Origine del Covid-19: Perché le relazioni uomo-animale devono cambiare

Anche se questo messaggio continua a circolare, l’origine del Covid-19 non è artificiale. E’ invece dimostrato derivare dalle relazioni troppo ravvicinate con il mondo animale.

La distruzione o l’invasione degli equilibri ecosistemici, che porta al cosiddetto “salto di specie”, è la prima causa dell’attuale pandemia del virus SARS COV2, e questo ci porta a dover ripensare molte attività economiche e pratiche che hanno parecchio a che fare con il cambiamento climatico e l’uso dei suoli.

Il salto di specie, o spillover, dai pipistrelli all’uomo senza ospite intermedio, è stata la prima causa alla quale i ricercatori hanno pensato relativamente alla malattia COVID-19: infatti i primi casi infettati erano collegati all’esposizione diretta al mercato all’ingrosso di frutti di mare di Huanan a Wuhan. Tuttavia, i casi successivi non sono stati associati a questo meccanismo di esposizione ed è rimasto comunque da dimostrare se avvenuto per spillover o se solo da trasmissione da uomo a uomo.

11 miliardi di persone nel 2030

La crescita della popolazione nel 2030 si attesterà su circa 11 miliardi di persone e l’attuale modello di crescita di moltissimi paesi prevede che per sfamare tutti si debba procedere con un uso sempre più massivo delle produzioni animali e agricole, e di conseguenza di antibiotici, acqua, pesticidi e fertilizzanti; al contempo questa presenza così diffusa e quasi ubiquitaria dell’uomo faciliterà aumento e tassi di contatto tra questi e gli animali selvatici e domestici: il tutto comporterà l’emergere e la diffusione di agenti infettivi. La conclusione appartiene allo studio di Jason R. Rohr, Malattie infettive umane emergenti e collegamenti con la produzione alimentare globale, per il quale il contatto sempre più spinto e frequente tra uomo e animali selvatici è tra le cause principali di questo passaggio.

Anche lo studio di Andersen K.G. pubblicato pochi giorni fa su Nature Medicine, L’osservazione sistematica delle sequenze genetiche di SARS COV-2, fa vedere, senza ombra di dubbio, l’origine naturale e zoonotica, in particolare derivante da pipistrelli e pangolini. È dunque dimostrata anche la falsità di un’origine del virus in laboratorio o che sia stato appositamente manipolato. Ma è soprattutto dimostrato quanto sia fondamentale per tanti aspetti, che poi riportano comunque tutti alla salute, mantenere il delicato equilibrio tra ecosistemi diversi e dentro questi.

Questa pandemia può davvero rappresentare un’opportunità per molti aspetti, e la risposta non può essere solo “reattiva”, cioè limitata ai farmaci, vaccini, sussidi, o peggio, solo al buonismo dei balconi. Di certo la risposta deve riguardare anche gli investimenti nella sanità pubblica a 360 gradi, ovvero su quelle risorse che possono salvarci la vita, e su quelle persone, e quindi categorie, che oggi stanno cercando di salvare vite e sono in prima linea. Ma non solo.

Attività economiche ad alto impatto ambientale

In questi tempi pieni di incertezze che vanno sotto il nome di Antropocene e di Capitalocene, dove appunto la distruzione, il mutamento o comunque l’invasione di nuovi ecosistemi fanno purtroppo parte di molte attività economiche ad alto impatto ambientale presenti ancora e consentite, la svolta per garantire il funzionamento e il rispetto degli ecosistemi della Terra non può che avvenire anche a livello di cambiamento climatico e di cura dell’ambiente, a livello sociale, a livello economico. Il rischio, altrimenti, è che il disastro si ripresenti sotto questa forma o un’altra.

Potranno essere eventi metereologici estremi, saranno incendi di tundra e foresta, o lo scioglimento dei ghiacciai che libera permafrost, virus e batteri sconosciuti, o ancora l’innalzamento dei livelli marini su tempi più lunghi, certo, ma non così lontani o infine, appunto, una nuova pandemia.

Gli animali selvatici quindi possono essere portatori sani di virus, e se vi fosse il rispetto della natura e di questi equilibri, non ci sarebbe contatto con l’uomo e quindi non passerebbero su larga scala a infettare così tante persone. A ciò si aggiunge che, anche là dove non sia l’uomo per primo invasore degli habitat o distruttore, lo stesso cambiamento climatico costringe le specie a venire a contatto con altre specie che potrebbero essere vulnerabili alle infezioni.

Anche la caccia e il cambiamento di uso del suolo, come la trasformazione di boschi in campi coltivati per assicurare mangimi agli allevamenti intensivi o per bio-carburanti, possono essere responsabili di un contatto alterato con la fauna. Al contrario mantenendo gli ecosistemi intatti, riducendo al massimo gli allevamenti intensivi – un vero flagello per il pianeta anche per molti altri aspetti – si riducono le probabilità di contatto e trasmissione di agenti patogeni tra uomo, bestiame e fauna selvatica.

Secondo Moreno Di Marco (et al. “Opinione: lo sviluppo sostenibile deve tenere conto del rischio di pandemia-PNAS”, 25 febbraio 2020 117 (8) 3888-3892), circa il 70% delle malattie infettive emergenti e quasi tutte le pandemie recenti, hanno origine negli animali (la maggior parte nella fauna selvatica) e la loro emergenza deriva da complesse interazioni tra animali selvatici e/o domestici e umani. L’emergenza della malattia si correla con la densità della popolazione umana e la diversità della fauna selvatica, ed è guidata da cambiamenti antropogenici come la deforestazione e l’espansione dei terreni agricoli (cioè, il cambiamento nell’uso del suolo), l’intensificazione della produzione di bestiame e un aumento della caccia e del commercio della fauna selvatica.

«L’umanità sta gravando pesantemente sulla Terra. Abbiamo enormemente aumentato la nostra ‘Impronta ecologica’. Perturbando i sistemi che supportano la vita sulla Terra mettiamo in pericolo la nostra stessa salute e le possibilità di sopravvivere. E il percorso non potrà essere ancora lungo finché continueremo a lasciare ‘impronte’ come quelle che hanno fin qui caratterizzato il nostro sviluppo».
Tratto dal saggio: Malattia, uomo, ambiente. La storia e il futuro. Di Tony Mc Michel.

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Elisa Poggiali

Elisa Poggiali

Ingegnere ambiente e territorio, membro del database 100 esperte.it nei settori S.T.E.M., si occupa di ambiente, tecnologia, innovazione e networking per la sostenibilità.

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Elisa Poggiali

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