Cpr Gradisca, muore migrante: cosa non torna e perché si parla di “lager”

È il secondo migrante morto in un Cpr in meno di 10 giorni

OMICIDIO VOLONTARIO

Questa l’ipotesi contro ignoti con cui la Procura di Gorizia ha aperto un fascicolo in merito alla morte del cittadino georgiano Vakhtang Enukidze, detenuto al Cpr (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) di Gradisca e deceduto sabato 18 gennaio nell’ospedale isontino. Sulla morte dell’uomo, l’associazione “No Cpr e no frontiere Fvg” non ha dubbi e pubblica sulla propria pagina Facebook le testimonianze audio registrate all’interno della struttura tra i compagni di Enukidze. Martedì l’uomo sarebbe stato picchiato dalle guardie, intervenute dopo una rissa tra la vittima e un compagno di stanza. Il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, dopo avere visitato la struttura, le persone trattenute all’interno, e il corpo, ha confermato: ci sono segni di percosse, Vakhtang Enukidze è stato picchiato. “Saranno le perizie sull’uso della forza che è stato utilizzato a stabilirlo. Sicuramente l’uso della forza è stato utilizzato e si trattava di interrompere un momento di aggressione nei confronti di un’altra persona” ha dichiarato Palma al giornale locale Il Friuli

CLIMA TESO

Nella giornata di lunedì 13 gennaio 8 reclusi al Cpr di Gradisca d’Isonzo erano riusciti a fuggire, utilizzando degli idranti per salire il muro di cinta e saltando da circa quattro metri. 5 hanno ritrovato la libertà, 3 sono stati intercettati e riportati al Cpr. Di questi 3, uno è stato portato in ospedale, un altro sta male. Un ragazzo marocchino ha tentato di suicidarsi ed è stato fermato dagli altri. L’ipotesi dell’Associazione “No Cpr e no frontiere Fvg” è che la “lezione” per avere tentato di scappare sia stata il pestaggio, in un clima di caos e rivolta, con materassi in fiamme ed estintori sparati dentro le celle.

LE RICOSTRUZIONI

Stando alle ricostruzioni che circolano sui giornali, Enukidze, “una persona problematica” che avrebbe anche compiuto atti di autolesionismo, è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e portato in carcere, dove è stato sottoposto a processo per direttissima e dove è rimasto due giorni. La rissa sarebbe avvenuta tra lui e il compagno di stanza, colti dalle guardie a rompere una parete di plexiglas. Richiamati all’ordine, l’amico si sarebbe subito fermato, scatenando l’ira di Enukidze. La polizia sarebbe quindi intervenuta per fermare un’aggressione. I testimoni reclusi nella struttura, però, parlano di 8 poliziotti intorno a Enukidze, di “piedi sul collo” e di “testa sbattuta sul muretto”. Una volta allontanato dalla struttura, a chi chiedeva notizie di lui, le guardie avrebbero risposto che sarebbe finito in galera o espatriato. L’espatrio, però, non è andato a buon fine. 

L’associazione No Cpr e no frontiere, a capo delle manifestazioni di questi giorni, sedate dalla polizia in tenuta antisommossa, sulla base delle testimonianze registrate, ascoltabili qui, ha ricostruito questo: 

“È inizio settimana, V. non trova il telefono, non vuole tornare in cella, resiste, viene picchiato finché non ne può più. Viene buttato in cella, nella rabbia prende un ferro in mano e si fa male allo stomaco. Dopo viene portato in infermeria, non più di una ventina di minuti, torna e si mette a dormire, forse per i farmaci. Raccontano che il suo corpo era rosso dai lividi.

Il giorno dopo si sveglia, aveva accettato di essere estradato e riportato in Georgia, i compagni di prigionia dicono che gli fosse stato detto di fare le valigie per partire. Alle 20 però torna.

Sta presumibilmente due giorni nel CPR, sta male, per le manganellate e per il colpo nello stomaco, chiede aiuto senza essere soccorso.

Allora comincia a gridare, arriva la polizia che chiede a un suo compagno di cella di collaborare passandogli fuori un ferro. Quando V. lo vede aiutarli si arrabbia e i due iniziano a litigare, allora la polizia entra e in otto accerchiano V., iniziano a picchiarlo a sangue, si buttano su di lui con forza finché non sbatte la testa contro il muro.

Lo bloccano con i piedi, sul collo e sulla schiena, lo ammanettano e lo portano via. “Lo stavano tirando con le manette come un cane, non puoi neanche capire, questo davanti a noi tutti” ci ha spiegato un altro suo compagno recluso. 

Non dicono più niente a nessuno, raccontano agli altri detenuti che lo stanno processando. Poi ieri qualcuno origlia una conversazione e scopre che è morto. I compagni avvisano la moglie a casa, lei chiama il CPR e nessuno le risponde”.

DUE MORTI NEI CPR DA INIZIO 2020

In meno di 10 giorni sono morti due migranti nei centri di permanenza e rimpatrio. A Caltanissetta, Aymen, un giovane tunisino di nemmeno 34 anni, è morto all’interno del Cpr di Pian del Lago, per non meglio specificate “cause naturali”, stando alle dichiarazioni della polizia. Secondo le testimonianze raccolte da LasciateCIEntrare, però, l’uomo stava male e non avrebbe ricevuto adeguate cure mediche. È stata disposta l’autopsia.

IN BREVE, CHE COSA SONO I CPR?

I Cpr sono Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) e seguono le disposizioni della legge Minniti-Orlando (decreto n. 13 del 17 febbraio 2017), riprese dal neo ministro dell’Interno Salvini. Il Decreto su immigrazione e Sicurezza del 5 ottobre 2018 introdotto dall’allora ministro Salvini, non (ancora) abrogato dal ministro Lamorgese prevede l’incremento dei giorni di trattenimento (da 90 a 180).

Nei Cpr vengono reclusi cittadini in attesa di essere rimpatriati pur non avendo commesso alcun reato penale.

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Photo credit: www.lasciatecientrare.it

Stela Xhunga

Stela Xhunga

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