Covid-19, in Germania focolai nei mattatoi

1.533 contagiati, migliaia di lavoratori in quarantena, per lo più immigrati

Quello della Tönnies, a Rheda-Wiedenbrück nel Nord Reno-Vestfalia è il più grande mattatoio d’Europa. Si lavorano ogni giorno 20.000 maiali per produrre 2.000 tonnellate di tagli vari che sono esportati in tutto il mondo, compresa l’Italia per la produzione del prosciutto.

A lavorare tutta questa carne 7.000 operai per lo più immigrati dall’Europa dell’est che vivono in case dormitorio. E, soprattutto molti di questi operai non è direttamente dipendente del mattatoio ma assunta da ditte in subappalto, per lo più straniere.

Chi ha infettato chi? Non è la domanda giusta, è strano che non sia successo prima. Malgrado l’Azienda dichiari che l’igiene è la priorità e che gli ambienti a fine giornata vengono accuratamente sanificati, che gli operai lavorano da sempre con tute e mascherine, di fatto il lavoro prevede file serrate di operai che lavorano fianco a fianco i tagli della carne che passano su un nastro trasportatore a una temperatura di 12 grandi, l’ideale per la diffusione del virus.

Torniamo ai numeri, per capire meglio: gli addetti sezionano 1000 maiali all’ora, 100.000 a settimana. Inoltre gli operai hanno mangiato insieme in mensa fino ad aprile. E dormito in camere con due/tre letti ognuna.

Per produrre la carne a basso costo tocca fare così: meccanizzare il più possibile il processo di macellazione, affidarsi ad aziende esterne, pagare poco gli operai, ecc.

E forse sta proprio qui il problema. Scrive Michele Serra su Repubblica:

“Il caso dei mattatoi tedeschi divenuti focolai del coronavirus sembrerebbe dovuto alle condizioni di lavoro molto promiscue, e febbrili nei ritmi, necessarie per produrre carne a basso costo. Ovviamente con manodopera quasi tutta immigrata. La ‘giustificazione‘, già sentita, è che per lavorare meglio e produrre meglio bisognerebbe alzare i prezzi”.

Poi che i prezzi bassi della carne in realtà innalzino i prezzi della sanità pubblica per curare gli operai ammalati è un altro discorso. Per non parlare poi dei costi “ecologici” di una produzione di questo tipo.

“Azzardo una formuletta” continua Serra: “Prezzi bassi più salari bassi uguale società bassa. È una soluzione così strampalata immaginare salari più alti e prezzi più verosimili, più ‘puliti’ da ogni punto di vista?”

Ci piace questa “formuletta” che potrebbe essere applicata a un sacco di settori. Intanto potremmo diventare vegetariani.

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Foto di BlackRiv da Pixabay

Gabriella Canova

Gabriella Canova

Fa parte della Redazione. Si occupa dei rapporti con i redattori esterni nonché della stesura di vari articoli relativi alle tematiche del portale.

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