Dal Giappone all'Italia, è passione sake

Dal Giappone all’Italia, è passione sake

Triplicati i volumi di importazione in 10 anni

Pochi sanno che gli italiani sono tra i maggiori appassionati di sake in Europa. La notizia che lo scorso ottobre l’Italia aveva superato la Gran Bretagna, divenendo il secondo più grande importatore di sake d’Europa a quantità, non è però passata inosservata dagli addetti ai lavori. Al punto che c’è chi cerca di riprodurre il celebre vino giapponese anche entro i nostri confini. 

Ricavato dal riso, il sake (senza accento) è prodotto dalla fermentazione di un microrganismo (koji) e di lievito (kobo). Il suo contenuto alcolico può variare dal 13 al 16%. In Giappone il sake esiste da duemila anni, in Europa ha cominciato ad essere presente vent’anni fa, ma solo negli ultimi tre anni è diventato veramente trendy, ovvero da quando si è cominciato a lavorare culturalmente sul prodotto. Tanto da entrare stabilmente nelle drink list di molti locali gourmet. E così, quando lo scorso autunno, Richard Geoffroy, lo storico chef de cave di Dom Pérignon, ha deciso di lasciare la celeberrima casa di Champagne per dedicarsi a un progetto sul sake, il fatto è stato interpretato come un segnale che qualcosa stava cambiando nel mondo degli alcolici e che da fenomeno “etnico” il sake stia diventando qualcosa di più. 
Arrivato in Italia dapprima attraverso i locali tipici giapponesi, ben presto è passato a quelli gourmet dove gli chef lo usano e lo interpretano in cucina, fino a – tendenza degli ultimi anni – delle vere e proprie “saketeche”, dove gustarlo da solo o in accompagnamento a piccoli piatti.

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