Covid-19, Harward: «La Lombardia ha sbagliato»

«Gli errori possono aiutare gli altri», ma l’esodo a Sud andava “bloccato”

«È ormai chiaro: una risposta efficace al virus deve essere orchestrata come un sistema coerente di azioni intraprese contemporaneamente». Come hanno fatto Cina e Corea, ma non noi, che, visti da fuori, sembriamo schizofrenici nelle decisioni, quasi casuali da regione a regione. Lo sostiene un gruppo di ricercatori di Harvard, che ha pubblicato qui una lunga analisi dei nostri errori, affinché altri Paesi e altre regioni italiane non li replichino.

«La Lombardia, una delle aree più ricche e produttive d’Europa, è stata colpita in modo sproporzionato da Covid-19. Detiene il triste record di contagi e morti, su una popolazione di 10 milioni di persone. Il Veneto, al contrario, è andato molto meglio», sebbene concentri una popolazione di 5 milioni. Le due gestioni vengono messe a confronto, per quanto riguarda le diverse scelte di salute pubblica fatte all’inizio del ciclo della pandemia.

Il Veneto ha protetto i suoi medici e i suoi cassieri

In particolare, a fronte di approcci simili per quanto riguarda il distanziamento sociale e le chiusure dei negozi, il Veneto ha adottato un approccio molto più articolato. «Ha messo in campo test approfonditi su casi sintomatici e asintomatici. Ha tracciato tutti i potenziali positivi. Se qualcuno è risultato positivo, sono stati testati tutti nella sua casa e anche il vicinato. Se i kit di test non erano disponibili, tutti sono stati messi in quarantena. È stata data forte enfasi alla diagnosi e all’assistenza domiciliare. Ove possibile, i campioni sono stati raccolti direttamente dalla casa di un paziente e quindi elaborati nei laboratori universitari regionali e locali. Sforzi mirati sono stati fatti per monitorare e proteggere medici e infermieri, compresi gli operatori sanitari nelle case di cura i e lavoratori esposti al pubblico, ad esempio i cassieri dei supermercati, i farmacisti e il personale dei servizi pubblici operanti.»
La Lombardia – invece – ha scelto un approccio più conservativo ai test. Ha finora condotto la metà dei test del Veneto, sebbene abbia una popolazione più vasta e un contagio più esteso, e si è concentrata praticamente «solo sui casi sintomatici, facendo investimenti limitati in tracciabilità, assistenza domiciliare e monitoraggio e protezione dell’assistenza sanitaria dei lavoratori». Si ritiene – conclude quindi il team – che l’insieme delle politiche attuate in Veneto abbia ridotto considerevolmente l’onere per gli ospedali e minimizzato il rischio di diffusione di Covid-19 nelle strutture mediche, un problema che ha avuto un grande impatto sugli ospedali in Lombardia.

Ritardo nel riconoscere gli errori

«Il fatto che politiche diverse abbiano prodotto risultati diversi in regioni altrimenti simili avrebbe dovuto essere riconosciuto fin dall’inizio come una potente opportunità di apprendimento. I risultati emersi dal Veneto avrebbero potuto essere utilizzati per rivedere velocemente le politiche regionali e centrali. Tuttavia, è solo negli ultimi giorni, un mese intero dopo lo scoppio in Italia, che la Lombardia e altre regioni stanno prendendo provvedimenti per emulare alcuni degli aspetti dell’ “approccio veneto”, che includono fare pressione sul governo centrale per rafforzare la capacità diagnostica.»

Inadatti ad affrontare una pandemia

Per quanto riguarda la problematica della clamorosa gestione del paziente 1, che non era stato correttamente diagnosticato e isolato, la rivista di Harvard scrive: «Parlando con i media, il primo ministro italiano ha riferito di questo incidente come prova di inadeguatezza manageriale di uno specifico ospedale. Tuttavia, un mese dopo è diventato più chiaro che l’episodio avrebbe potuto essere emblematico di un problema più profondo: gli ospedali italiani sono mal equipaggiati per fornire il tipo di assistenza necessaria durante una pandemia».

