Condannare l’occupazione militare israeliana non significa essere antisemiti

I commenti di alcuni esperti sui social

Pubblichiamo di seguito i commenti tratti dal web di due giovani italiani, uno vivo, l’altro non più, sulla questione palestinese. Il primo è Massimo Ragnedda, tra le altre cose docente di Comunicazione e Giornalismo alla Northumbria University, che ne scrive sulla sua pagina Facebook. Di lui potete leggere altro qui.

La prigione Palestina

“La Striscia di Gaza è universalmente riconosciuta come una prigione a cielo aperto. Una prigione dove circa 2 milioni di persone vivono intrappolati senza possibilità di uscire. Il 40% di loro è minorenne. I punti di accesso e uscita sono sigillati, e controllati da una parte da Israele e dall’altra dall’Egitto. La Striscia di Gaza ha la terza più alta densità di popolazione al mondo, dove l’85% della popolazione ha bisogno di aiuti umanitari, dove più del 60% dei giovani è disoccupato, dove più del 40% della popolazione non ha abbastanza cibo per mangiare, dove circa 300mila bambini sono traumatizzati dalla Guerra e hanno bisogno di aiuti psicologici. Una situazione semplicemente insostenibile e inumana. All’interno di questa prigione, dove centinaia di migliaia di bambini (sopra)vivono a stento, piovono bombe. Solo ieri notte (il 14/05/2021) ben 160 aerei da Guerra israeliani hanno ripetutamente bombardato la Striscia di Gaza. Sono già centinaia i morti e tra loro una trentina di bambini. Innocenti. Come tutti I bambini. I numeri saliranno. La violenza si intensificherà. Le armi parleranno. Da entrambi le parti. E questo allontanerà ancora di più la pace. Città israeliane un tempo simbolo della possibile convivenza tra palestinesi e ebrei (Lod, Ramle, Acco, Jisr el Zarkaora) sono teatri di scontri e violenze tra ebrei e arabi israeliani. Città sull’orlo della Guerra civile, mentre gli estremisti da entrambi le parti (Hamas da una parte e Netanyahu dall’altra) buttano benzina sul fuoco allontanando la possibilità di una pace”.

Israele non può continuare a rubare

Israele ha ovviamente il diritto ad esistere. Ovviamente. Ma dovrebbe essere altrettanto ovvio che anche la Palestina ha il diritto ad un suo stato, alla sua libertà e alla sua indipendenza. Israele non può continuare impunemente a costruire sui territori palestinesi, ad andare contro la legge internazionale, a rubare (letteralmente) le case dei palestinesi. Non può. Israele è ostaggio di estremisti di destra, razzisti e violenti, che portano avanti un piano razionale che punta a espellere tutti i palestinesi da Gerusalemme Est e dalla Cisgiordania. E lo fanno con il supporto di Netanyahu e dei partiti religiosi ebrei. E lo fanno con il silenzio della comunità internazionale. Lo fanno perché è difficile criticare Israele.

Condannare non significa essere antisemiti

“Condannare l’occupazione militare israeliana non significa essere antisemiti (come la propaganda israeliana vergognosamente dipinge chiunque critica l’illegale occupazione militare dei territori palestinesi). Né tantomeno significa sostenere Hamas o gli estremisti islamici che, anzi, traggono forza proprio dalle violenze israeliane. Che rispondono con violenza alla violenza israeliana. Che allontanano la pace. Anche Gaza è ostaggio di estremisti che traggono la loro forza dalla lotta contro l’occupazione israeliana. In Palestina vivono milioni di persone, musulmane e cristiane (ortodossi o cattolici), e che come noi chiedono solo di poter vivere nella loro terra. Possibilmente in pace. Possibilmente in una democrazia non governata da estremisti religiosi. Non si può continuare a far finta di non vedere l’arroganza, la violenza e i soprusi dell’esercito di occupazione israeliano. Condannare l’occupazione militare israeliana non significa essere antisemiti. Significa semplicemente condannare l’occupazione militare di uno Stato ai danni di un altro. Punto”.

L’80% delle vittime è civile

La cosa che più colpisce nei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza è il numero delle vittime civili. Secondo dati dell’ONU ben l’80% dei morti sotto le bombe israeliane era composto da civili innocenti. Un dato veramente impressionante e che non può lasciare indifferenti. Questo significa che ogni 10 persone assassinate da Israele solo 2 erano target militari. Non si può sparare nel mucchio con la speranza di colpire qualche terrorista. È un po’ come se lo Stato che dà la caccia a dei criminali sparasse in mezzo alla folla con la speranza di uccidere, tra gli altri, qualche colpevole. Altro dato agghiacciante è che il 20% delle vittime era formato da bambini, l’essenza stessa dell’innocenza, mentre due terzi dei feriti sono donne e minori. Come si può tollerare tutto questo? Come si può rimanere indifferenti dinanzi a questi crimini?

“Come una scatola di gattini”

Esprimeva lo stesso concetto, ma in modo più poetico, Vittorio Arrigoni, che scriveva quanto segue nel gennaio del 2009. Da allora le cose, come spiega Anna Maria Selini qui, sono parecchio peggiorate.

“Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale al-Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue. “Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini e l’ultimo miagolio soffocato”. Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua: “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste”. Il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l’ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quali sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati”. A questo punto il dottore si china verso una scatola e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite al-Fakhura di Jabalya, più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito.

Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista, responsabile sezione Green per People For Planet. Ambiente, femminismo e mobilità i miei temi culto. I commenti sono solo miei

Potrebbe interessarti anche

Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista, responsabile sezione Green per People For Planet. Ambiente, femminismo e mobilità i miei temi culto. I commenti sono solo miei

Consigli per gli acquisti

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento e utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più consulta la Privacy e Cookies Policy