Cosa sta succedendo in Catalogna?

La situazione è complicata e non di facile soluzione

Tutto è cominciato con il referendum del 2017, quando il movimento indipendentista catalano ha indetto un referendum non riconosciuta dal tribunale costituzionale spagnolo che chiedeva al popolo catalano di esprimersi per l’indipendenza della regione.

Già in quell’occasione iniziarono gli scontri: la polizia spagnola cercò di impedire l’entrata ai seggi provocando una forte indignazione anche da parte di chi non era d’accordo sul referendum: il diritto di voto non si tocca, dicevano.

Al referendum partecipò meno del 40% della popolazione e ovviamente vinsero i Sì. Il risultato non venne riconosciuto dal governo spagnolo, al tempo guidato da Mariano Rajoy, e questo acuì la tensione nelle piazze.

Le condanne ai separatisti

Lunedì 14 ottobre la Corte Suprema spagnola ha condannato 12 leader separatisti con l’accusa di sedizione, disobbedienza e abuso di fondi pubblici, infliggendo pene detentive fino a 13 anni.

Lasciata cadere invece l’accusa più grave: quella di ribellione.

E queste condanne hanno scatenato il caos con manifestazioni nell’intera Catalogna.

Il tutto complicato dalle prossime elezioni spagnole che si terranno il 10 novembre (le quarte in quattro anni).

Finora si contano un centinaio di feriti e una trentina di arresti ma i numeri son destinati a salire. È stata sospesa a data da destinarsi la partita di calcio Barcellona-Real Madrid.

La protesta non accenna a placarsi malgrado il socialista Pedro Sanchez, Primo Ministro ad interim sia molto più accomodante del predecessore Rajoy, conservatore.

Cosa accadrà?

Pedro Sanchez cerca di non esacerbare il clima alternando dichiarazioni concilianti e toni severi nel condannare le manifestazioni violente e all’interno del suo partito non tutti sono d’accordo nel negare decisamente l’indipendenza catalana.

Questo atteggiamento potrebbe favorire l’estrema destra Vox e il partito liberale Ciudadanos che sostengono l’unità nazionale e bollano Sanchez come traditore.

Presidente o attivista?

Pedro Sánchez oggi si recherà a Barcellona per visitare gli agenti di polizia feriti durante i disordini ma non intende incontrare Quim Torra, capo della Generalitat – ufficialmente il più alto rappresentante dello stato in Catalogna – in quanto lo accusa di aver alimentato le proteste violente invece che aver cercato una soluzione diplomatica. Le proteste in tal senso arrivano anche dal sindaco di Barcellona Ada Colau che ha dichiarato: «Stiamo vedendo un presidente che sembra più attivista che un presidente. Non abbiamo bisogno di un presidente che partecipi alle dimostrazioni invece di spiegare la situazione e come pensa che dobbiamo affrontarla».

Torra infatti ha affermato di sostenere «Tutte le manifestazioni che si stanno facendo in Catalogna» e ha ringraziato «Tutti i manifestanti, le migliaia di persone che sono oggi in tutte le strade, autostrade e autostrade della Catalogna, il suo spirito civile e pacifico ». 

A questa dichiarazione Pedro Sanchez ha ribattuto: «Il primo dovere di qualsiasi funzionario pubblico è quello di garantire la sicurezza dei cittadini, nonché la sicurezza di qualsiasi spazio pubblico o privato contro comportamenti violenti. Il secondo è preservare la convivenza tra tutti i membri della società civile ed evitare la frattura della loro comunità. Il suo comportamento si è spostato nei giorni scorsi esattamente nel modo opposto».

La situazione è complicata e probabilmente a definirla saranno le elezioni del 10 novembre.

Foto di lecreusois da Pixabay 

Gabriella Canova

Gabriella Canova

Fa parte della Redazione. Si occupa dei rapporti con i redattori esterni nonché della stesura di vari articoli relativi alle tematiche del portale.

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