Contropiede sarà lei: difendersi è diventato un disonore

La discussione tra Conte e Capello è emblematica: oggi nel calcio la difesa fine a sé stessa è considerata un marchio d’infamia

In contropiede giocherà lei. Gianni Brera sarebbe rabbrividito alla vista del duetto televisivo tra Fabio Capello e Antonio Conte dopo Napoli-Inter vinta dai nerazzurri per 3-1. Il tecnico interista si è risentito dopo aver ascoltato la parola contropiede. I due poi si sono chiariti, grazie all’intervento di Fabio Caressa. Al di là del merito della questione, il punto è la reazione dell’ex CT della Nazionale. Oggi la parola contropiede – naturalmente associata alla difesa bassa – suona come un marchio di infamia. Il linguaggio calcistico, che viene definito evoluto, ha nel frattempo partorito altri termini. Dalla ripartenza alla transizione. Per cui il contropiede – sempre secondo i neologisti del calcio – è soltanto quel lancio dalla propria area verso un attaccante che se ne sta solo, disperato, e corre come un matto e magari se ne va in porta. Come nei tornei scolastici.

Del nuovo linguaggio che avvolge il calcio si potrebbe discutere per giorni. Sarebbe meraviglioso redigere cronache sessuali tenendo conto del nuovo linguaggio calcistico. Trasferire gli expected goals nel racconto erotico sarebbe un’esperienza capace di allargare le porte della percezione.

Nel calcio è accaduto quel che invece non è successo nel tennis. Nel calcio difendersi è considerato un disonore. Soprattutto difendersi, se non a oltranza, per larga parte della partita. Rinunciare per un determinato periodo a offendere. Cosa che capita persino negli scacchi dove invece l’arte della difesa resta nobilissima. In tanti altri sport a dire il vero. Ci si difende. Perché esiste l’attacco ma esiste anche la difesa. Sì ma a certe condizioni, è la nuova buona creanza del calcio. È il passepartout per essere considerato à la page. Oggi nel calcio si fa fatica a trovare l’equivalente di Noodles, uno che dice chiaro e tondo: «A me piace la puzza della strada, mi si aprono i polmoni quando la sento». Ci ha provato Ancelotti, anche provocatoriamente, con qualche dichiarazione: «Sto bene, quando sono nel fortino» e infatti – al di là degli ultimi risultati non felici – è ormai guardato col sopracciò dai nuovi Michele del football (Michele è l’intenditore del Glen Grant in un altro spot televisivo démodé).

Tornando al tennis, è come se i pallettari – altra terminologia desueta – fossero considerati il male. E invece nel tennis è andata diversamente. Il partito McEnroe ha perso. Pur essendo certamente più affascinante, la maggioranza dei giocatori ha seguito il modello Borg, con le fisiologiche correzioni temporali. Ma Nadal – tanto per citare il più famoso, il più vincente, il più forte di questa classe di tennisti – non si porta dietro il marchio d’infamia che contraddistinguerebbe un catenacciaro nel calcio. Ovviamente i letterati non vanno in brodo di giuggiole per lui. Il riferimento artistico è Roger Federer – e ci sta – ma Nadal è guardato comunque con rispetto. Anche perché – e forse la differenza è proprio qui – Nadal vince, o comunque ha vinto. E ha vinto tanto. E tante volte ha battuto Federer.

Vuoi vedere che, molto volgarmente, la differenza sta proprio qui? Guardiola ha vinto, ha stravinto. Lo scorso 19 dicembre, si è celebrato il decennale del sextete del Barcellona di Pep che in un anno vinse: campionato, Champions, Coppa del Re, supercoppa europea, supercoppa spagnola e coppa Intercontinentale (oggi Mondiale per club). Da allora, come ha recentemente confessato, è inseguito dalla parola di fallimento che gli attribuiscono a ogni stagione. «Fallisco tutti gli anni» ha detto ironicamente, anche lui vittima della perversione giornalistica. Ha scritto la storia del calcio. Come la scrisse quaranta e più anni prima Helenio Herrera e la sua Inter. Vinceva. E per anni si è tessuto l’elogio di quell’indecenza chiamata contropiede. 

Fonte immagine: Wikipedia

Massimiliano Gallo

Massimiliano Gallo

Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.

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Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.

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