Bracciante

Covid, il diritto alla salute non è per tutti. Focolai a Mondragone e Bologna, positivi braccianti stranieri e operai

Dove ci sono meno diritti il virus tende a propagarsi più facilmente

A Mondragone, un focolaio dell’epidemia concentrato in cinque edifici popolari abitati dalla comunità dei braccianti stranieri, fa esplodere la tensione con i residenti.
Da un lato ci sono loro, gli immigrati bulgari che vivono nei Palazzi Cirio, dichiarati zona rossa il 22 giugno, quando una donna viene trovata positiva ai test. A catena, si scoprono altri 49 positivi sui circa 700 che vivono nei casermoni e scatta la quarantena fino al 30 giugno. Decine di persone vengono portate via per le cure o per essere isolate. Ma l’obbligo di restare chiusi nel proprio domicilio viene violato più volte e i residenti iniziano a storcere il naso, soprattutto dopo alcune “passeggiate” di protesta.
Dall’altro lato, ci sono proprio loro, i cittadini “normali” di Mondragone. In circa 200 si danno appuntamento davanti ai Palazzi dopo la notizia delle fughe notturne dei bulgari in quarantena. La tensione è altissima, volano sedie dai balconi di quegli immigrati che sono a Mondragone per lavorare nei campi, spesso in condizioni estreme di caporalato, di fatto ghettizzati nei palazzoni della periferia.

Il linguaggio del populismo li vuole immigrati, per lo più irregolari, occupanti abusivi di appartamenti, gente che vive nell’illegalità e, per giunta, se ne infischia delle regole della quarantena. Se è vero che le case sono state occupate illegalmente e che le regole sono state violate, è vero anche che quei braccianti protestano e violano quelle regole perché vogliono continuare a lavorare per vivere. Chiedono che chi risulta negativo ai test torni a lavorare.
Il sindaco Virgilio Pacifico, nelle prime ore di protesta, parla di loro come di «50 cittadini stranieri che, violando il cordone sanitario, hanno creato paura nella cittadinanza».

Le tensioni accumulate a Mondragone da decenni sono esplose ieri.

Ognuno sfoga le proprie. Sotto ai Palazzi, in strada, le auto con targa straniera vengono prese di mira, in pochi minuti diventa una battaglia tra gli italiani e quegli stranieri che «si sentono padroni della città». Viene occupata anche la statale Domiziana.
Il presidente della Regione Vincenzo De Luca chiede l’invio dell’esercito. I militari arrivano quando a Mondragone si fa sera. De Luca punta il dito dritto contro la comunità bulgara, da anni accusata dai cittadini di vivere ai margini della legalità. I motivi non sembra chiederseli nessuno, nessuno si scaglia contro il caporalato e gli sfruttatori. Nulla sembra importare nei momenti più caldi.
Il sindaco prova a gettare acqua sul fuoco: «Il problema sociale è forte ma non è questo il momento di acuire lo scontro con la comunità bulgara», dice, quando ormai è tardi.

La paura, unita alla stanchezza di fronte a decenni di abbandono, ha scatenato una rivolta prevedibile. I cittadini di Mondragone hanno paura del virus, della crisi e di chi non rispetta le regole, ma non dello straniero in sé come i populisti narrano, nella loro opera di semplificazione che poco ha a che vedere con la realtà. La guerra allo straniero nasconde la paura per un territorio che questo focolaio potrebbe mettere in ginocchio proprio nel momento della ripresa. I turisti cancelleranno le prenotazioni, anche loro per paura del Covid e, ora, di quel focolaio ai Palazzi Cirio.

Scrive Roberto Saviano:

«Le pandemie radicalizzano le contraddizioni esistenti, non le generano. I lavoratori bulgari contagiati a Mondragone vivono in palazzine occupate abusivamente e sono parte di quella infinita manodopera che lavora nelle campagne meridionali senza diritti, spesso senza contratti, senza nessuna sicurezza. E quando viene tolta la sicurezza del diritto e della salute a una parte della comunità, nessuno è al sicuro».

Il populismo tenta di contrapporre italiani e stranieri, i fatti ci dicono che quei bulgari sono ai margini della società, in condizioni arcinote e volutamente ignorate dalle istituzioni per decenni. Sono le vittime della prassi, di un’Italia che a lungo ha contato sullo sfruttamento della manodopera straniera, sottopagata, nei campi e che oggi sembra stupirsene pur continuando a mangiare i “pomodori del caporalato” a pranzo e cena. Dall’altra parte, cittadini come quelli di Mondragone scaricano paura e tensione in una protesta contro lo straniero che in realtà è il frutto marcio della mala gestione della pandemia sul piano dei diritti.

Emerge il problema sociale della pandemia in tutte le sue sfumature. Più volte è stato ribadito che il Covid è un virus democratico, che non distingue tra ricchi e poveri e non conosce confini territoriali. Quasi come se fosse la manna per riformare una società globalizzata che ha cancellato una serie di diritti fondamentali. Ma democratico, invece, non è.
Lo smart working non è una gioia per tutti; il lockdown in un monolocale non è come il lockdown in una villa con piscina; l’epidemia nei Paesi poveri non è come l’epidemia nei Paesi in cui il sistema sanitario regge e tutti i cittadini hanno accesso alle cure. E allora c’è anche chi, senza tanto clamore, ha dovuto continuare a lavorare senza poter troppo reclamare il proprio diritto alla salute.

«Abbiamo creduto si fosse scelto l’approccio etico, ma poi abbiamo scoperto che laddove c’erano maggiori contagi, le aziende per sopravvivere non avevano mai smesso di produrre. Ora sta emergendo una nuova verità, una verità che molti avevano previsto: dove non ci sono diritti il virus si propaga e travolge tutto. I lavoratori stranieri contagiati nel mattatoio Tönnies in Germania che vivono ai limiti dell’umana sopportazione, i braccianti stranieri che lavorano in Italia nelle terre del Nord, del Centro e del Sud trattati come schiavi, sono la testimonianza che abbiamo venduto l’anima al profitto», scrive ancora Saviano.

Pensiamo allora agli abitanti di Mondragone, a tutti gli abitanti. E protestiamo con loro. Protestiamo per i loro diritti, da quello ad un lavoro onesto e remunerato in modo equo a quello alla salute, che al lavoro regolare è strettamente connesso. E riflettiamo sui luoghi in cui si stanno concentrando i nuovi focolai: scuole, miniere di carbone e siti di produzione alimentare, secondo le dichiarazioni dell’Oms.
Aggiungiamo il secondo caso italiano che fa notizia in queste ore: il focolaio alla Bartolini di Bologna.
Le ricostruzioni divergono. Le note ufficiali dicono che l’Ausl avrebbe riscontrato – durante un sopralluogo a sorpresa – che non tutti indossavano le mascherine, che non sempre venivano rispettate le regole sul distanziamento e che i locali non erano sanificati a dovere.
Su Si Cobas il racconto è diverso: dopo uno sciopero l’azienda avrebbe chiuso il turno con meno lavoratori e lasciato aperto quello con più presenze. L’Asl sarebbe stata chiamata dai lavoratori stessi, spinti dalla paura del contagio. Una chiamata avvenuta dopo altre chiamate, senza esito, verso Polizia e Carabinieri, mai intervenuti a loro tutela.

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Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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Anna Tita Gallo

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Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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