Coronavirus: chi saranno i vincitori e i perdenti nel nuovo ordine mondiale?

Una analisi degli scenari internazionali in vista del “dopo”

Il confronto per la futura leadership tra i vari paesi e i diversi modelli di società in vista del dopo coronavirus è aperto. Per capire quali sono le prospettive ci aiutiamo con la traduzione di ampi stralci dell’articolo di Patrick Wintour, esperto di affari internazionali, pubblicato dal Guardian.

Andrà tutto bene?

Lo slogan partito dall’Italia Andrà tutto bene ha invaso il mondo, ma in realtà andrà davvero tutto meglio quando la pandemia sarà cessata? I leader mondiali, i diplomatici e gli analisti geopolitici sanno che stanno vivendo tempi epocali e riflettono su ciò che questa crisi lascerà in eredità al mondo. Le ideologie, i blocchi di potere, i leader e i sistemi di coesione sociale in competizione sono sottoposti a prove di stress agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Già tutti stanno iniziando a trarre insegnamenti da questa crisi e indicazioni sul “dopo”.

Pandemia e competizione per la leadership globale

In Europa, negli Stati Uniti e in Asia la discussione si è allargata. Tutto è in discussione: i compromessi tra un’economia in crisi e la salute pubblica, i vantaggi dei sistemi sanitari centralizzati o regionalizzati, le fragilità mostrate dalla globalizzazione, il futuro dell’UE, il populismo, il vantaggio intrinseco dell’autoritarismo…

È come se la pandemia si fosse trasformata in una competizione per la leadership globale, e saranno i paesi che risponderanno più efficacemente alla crisi a guadagnare terreno. I diplomatici sono impegnati a difendere la gestione della crisi da parte dei loro governi e spesso rintuzzano con energia le critiche. Sono in gioco l’orgoglio nazionale e la salute. Ogni paese guarda il proprio vicino per vedere quanto velocemente “appiattisce la curva”.

Uniti o divisi per proteggersi dal virus?

Il think tank Crisis Group, nel valutare come il virus cambierà la politica internazionale, suggerisce: “Per ora possiamo discernere due narrazioni concorrenti che guadagnano credito: una in cui la lezione è che i paesi dovrebbero unirsi per sconfiggere meglio Covid-19 e una in cui la lezione è che i paesi devono distinguersi per proteggersi meglio. La crisi rappresenta anche una dura prova delle rivendicazioni contrastanti degli stati liberali e autoritari su chi sappia gestire meglio il disagio sociale. Man mano che la pandemia si sviluppa, metterà alla prova non solo le capacità operative di organizzazioni come l’OMS e le Nazioni Unite, ma anche i presupposti di base sui valori politici che sostengono i diversi modelli.”

Vinceranno i sistemi democratici o i sistemi populisti e autoritari?

Molti della sinistra europea, come il filosofo sloveno Slavoj Žižek, temono anche un contagio autoritario, prevedendo in Occidente “una nuova barbarie con un volto umano: misure di sopravvivenza spietate applicate apparentemente con rammarico, ma legittimate sotto la copertura delle opinioni di esperti”.

Al contrario, Shivshankar Menon, professore ospite presso l’Università di Ashoka in India, afferma: “L’esperienza finora dimostra che gli autoritari o i populisti non sono in grado di gestire efficacemente la pandemia. In effetti, i paesi che hanno risposto presto e con successo, come la Corea e Taiwan, sono stati democratici, non hanno risposto bene invece quelli gestiti da leader populisti o autoritari.”

Il politologo statunitense Francis Fukuyama afferma invece: “La principale linea di demarcazione nella risposta efficace alle crisi non metterà le autocrazie da una parte e le democrazie dall’altra. Il determinante cruciale nelle prestazioni non sarà il tipo di regime, ma la capacità dello stato e, soprattutto, la fiducia dei cittadini nel governo” e cita come esempi positivi la Germania e la Corea del Sud.

La propaganda cinese: da responsabile della pandemia a salvatrice del mondo

Molti sostengono già che l’Oriente abbia vinto questa guerra di narrazioni contrastanti. Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, in un saggio su El País di cui People For Planet ha pubblicato ampi stralci, ha sostenuto che i vincitori sono gli “stati asiatici come Giappone, Corea, Cina, Hong Kong, Taiwan o Singapore che hanno una mentalità autoritaria che deriva dalla loro tradizione di confucianesimo. Le persone sono meno ribelli e più obbedienti che in Europa. Si fidano di più dello stato. La vita quotidiana è molto più organizzata. Soprattutto, per affrontare il virus gli asiatici sono fortemente impegnati nella sorveglianza digitale. Le epidemie in Asia sono combattute non solo da virologi ed epidemiologi, ma anche da informatici e specialisti dei big data”. E prevede: “La Cina sarà ora in grado di vendere il proprio stato di polizia digitale come modello di successo contro la pandemia.” E afferma che gli elettori occidentali, attratti dal desiderio di sicurezza e di un maggiore senso di collettività, potrebbero essere disposti a sacrificare le loro libertà. Del resto c’è già poca libertà nell’essere costretto a trascorrere la primavera nel tuo appartamento.

In effetti, la Cina sta già cercando di affermare la propria vittoria a livello mediatico, riposizionandosi da responsabile prima della pandemia a salvatrice del mondo. Un team di giovani diplomatici cinesi utilizza i social media per diffondere la superiorità del proprio paese. Michel Duclos, ex ambasciatore francese ora presso l’Institut Montaigne, ha accusato la Cina di “tentare spudoratamente di capitalizzare la vittoria contro il virus per promuovere il suo sistema politico. La guerra fredda non dichiarata che si stava preparando da tempo mostra il suo vero volto sotto la dura luce di Covid-19.”

