Covid-19: Diario di 24 ore al Pronto Soccorso del Policlinico di Milano

Tutto è iniziato con una semplice radiografia al torace. Poi, esame dopo esame…

Questo racconto è ben poca cosa rispetto a quello che potrebbe scrivere chi ha lottato tra la vita e la morte, o chi ha visto un suo caro non farcela. È la modesta testimonianza di 24 ore di ricovero al  Policlinico di Milano. Per sospetto Coronavirus.

Come tutto è iniziato

Premessa. Il 21 febbraio, mentre a Codogno il primo paziente si ammalava, ero partito per una breve vacanza in Alto Adige, prenotata da un pezzo. Sulle piste si andava da -14 a + 8. Ho sudato e preso freddo. Tornato a Milano, ho avuto per alcuni giorni qualche linea di febbre (37.4) e tosse (grassa), supervisionata dalla mia dottoressa di base e curata con tachipirina.

Tutto normale… o forse no

Poi sono stato bene per parecchi giorni, prima di una ricaduta con febbre più alta: 38.3. A quel punto la dottoressa mi convoca per una visita e poi mi manda a fare una radiografia del torace, che è anche il primo passo per vedere se ho il Coronavirus. L’ambulatorio è ancora aperto: chiuderà il giorno dopo. Il risultato non è bello, nei polmoni c’è casino. Meglio fare altri accertamenti. Così, sempre seguendo le indicazioni del mio medico, vado al Pronto Soccorso del Policlinico, che è a pochi passi.

Al Pronto Soccorso

L’infermiera all’accettazione, vista la mia rx, mi dà un codice verde, e una mascherina chirurgica. Quella che avevo io era una di quelle fornite dalla Protezione Civile, che l’assessore al Welfare lombardo, Gallera, aveva definito “carta igienica”. Nella sala d’attesa su una sedia ogni quattro è stata messa una striscia rossa. Sono le uniche sulle quali ci si può sedere, per tenere la distanza.
Ci sono altre quattro persone, che si guardano male l’un l’altro: ognuno ha paura che siano gli altri a contagiarlo.
Mi fanno gli esami del sangue, che poi risulteranno tutti sballati. L’infermiera mi fa una serie di domande, e un altro infermiere, piuttosto alto, scrive al computer le mie risposte.

Ma, sentito che sono stato in Alto Adige, l’infermiera devia il discorso: anche lei ci va sempre. Sì, anche lei in Val Pusteria. Sì, è bellissimo. Le montagne più belle del mondo. Istintivamente le sono grato, è un attimo di distrazione, di normalità, che spezza per un po’ l’ansia per quegli esami dai quali dipende il mio futuro.

Poi tocca all’ossimetria, che controlla la percentuale di ossigeno nel sangue. Devo camminare sei minuti con una specie di molletta al dito, collegata a una macchinetta che fa bip bip. Dopo due minuti la macchinetta impazzisce e inizia a urlare. “Adesso le facciamo il tampone. Non lo facciamo a tutti” mi dice l’infermiere, quello alto.

Tampone: sembra un privilegio raro

Il tampone non è altro che un grosso e lungo cotton fioc, che ti infilano su per il naso, fino a farti lacrimare. Un po’ fastidioso, ma niente di che.

“Quanto tempo ci vorrà per i risultati?”. “Quattro – cinque ore”. Caspita, mi tocca tutto il pomeriggio in sala d’aspetto. Torno di là, circondato da sguardi d’odio degli altri in attesa.

Io ho fatto il tampone: sono io il monatto che li infetterà.

Dopo un paio d’ore torna l’infermiere alto: “Abbiamo visto gli esami del sangue. Non sono bellissimi. Per stanotte la ricoveriamo”.

 Mi indica la strada, l’ascensore, il piano. Salgo da solo.

Ricoverato

Sulla porta del reparto c’è un infermiere vestito da palombaro (tuta, copri scarpe, mascherina, schermi di plastica per proteggere il volto) che mi accompagna in una stanza con sulla porta un grosso cartello: “I pazienti ricoverati in queste stanze NON POSSONO ASSOLUTAMENTE USCIRE”.

È una camera a due letti, con bagno e tv. Tiro un respiro di sollevo. Già mi ero immaginato una camerata piena di sospetti contagiati, o, peggio, un corridoio. Per fortuna sono l’unico ospite, anche se al triage mi avevano avvisato che l’ospedale è pieno.

Guardo fuori dalla finestra. In cortile c’è un albero pieno di fiori bianchi. Dopotutto è primavera. Mi viene in mente l’ultima volta che sono uscito, prima di stamattina.
Era qualche giorno fa, prima che tornasse la febbre. Ero andato a prendere il pane da un egiziano che lo fa sottile e croccante. Entro e non vedo nessuno. All’improvviso da sotto il bancone compare una ragazza sui vent’anni, che sfodera un sorriso da bimba, piena di gioia come una che ha fatto uno scherzo ben riuscito.  Non posso fare a meno di sorriderle di rimando. Per un attimo restiamo così, due sconosciuti che in una Milano deserta e impaurita si sorridono. Poi lei dice “scusi…”. “E di che? Volevo del pane…”. Siamo rientrati nei nostri ruoli. Esco dal negozio provando un senso di gratitudine verso quella ragazza. Mi ha regalato un attimo bellissimo. Prezioso.

