vie di fuga.

Le nostre città, le case che non abbiamo mai frequentato tanto come nei giorni passati, gli uffici, le piazze, i centri culturali, i luoghi di aggregazione, secondo molti progettisti non saranno più gli stessi dopo la pandemia perché il modo di abitare e di pensare di miliardi di persone è radicalmente cambiato in un arco temporale di poche settimane.

È quanto sostiene anche Fabrizio Tucci, professore ordinario di progettazione ambientale alla Sapienza di Roma e coordinatore del gruppo internazionale di esperti del Green City Network: “Gli spazi fisici sono espressione della gente. Se le abitudini e le esigenze delle persone mutano, cambiano anche gli spazi. Inevitabilmente. E viceversa, se noi progettisti indirizziamo opportunamente tale cambiamento possiamo incidere profondamente su un miglioramento della vita delle persone e dell’ambiente“.

Cosa si modificherà in maniera più evidente

Di certo, almeno in un primo momento, verranno messe da parte modalità di lavoro come il coworking e rivalutati gli spazi condivisi per lavorare, poi dovremo vedere se i nuovi principi entreranno stabilmente nelle modalità progettuali. E di conseguenza gli uffici open space e i laboratori di aziende con spazi ridotti e difficilmente separabili saranno fin d’ora ripensati, per trovare soluzioni alternative e più sicure per gestire il presente, ma anche perché si possa essere pronti, scongiurando che riaccada, ad altre crisi analoghe. Dovrà cambiare anche la progettazione dei sistemi di ventilazione e privilegiati i materiali che sono più “inospitali” per virus e batteri.

Per quanto riguarda le abitazioni basta vedere oggi le fotografie e i video che provengono dalle nostre case, con noi che lavoriamo, i nostri figli che studiano, che proviamo a rilassarci, che siamo in casa ma vogliamo fare un po’ di movimento, per farci capire che la costruzione teorica dell’alloggio funzionalista e della corrispondenza tra stanza e attività, nel post pandemia, non va più bene. Il nostro spazio domestico in due mesi è diventato lo spazio unico per tutti coloro che vi abitano e per fare tutto. Ma quali spazi interni ed esterni subiranno le maggiori trasformazioni?

I progettisti dicono che saranno gli spazi intermedi (tra la casa e l’esterno), la progettazione indoor e la casa, gli uffici anti-virus, lo spazio urbano per la convivialità, il mix funzionale e l’ipervicinanza di quartiere.

Spazi intermedi tra la residenza e la città

È già da tempo che la progettazione ambientale punta sugli spazi intermedi: cortili, corti, logge, giardini e terrazze condominiali, balconi, “finestre sulla città”, veri e propri filtri, valvole di decompressione tra interno ed esterno. Stanno assumendo e assumeranno sempre più nuove funzioni: potranno diventare nuovi luoghi di aggregazione e socializzazione, di sport e movimento fisico, e addirittura accogliere forme innovative di spettacolo. La faccia green dello spazio semi-privato può trasformare quelli che erano luoghi di passaggio o addirittura non-luoghi in tetti verdi, in piccoli orti urbani, in superfici per la raccolta dell’acqua o per l’auto produzione di energia pulita, in polmoni verdi da legare al tessuto connettivo cittadino per la mitigazione microclimatica e il contrasto a CO2 e polveri sottili.

La casa e la progettazione indoor

Le case hanno assunto moltissime funzioni alle quali rispondere con forme adeguate: lavoro, studio, e-commerce, palestra, ricreazione nel tempo libero. Le camere da letto, i soggiorni, le cucine dovranno potersi trasformare, in certi orari, in uffici o luoghi d’istruzione a distanza, in palestre, o in punti d’incontro virtuale. Se non è possibile avere più spazi, allora serve un’architettura modulabile, per ingrandire o ridurre uno spazio con tecnologie leggere, meglio se facilmente montabili e smontabili. Un’abitazione aperta, flessibile e modulabile consente di destinare lo spazio a usi completamente differenti e anche contemporanei in uno stesso ambiente. E sarà probabilmente anche il tempo per nuovi spazi comuni negli edifici: servizi ai piani terra, smart working per le famiglie del condominio, e-learning per i giovani, attraverso un’implementazione di spazi e volumi sugli involucri o in elevazione, anche dove il consumo di suolo non può incrementare.

Tra le priorità del nuovo modo di progettare ci deve essere anche la qualità dell’aria che respiriamo e quella dei materiali che ci circondano. Secondo lo studio virologico statunitense del National Institute of Health pubblicato sul New England Journal of Medicine, in una stanza a 21°C e con il 40% di umidità relativa il Coronavirus resiste tre ore nell’aria e fino a tre giorni sul polipropilene, uno dei polimeri plastici più impiegati al mondo. Sull’acciaio inossidabile sopravvive 2-3 giorni, sul cartoncino quasi uno. I materiali e i sistemi di ventilazione naturale che già avevano trovato buone strade per la progettazione secondo i principi di bioarchitettura ora dovranno essere studiati e scelti per ottemperare anche alle esigenze di contenimento dei virus.

