Con l’omicidio di Mario Bressi muore anche l’opinione pubblica

Non si può più credere nella salute di un’opinione pubblica italiana. E questo fare giornalismo è aberrante

“Una separazione dolorosa”, titolano i giornali a proposito di Mario Bresso, l’uomo di 45 anni che ha ucciso i suoi due figli, Diego ed Elena, di appena 12 anni, per vendicarsi della moglie che aveva chiesto la separazione. Un omicidio pianificato nei minimi dettagli, al punto che, prima di suicidarsi, l’uomo ha gettato il cellulare, così che la madre non avesse nemmeno il conforto di vedere le fotografie dei figli scattate negli ultimi giorni della loro breve vita. Una separazione così “drammatica” che il padre era in vacanza solo con i figli. Nessuna ostilità insanabile, al di fuori di quella di lui nei confronti di lei, colpevole della separazione. Colpevole di avere deciso liberamente della propria vita. Colpevole di avergli provocato un lutto, quello della separazione, difficile da elaborare. Colpevole, e perciò da punire.

Bressi ha occultato il reale movente dell’omicidio dei figli fingendo che il movente fosse il suo legame simbiotico con loro, e per lasciare dietro di sé una scia di compatimento, poco prima di uccidere i figli, ha postato una foto di loro tre insieme, con scritto “Insieme per sempre”, lasciando intendere che dietro l’intento criminale ci fosse il bisogno di preservare l’amore paterno dalle manomissioni della moglie.

Un occultamento, un impulso narcisistico che da solo vale come a dimostrare la totale assenza di amore in quest’uomo, né per la moglie né tantomeno per i figli, meri oggetti di possesso. Una tragedia assolutamente non causata dalla separazione, ma che più probabilmente spiega la causa della separazione. Ciononostante, i giornali hanno così riportato la notizia:

Come rileva la femminista Lea Melandri in un articolo apparso su Jacobin Italia:

“C’è una responsabilità più odiosa di quella dell’uomo che uccide uccidendosi, è quella di una società – di maschi prima di tutto, ma anche di donne – che non pronuncia una parola, non muove un passo, non fa il minimo gesto perché questa infamia che si protrae da secoli sia almeno portata allo scoperto, analizzata per la centralità che ha nella vita di tutti, per il peso che ancora sostiene nel dare alla sfera pubblica la sua apparente autonomia, il suo arrogante disinteresse per quel retroterra dove, in nome dell’amore, si consumano una quantità enorme di lavoro e di energie femminili?”

https://www.valsassinanews.com/ L’articolo, è stato poi modificato con la seguente correzione:
“uomo apparentemente regolare”
“Mai una parola fuori posto”, titola il Corriere
Il dramma dei papà separati, per Il Mattino

I titoli dei giornali che per primi hanno dato la notizia sono aberranti, questo fare giornalismo è aberrante, buona parte del sistema dell’informazione è aberrante. Non è vero che i titoli servono solo ad attirare l’attenzione del lettore e a indurlo a leggere il contenuto dell’articolo. Hanno anche un valore performativo: dando rilievo al dato reale che riportano, gli conferiscono autorità, dal momento che l’essere riconoscibili o più semplicemente “l’essere famosi” accresce l’autorità del soggetto-oggetto, quale che sia, all’interno di ogni processo comunicativo, quale che sia, giornali e telegiornali compresi.

Non si può più credere nella salute di un’opinione pubblica italiana

L’opinione pubblica sana è sintomo di una società aperta, dinamica, capace di fare autocritica e di mettersi in gioco, al netto delle esagerazioni endemiche che sempre ci sono. Alimentare confronti e conflitti, suscitando o almeno intercettando un’opinione pubblica, spingendola magari a premere sui vari corpi intermedi per migliorare il presente, a questo dovrebbero contribuire i giornali.

In una società chiusa, immobile, padronale, dove regna l’utilitarismo (del fare, produrre, servire a qualcosa e a qualcuno), l’opinione pubblica è stata soppiantata dall’auto-legittimazione dei giornali. Non serve più l’opinione pubblica, basta l’auto-legittimazione dei giornali. Una auto-legittimazione che non si qualifica più nella capacità di spostare l’opinione pubblica, ma che si misura nella capacità di trarre profitto, monetizzare, anche solo sopravvivere, visti i tempi di crisi.

In cosa credere, allora?

Nel nuovo “senso comune” auspicato da Antonio Gramsci: in una “osservazione diretta della realtà” in grado di demolire principi e assiomi ideologici, come quello patriarcale ancora in vigore in posti insospettabili come le redazioni giornalistiche. In uno sperimentalismo “spontaneo” capace di rianimare l’opinione pubblica, facendola tornare quella che per natura dovrebbe essere: “un prodotto delle relazioni sociali in divenire“.

Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet, riviste e altri quotidiani online. Collabora con la Radio Televisione Svizzera.

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Stela Xhunga

Stela Xhunga

Scrive per People for Planet, riviste e altri quotidiani online. Collabora con la Radio Televisione Svizzera.

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