Ora, qui in ospedale, mi domando quando capiterà di nuovo qualcosa del genere, quanto tempo dovrò stare qui dentro.

Il pomeriggio passa guardando in tv un programma sulla vita di Giosuè Carducci, poi uno sulla guerra in Africa Orientale, e rassicurando al telefono parenti e amici che in fondo andava tutto bene.

Sì, tutto bene, a parte la spossatezza infinita che ho da giorni e la preoccupazione sull’esito del tampone. Che succederà se mi trovano positivo? Che succederà se la mia situazione all’improvviso si aggrava? Le storie su quelli intubati che rischiano, o muoiono, senza neanche il conforto di un parente sono terribili.

Mi tengo su recitando il mio mantra personale: “Combatteremo sulle spiagge. Combatteremo nei luoghi di sbarco. Combatteremo nei campi e nelle strade. Combatteremo sulle colline. Non ci arrenderemo mai”. C’è chi prega la Madonna, il suo santo preferito, Buddha, Vishnu, Wakan Tanka o Manitù. Il mio “santo” di riferimento nelle situazioni difficili è sir Winston Churchill, e questo è un brano del suo celebre discorso dopo la ritirata di Dunkerque, quando l’invasione dell’Inghilterra da parte dei nazisti sembrava inevitabile.
Sono retorico? Vi paio buffo? Vi faccio ridere? Non me ne frega niente. Trovo che in situazioni di bisogno qualunque cosa faccia stare un po’ meglio va bene e ha pari dignità. Anche il mago Otelma, se a qualcuno serve il mago Otelma.

Provo a chiedere se posso farmi portare pigiama e spazzolino, ma mi dicono che, essendo un reparto di isolamento, è piuttosto complicato far arrivare qualcosa da fuori. Se domani mi trattengono, si troverà il modo, ma per stanotte mi devo arrangiare così.
Vabbé, poco male.

È quasi mezzanotte quando spengo la luce.

Un ospite inaspettato

Un attimo dopo si spalanca la porta ed entra una lettiga.
Tutta la notte da solo: era troppo bello.
In un attimo passo dall’Hotel Policlinico, un posto non dico gradevole ma ok, se dimentichi perché sei lì, all’Overlook Hotel, quello di “Shining”.

Il nuovo ospite parla un italiano stentato, capisco che è cinese. E questo non mi rassicura affatto.
Il suo letto è a meno di un metro dal mio. Lo faccio notare all’infermiere, sottolineando che al Pronto Soccorso c’era una distanza ben maggiore tra una sedia e l’altra, e gli chiedo di spostare il mio letto il più lontano possibile.

Fa un’aria comprensiva. Dice che provvederà. Ma poi scompare.
Dopo avere atteso per un tempo che mi pare infinito, almeno mezz’ora, opto per il fai da te.
Individuo la levetta che sbocca il mio letto e, mentre parte un tenue segnale di allarme che avvisa che un letto non è più fisso, lo sposto contro la finestra, al lato opposto della camera. Ora ci saranno due metri ,due metri e mezzo di distanza. Va un po’ meglio.

Bardato con mascherina e sciarpa avvolta sugli occhi, mi giro dall’altra parte e tento di dormire.

Dormire? Impresa impossibile

Il cinese è perennemente al telefono, e quando non è al telefono parla da solo o si lamenta.

Gli chiedo cortesemente se, essendo ormai le due di notte, potrebbe perlomeno smettere di parlare ad alta voce.

Lui si profonde in scuse e mi spiega che sta chiamando una ambulanza privata con la quale è d’accordo per andare a fare una dialisi la mattina presto.

Dialisi? Mi tolgo la sciarpa dagli occhi e per la prima volta lo guardo bene. Lui si è tolto il lenzuolo. Ha una gamba tagliata all’altezza del ginocchio, l’altro piede completamente fasciato, e il ventre coperto di piaghe. Deve essere un diabetico grave.

Mi taccio, sentendomi un verme per essermi lamentato.

Ma perché c’è un diabetico in questo reparto? Non può essere perché non c’è posto: i diabetici muoiono come mosche per il Coronavirus, metterlo in questo reparto se non ce l’ha significa rischiare di condannarlo a morte.

Ma allora l’hanno messo qui perché il Coronavirus ce l’ha già?

E quindi, con una notte con lui, rischio di prendermelo, se per caso non ce l‘avevo quando sono entrato?

Ogni ipotesi di prendere sonno ormai è cancellata.