Il teorico delle relazioni internazionali di Harvard Stephen Walt pensa che la Cina potrebbe avere successo. Sulla rivista Foreign Office suggerisce: “Il coronavirus accelererà lo spostamento del potere e dell’influenza da ovest a est. La Corea del Sud e Singapore hanno mostrato la migliore risposta e la Cina è riuscita bene all’indomani dei suoi errori iniziali. La risposta dei governi in Europa e negli Stati Uniti è stata molto incerta e probabilmente ha indebolito il potere del “marchio” occidentale.”

Il modello sud-coreano e la crisi della globalizzazione

La Corea del Sud si sta proponendo come sistema democratico modello, in contrasto con la Cina, rispetto alla quale ha gestito meglio la crisi. La sua stampa nazionale è piena di articoli che mettono in risalto come la Germania stia seguendo il modello sudcoreano di test di massa.

Ma la Corea del Sud, un’economia orientata all’esportazione, deve affrontare anche difficoltà a lungo termine se la pandemia costringerà l’Occidente, come prevede Daniel Cohen in un articolo che People For Planet ha pubblicato, a una rivalutazione totale della catena di approvvigionamento globale. La pandemia ha rivelato gli svantaggi della concentrazione della produzione di forniture mediche solo in alcuni paesi. Di conseguenza, le importazioni just-in-time diminuiranno e la produzione di beni di provenienza nazionale aumenterà. La Corea del Sud può guadagnare apprezzamenti, ma perdere mercati.

Una “Suez” per gli USA?

Fino a prima della crisi del coronavirus gli Stati Uniti sono stati considerati un modello di riferimento per l’Europa. Oggi l’Europa guarda al di là dell’Atlantico il caos quotidiano che è rappresentato dalle conferenze stampa serali di Donald Trump. Nathalie Tocci, consigliere di Josep Borrell, capo degli affari esteri dell’UE, si chiede se, proprio come la crisi di Suez del 1956 ha simboleggiato il decadimento definitivo della potenza globale del Regno Unito, il coronavirus possa segnare il “momento di Suez” per gli Stati Uniti.

L’Unione Europea in bilico

Il perdente al momento rischia di essere l’UE. Nicole Gnesotto, vicepresidente del thinktank del Jacques Delors Institute, afferma: “La mancanza di preparativi dell’UE, la sua impotenza, la sua timidezza sono sbalorditive.” Certo, la salute non fa parte delle competenze dell’UE come istituzione sovranazionale, ma l’UE non è priva di mezzi o responsabilità. “Il primo istinto dei vari stati è stato quello di chiudere i confini, accumulare le attrezzature e le risorse nazionali. In tempi di scarsità emerge l’egoismo, ogni persona pensa a sé stessa, e l’Italia si è sentita inizialmente abbandonata.”

La disputa poi si è allargata in una brutta battaglia tra nord e sud Europa sul MES e i coronabond. Gli olandesi e i tedeschi sospettano che l’Italia stia usando la crisi per ottenere dei finanziamenti in cui il nord finanzia i debiti di un sud “incapace”. Il primo ministro italiano, Giuseppe Conte, sta spingendo sulla questione, dicendo che l’UE “ha un appuntamento con la storia”. Se l’UE fallisse questo appuntamento potrebbe andare in pezzi, ha avvertito.

Il primo ministro portoghese, António Costa, ha parlato di commenti “disgustosi” e “meschini” del ministro olandese Wopke Hoekstra, mentre il ministro degli esteri spagnolo, Arancha González, si è chiesta se gli olandesi capiscono che “stare in una cabina di prima classe non ti protegge quando l’intera nave affonda.”.

L’ex primo ministro italiano Enrico Letta ha detto alla stampa olandese che in Italia l’immagine di paesi come l’Olanda e la Germania è stata gravemente danneggiata: “Non ha aiutato il fatto che il giorno dopo che i funzionari doganali tedeschi hanno fermato una quantità enorme di maschere al confine, camion russi che trasportavano aiuti di soccorso abbiano attraversato le strade di Roma e milioni di maschere siano state spedite dalla Cina. Matteo Salvini sta aspettando questo tipo di azione dai Paesi Bassi e dalla Germania in modo da poter dire: vedi, non abbiamo alcuna utilità a stare con l’Unione europea.”

La posizione dell’UE non è irrecuperabile. Ma con il bilancio delle vittime che sale in tutta Europa e la crisi che ha appena squilibrato il quadro economico dell’UE la sensazione è che il tempo per raddrizzare la rotta non sia molto.

Josep Borrell, capo degli Affari Esteri dell’Ue, insiste che l’Europa sta trovando una sua base comune dopo un inizio difficile. Scrivendo in Project Syndicate, afferma: “Dopo una prima fase di divergenti decisioni nazionali, stiamo entrando in una fase di convergenza in cui l’UE è al centro della scena. Il mondo inizialmente ha affrontato la crisi in modo non coordinato, con troppi paesi che hanno ignorato i segnali di avvertimento e sono andati da soli. Ora è chiaro che l’unica via d’uscita è lavorare insieme.”

Può essere così, ma al momento le situazione è in bilico. C’è ancora molto da fare perché si vada nel senso giusto.

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Bruno Patierno

Bruno Patierno

Mi occupo di marketing e di comunicazione. L’impresa più folle e istruttiva è stata fare l’Assessore a Napoli. Attualmente il mio maggiore interesse professionale è coordinare assieme all’amico Jacopo Fo il Gruppo Atlantide e in mezzo a questo c’è anche fare il project designer di People For Planet. Ne sono molto orgoglioso.

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