La cattiva gestione dei dati

All’inizio della pandemia, il problema era la scarsità di dati. «Più specificamente, è stato suggerito che la diffusione silente del virus nei primi mesi del 2020 potrebbe essere stata facilitata dalla mancanza di capacità epidemiologiche e dall’incapacità di registrare sistematicamente picchi di infezione anomala in alcuni ospedali».

Più recentemente, il problema sembra essere la precisione dei dati. In particolare, nonostante il notevole sforzo del governo italiano, «alcuni commentatori hanno avanzato l’ipotesi che la notevole discrepanza nei tassi di mortalità tra l’Italia e altri paesi e tra regioni italiane possa essere conseguenza di approcci diversi. In assenza di dati realmente comparabili (all’interno e tra i paesi) è più difficile allocare risorse e comprendere cosa sta funzionando dove», e agire per promuovere le strategie vincenti ovunque.

«La necessità di dati a livello micro non può essere sottovalutata». Invece di nascondere differenze di fondo tra sistemi sanitari regionali, «dovremmo esserne pienamente consapevoli e pianificare di conseguenza l’allocazione delle nostre risorse limitate. Solo disponendo di buoni dati al giusto livello di analisi, i politici e gli operatori sanitari possono trarre le giuste conclusioni su quali approcci stanno funzionando e quali no».

Quale sia la strada migliore è ancora incerto

«C’è ancora un’enorme incertezza su cosa debba essere fatto esattamente per fermare il virus. Diversi aspetti chiave del virus sono ancora sconosciuti e oggetto di accesi dibattiti e probabilmente rimarranno tali per un considerevole periodo di tempo. Inoltre, si verificano ritardi significativi tra il tempo di azione (o, in molti casi, l’inazione) e gli esiti (sia infezioni, che mortalità). Dobbiamo accettare che una comprensione inequivocabile di quali soluzioni funzioneranno probabilmente richiederà diversi mesi, se non anni».

Agire come nei blitz di guerra

«Tuttavia, due aspetti di questa crisi sembrano essere chiari dall’esperienza italiana“. Innanzitutto: non c’è tempo da perdere, vista la progressione esponenziale del virus. In secondo luogo, un approccio efficace nei confronti di Covid-19 richiederà una mobilitazione simile a quella necessaria in guerra – sia in termini di entità delle risorse umane che economiche che dovranno essere impiegate, nonché l’estremo coordinamento che sarà richiesto in diverse parti del sistema di assistenza (strutture per la quarantena, ospedali, medici di base, ecc.), tra entità diverse sia nel settore pubblico e privato, e la società in generale.

«Si doveva bloccare l’esodo»

«L’Italia si è mossa tardi – conferma ai nostri microfoni Francesca Polverino, napoletana, ma da 15 anni pneumologa e docente di medicina presso l’Universita dell’Arizona (Tucson, Arizona, USA) e Harvard University (Boston, USA) – ma prevalentemente per indole degli italiani. Rispetto ai cinesi, che tra l’altro avevano l’esercito davanti alla porta, noi siamo più socievoli e per noi è più difficile limitarci e rispettare regole tanto limitanti. All’inizio tutti la prendevamo sotto gamba. In Cina il regime dittatoriale ha potuto stabilire il confinamento della popolazione in tempi rapidi. Nel nostro caso è troppo facile puntare il dito. È una situazione nuova e inaspettata. Si poteva bloccare – questo sì – l’esodo delle persone al Sud, che credo si rivelerà qualcosa di disastroso. Ma il grosso della responsabilità resta al singolo”.

Leggi anche:
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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista, responsabile sezione Green per People For Planet. Ambiente, femminismo e mobilità i miei temi culto. I commenti sono solo miei.

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Michela Dell'Amico

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