Non ho più sonno. Ho soltanto paura

Verso le 3 arriva un’infermiera con un apparato portatile per le radiografie e gli fa una rx del torace. Allora non sono ancora certi che abbia il coronavirus… Ma torna la domanda precedente: perché mettere in diabetico qua dentro?

Passa un’altra ora, e gli fanno gli esami del sangue.

Ma qualcosa va storto. Devono avergli rotto una vena, perché poco dopo che l’infermiera è andata via, inizia a zampillare sangue come una fontanella.

Mi alzo e timidamente infrango il divieto di aprire la porta: “Scusi, questo signore perde sangue…”.

L’infermiere arriva e risolve il problema. Intanto il lenzuolo è zuppo, e anche parte del pavimento.

Ma i lenzuoli sono finiti. Bisogna tenersi quello insanguinato.

Da ore ho una sete tremenda e approfitto del momento per chiedere una bottiglia d’acqua. Anche il signore cinese ne vuole una.
Anche le bottigliette sono finite: “Se vuoi ti riempio la tua dal rubinetto” propone l’infermiere. Perfetto, meglio che niente.

Qui il “lei” non esiste. Il “tu” domina dal primo istante. Appena entri qui, non conta più chi sei, la tua posizione sociale, la tua cultura, il tuo denaro. Qui dentro tutti sono uguali.
Giustamente, ci mancherebbe altro. Ma fa pensare alla famosa “livella” di Totò, la morte, che rende uguali l’aristocratico e il netturbino. In ospedale funziona anche se non sei morto. O non ancora.

L’impressione è che il reparto sia davvero allo stremo. Mancano persino le cose basiche.

Resiste una cosa più importante: la gentilezza

Il signore cinese chiama l’infermiere decine di volte nel corso della notte. E ogni volta lui viene, gentile, premuroso. Una sola volta gli dice: “Non puoi chiamare ogni cinque minuti, ho molti altri pazienti a cui pensare, non posso stare solo dietro a te”. Ma non lo dice in modo aggressivo o spazientito. Il tono è calmo, tranquillo. Quasi affettuoso.

E l’altra infermiera quando viene in camera non manca mai di mettere un “caro” nella frase. È una parola che qui dentro – dove non c’è ancora il dolore, ma la preoccupazione, quella sì, domina – fa piacere. Rassicura.

Verso le 8 il mio compagno di stanza viene finalmente caricato sull’ambulanza che lo porterà a fare la dialisi, al Sacco. Forse è una coincidenza, ma è l’ospedale numero uno di Milano per il Coronavirus.

Provo a chiedere a un infermiere cosa aveva quel signore cinese, ma mi risponde che non lo sa, qui arriva ogni giorno tanta gente…

Le hanno detto che lei è negativo?

Verso mezzogiorno passa il medico di turno: “Le hanno detto che lei è negativo?”.

“No…”.

“Il risultato del tampone è arrivato stanotte. Lei ha una polmonite batterica. Può tornare a casa. Prenda questo antibiotico…”.

Quasi non lo sento più. Sono troppo felice. Certo, se qualcuno me lo diceva stanotte mi evitavo ore di angoscia, ma adesso non importa. È strano essere felici di avere la polmonite, ma è così. Mi sembra una cosa meravigliosa. Negativo! Non è una parola bellissima?  Mi dimentico pure di chiedergli informazioni sul perché il cinese stava qui.

“Naturalmente deve stare attento, perché potrebbe essere un falso negativo. Ce ne sono più di quanti lei pensa. Se i sintomi peggiorano ci contatti subito. Buon giorno”.

Pare il gioco dell’oca: credi di essere vicino al traguardo, e magari invece torni alla casella di partenza.

Al diavolo il falso negativo, sono NEGATIVO e basta. Appena a casa stappo una bottiglia di champagne per festeggiare la mia “banale” polmonite.

Poi mi tornano in mente la sala d’attesa del Pronto Soccorso, gli altri “sospetti” seduti poco lontano da me, le notizie sulle migliaia di medici e infermieri che si sono infettati in ospedale, il signore cinese…

Devo pazientare almeno 14 giorni da quando esco da qui, così sarò sicuro di non essere entrato sano e uscito malato.

Il brindisi lo rimando. Lo farò tra due settimane. Lo champagne può aspettare ancora un po’.

Intanto lo metto in frigo.

Foto di ds_30 da Pixabay

Sergio Parini

Sergio Parini

Ha lavorato come giornalista per diverse testate, tra cui “Donna Moderna”, “Linus”, “Il Manifesto”, “Panorama”. E' Direttore Editoriale di PeopleForPlanet

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Sergio Parini

Sergio Parini

Ha lavorato come giornalista per diverse testate, tra cui “Donna Moderna”, “Linus”, “Il Manifesto”, “Panorama”. E' Direttore Editoriale di PeopleForPlanet

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