Anche il mondo della finanza si sta sempre più interessando all’industria della canapa, con diversi investimenti economici. Fotomontaggio di Armando Tondo, settembre 2018

Da Woodstock a Wall Street: tutta la strada della marijuana

Il futuro della legalizzazione passa attraverso gli investimenti della finanza, che continuano a correre veloci in un ambito dal potenziale immenso (anche se ancora un po’ fragile). Sarà la chiave di volta? Le opportunità per chi vuole investirci

C’è chi dice che l’industria della marijuana stia soppiantando quella del tabacco: fumare è out, ce ne siamo accorti, fumare “maria” è in. E la finanza l’ha capito subito.

Mentre il nostro Paese fa piccoli passi in avanti verso un consenso sempre più ampio, la tendenza negli Usa e non solo è – ormai da tempo – investire in marijuana, cioè dare fondi – da parte di privati come di grosse società di investimento, come banche, istituzioni, ricche famiglie o enti privati – alle piccole e medie aziende che si espandono in questo settore. Di sicuro, il concetto di marijuana collegato al peace and love è roba superata: la cannabis ora ha allargato i suoi confini, è “di moda” anche nella ricerca farmaceutica. “La sola domanda che tutti dovremmo porci è: come faccio a farci soldi?”. Questo il commento di un esperto di finanza all’ultimo evento organizzato da Green Table – rete di gente d’affari del settore che in sostanza mette in contatto imprenditori e finanziatori della canapa – a Manhattan. E questo nonostante New York non abbia ancora legalizzato lo spinello ricreativo, come diversi altri Stati americani hanno invece già fatto, e l’intero Canada, dove investire sulla canapa è ormai un classico anche se l’uso ricreativo della canapa ancora non è effettivo (lo sarà in ottobre). L’idea, insomma, è che consumare “maria” non sia più socialmente controverso di ordinare un bicchiere di vino, anche perché la scienza ha da tempo confermato che anche la differenza in termini di salute non è rilevante: anzi.

Non ci sono ancora spostamenti di denaro così significativi, ma iAnthus Capital e diverse altre società collegate alla cannabis hanno quotato le loro azioni in Canada. Il gruppo di coltivatori e distributori di Cronos Group, con sede a Toronto, è stato quotato in borsa sul mercato Nasdaq di New York lo scorso febbraio. Le società private e pubbliche hanno raccolto $ 3,5 miliardi nel capitale l’anno scorso e oltre $ 2 miliardi solo nei primi tre mesi del 2018, secondo Viridian Capital Advisors. L’assicurazione più famosa e prestigiosa al mondo, Lloyd’s, ha recentemente dato l’ok ad assicurare ogni attività collegabile alla marijuana, in Canada. Nella nota che diffondeva la notizia la società ha spiegato che, nonostante i rischi (politici) correlati, “la legalizzazione potrebbe dar luogo a nuove opportunità per gli assicuratori”. Infine, e non certo da ultimo, lo scorso fine luglio Wall Street ha assistito alla prima IPO, la prima offerta pubblica d’acquisto nell’ottica di quotarsi alla Borsa di NY da parte di una società operante nel settore, (si è trattato del produttore canadese a scopo terapeutico Tilray, e si è chiusa al 32% al debutto sul Nasdaq. L’Ipo ha raccolto in tutto 153 milioni di dollari).

Certo, non è tutto oro quello che luccica: il mercato mantiene grossi rischi, legati soprattutto alla politica, e gli esperti raccomandano operazioni in questo ambito nel brevissimo o al massimo nel lungo periodo, ma non nel breve. Del resto, se ci credono gli hedge fund… Navy Capital Green è un fondo di investimenti americano – con base a New York, gestito da un trentenne – che deve il suo successo al fatto di aver investito per tempo in questo settore. Dalla partenza nel maggio 2017, la società ha visto crescere i suoi asset (il patrimonio gestito) da 10 a 100 milioni di dollari, e l’anno scorso ha restituito oltre il 100%, al netto delle tasse. Questo significa non solo investitori “al dettaglio”, ma investitori istituzionali operativi in un settore un tempo ghettizzato.

Oggi il business è più che maturo, il frutto è caduto. E i semi generano nuovi profitti, nuovi settori per gli affari: a Seattle, che ammette l’uso ricreativo della marijuana addirittura dal 2012, ma anche in California, allineatasi più di recente, sono già tendenza i social network per lo scambio di opinione, ricette e indirizzi; c’è il settore della ricerca e sperimentazione su nuovi utilizzi; e ci sono aziende che lavorano sui derivati, dalla cosmetica all’edilizia, ai gadget. Settimana scorsa l’accordo da 122 milioni di dollari tra Cronos Group, uno dei colossi del comparto, con Ginkgo Bioworks, società di Boston finora nota per la produzione in laboratorio di fragranze per profumi, ha eccitato ulteriormente i titoli. Obiettivo, lavorare insieme per riprodurre chimicamente il Dna delle molecole cannabinoidi contenute nell’erba: un super affare. Intanto, è già partita, qui da noi, la prima Cannabis Business School.

E’ difficile capire quante porte potrebbe aprire la legalizzazione di questo mercato – da noi si parla già di una rinascita del Sud, dell’agricoltura e dei piccoli borghi – visti gli sviluppi ancora parzialmente inesplorati di questo mercato. Ma un calcolo, condotto l’anno scorso dall’Università della Sorbona e commissionato da un’azienda italiana, limitato solo alla canapa “light”, quindi quella già ammessa in Italia perché con un livello di THC molto molto basso, ha stabilito che “solo le attività commerciali portano un fatturato annuo minimo di circa 44 milioni di euro, creando l’equivalente di almeno 960 posti di lavoro fissi” nel nostro Paese. Immaginiamo i numeri di una liberalizzazione completa, che comprenda l’uso ricreativo. Già così, poiché la filiera produttiva è quasi totalmente confinata in Italia, lo Stato ne ricava una tassazione minima annua attorno ai 6 milioni di euro. Per i coltivatori si ipotizza “un ricavo medio intorno ai 50mila euro per ettaro“, e certamente ulteriori opportunità per i grownshop (i negozi, già esplosi, soprattutto in Lombardia, dove comprare l’occorrente per coltivare marijuana sul balcone).

Immagine: Fotomontaggio di Armando Tondo

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

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