draghi

Crisi e incarico a Draghi: paura e disgusto a Roma

Una riflessione di Sergio Parini

“Paura e disgusto a Roma”,  viene a dire a proposito dell’incarico a Mario Draghi, parafrasando un famoso libro di Hunter Thompson: “Paura e disgusto a Las Vegas”.

Paura perché l’incarico a Draghi, probabilmente l’italiano con più prestigio nel mondo, è la nostra ultima possibilità. “Apres lui le déluge”, dopo di lui il diluvio, come dicono i francesi. Per questo avrei forse preferito una scelta tecnica un filo più “bassa” (con tutto il rispetto), un Cottarelli per intenderci: proprio per lasciare Draghi come ultima chance.

Il fatto che il presidente della Repubblica abbia optato direttamente per l’ex presidente della Banca Centrale Europea indica che siamo già all’ultima chance.

E questo, onestamente, fa paura.

L’alternativa a Draghi, come ha spiegato un Mattarella mai così incazzato, è le elezioni anticipate, che significano (sempre il presidente dixit) almeno quattro mesi di stallo. Stallo che, in piena pandemia e col Recovery Found ancora da definire, non possiamo permetterci. Basti pensare che dovremmo fornire all’Ue il piano dettagliato per il Next Generation Eu (sarebbe ora di chiamare il Recovery con il suo vero nome) entro aprile. Il che, con elezioni anticipate e governo vacante, è ovviamente impossibile.

Elezioni, tra l’altro, che dopo un anno di pandemia vedrebbero il trionfo dell’opposizione, ovvero della nostra destra, estremista e populista.

E disgusto. Disgusto per una crisi di governo che si è consumata tra tatticismi, scaramucce, veti incrociati, trasformismi, spregiudicatezza, minacce, intrighi, ripicche.

Con l’occhio sempre rivolto al proprio “particulare” personale o di partito, senza nessuno – nessuno!- che abbia uno straccio di visione, che sappia guardare al di là del sondaggio, del mercato delle vacche, della prospettiva del guadagno immediato o a breve termine.

Nessuno che pensi davvero a quella “next generation” alla quale dovrebbero essere rivolti i nostri sforzi, e che invece finirà per pagare i nostri errori.

Una classe politica, tutta, che quando si avvicina l’ora grave delle scelte pesanti non sa fare di meglio che fare un passo indietro e rivolgersi al “tecnico” di turno. “Vai avanti tu, che a me viene da ridere”, “armiamoci e partite”: siamo sempre lì. Sarà lui, “il tecnico”, a fare le scelte che contano, a metterci la faccia. E i partiti, un passo indietro, come a dire “io in fondo non c’entro”. Pronti, dopo, a scaricare ogni responsabilità sull’odiato e subìto “tecnico”.

A meno che la crisi non sia così grave che nemmeno il “salvatore della patria” di turno riuscirà a costruire una maggioranza decente.

E allora che dio ci salvi. Se c’è.

Sergio Parini

Sergio Parini

Ha lavorato come giornalista per diverse testate, tra cui “Donna Moderna”, “Linus”, “Il Manifesto”, “Panorama”. E' Direttore Editoriale di PeopleForPlanet

Potrebbe interessarti anche

Sergio Parini

Sergio Parini

Ha lavorato come giornalista per diverse testate, tra cui “Donna Moderna”, “Linus”, “Il Manifesto”, “Panorama”. E' Direttore Editoriale di PeopleForPlanet

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento e utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più consulta la Privacy e Cookies Policy