Uffici anti-virus

Anche il mondo del lavoro non sarà più lo stesso. A partire dalle modifiche agli spazi, anche qui per renderli il più possibile modulabili e separabili (divisori, pareti ripiegabili), le porte potrebbero aprirsi automaticamente, evitando di toccare maniglie, agli ascensori potremo dire a voce il piano senza premere i pulsanti esterni e interni. Una volta raggiunto il piano, entreremo in stanze ricche di divisori e scrivanie ben distanziate: gli affollati open space cui siamo abituati dovrebbero scomparire. Più spazi e più barriere anti-virus. Negli Stati Uniti si stanno testando percorsi a senso unico all’interno degli uffici che consentiranno di mantenere sempre le persone a una distanza di sei piedi (circa un metro e 80 centimetri); si chiamano: Six feet offices, qui è possibile vedere il video di promo.

Possono comprendere inoltre pulizie più frequenti, tessuti e materiali con proprietà antimicrobiche, sistemi di ventilazione amplificati e persino l’aggiunta di luci UV che si accendono di notte per disinfettare l’ufficio in profondità.

Gli uffici chiaramente non spariranno, perché gli esseri umani hanno bisogno di comunicare ed interfacciarsi, ma le aziende che riusciranno a stare al passo ristrutturando non solo gli ambienti ma anche il modo di pensare e lavorare saranno anche quelle che potranno avere i migliori talenti. Dando la possibilità di scegliere come lavorare e dove lavorare, potranno attrarre più delle altre le migliori competenze, che spesso non sono sensibili solo alla remunerazione, ma anche a questo tipo di disponibilità e opportunità.

Lo spazio esterno ripensato anche per la convivialità

Più spazi all’aperto per lo stare insieme, a mangiare, a bere, a prendere un caffè, perché la componente tecnologica di una aumentata connessione andrà bilanciata con un adeguato tempo da trascorrere con amici, famiglia, per le interazioni umane in genere, di cui non possiamo fare a meno. E quindi ripensare lo spazio esterno pubblico, in modo da conciliare le esigenze di distanziamento sociale con la routine di centri urbani congestionati, a vantaggio anche di quei settori più toccati dalla crisi, i locali pubblici. Per esempio privilegiando all’aperto, isole per la convivialità e gastronomiche dislocate nel tessuto urbano e meglio se integrate nel verde urbano. Questo non è solo un discorso che riguarda le concessioni da parte dei Comuni, ma è un vero e proprio ripensamento del modo di progettare questi spazi e la mobilità, prima di tutto, e poi anche i locali nel loro interno.

Mix funzionale e ipervicinanza di quartiere

Secondo i ricercatori del Green City Network i luoghi di aggregazione e le grandi arterie infrastrutturali si sono svuotati e non torneranno più affollati come prima, ed è il pensiero dello stesso Fabrizio Tucci: “Il peso della città si è spostato su uno spazio residenziale diventato plurifunzionale, su una nuova rete di servizi più a portata di mano e su un tessuto connettivo che si espande attorno alle abitazioni; un tessuto che va riqualificato”.

L’obiettivo dovrebbe essere realizzare quella mixité funzionale che la progettazione ambientale promuove da anni, ovvero che, nel raggio di 300 metri dalla propria abitazione, si dovrebbe poter accedere a tutto ciò che serve per la vita quotidiana: scuole, negozi, servizi e spazi pubblici, ristorazione, verde urbano. La città diventerebbe una costellazione di eco quartieri all’interno dei quali non sarebbe più necessario utilizzare auto o altri mezzi a motore e gli spostamenti verso il centro cittadino e verso altri luoghi di aggregazione e di lavoro a scala urbana sarebbero molto meno frequenti. La qualità della vita aumenterebbe e anche quella dell’ambiente e i vantaggi sarebbero molteplici: abbattimento delle polveri sottili e della CO2, spazi liberati dalle auto, rinverditi e trasformati, più salute e benessere.

Per approfondire:
http://www.amatelarchitettura.com/category/sviluppo-urbano/
https://www.ingenio-web.it/26278-meno-spazi-in-condivisione-piu-smart-working-ecco-come-cambia-lufficio-dopo-il-coronavirus
https://www.repubblica.it/dossier/ambiente/green/2020/04/21/news/piu_spazi_e_piu_parchi_urbani_gli_architetti_reinventano_le_citta_dopo_il_covid_19-254514238/

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Elisa Poggiali

Elisa Poggiali

Ingegnere ambiente e territorio, membro del database 100 esperte.it nei settori S.T.E.M., si occupa di ambiente, tecnologia, innovazione e networking per la sostenibilità.

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Elisa Poggiali

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