Dazi Usa: cosa sono e perché ci colpiscono?

I dazi in vigore da oggi andranno a colpire molti prodotti italiani, con danni diretti e indiretti, ma noi italiani abbiamo fatto qualcosa di male?

Continuano le notizie e le proteste per l’inasprimento dei dazi che l’amministrazione Trump ha deciso di istituire nei confronti di diversi prodotti europei. Ma di cosa si tratta in concreto?

Ricostruiamo la vicenda con l’aiuto dell’Avvocato Dario Dongo, esperto di Diritto Alimentare Internazionale, fondatore di Great Italian Food Trade e del sito Fare – che offrono informazione indipendente su politiche e regole nella filiera alimentare – oltreché dell’associazione Egalitè (https://www.egalite.org)

Avvocato Dongo, partiamo dall’inizio: cosa sono i dazi e da quanto tempo esistono?

«I dazi doganali sono imposte sulle importazioni di beni in arrivo da altri Paesi. Sono strumenti di politica economica, tecnicamente definiti barriere tariffarie, volti a proteggere le filiere produttive locali rispetto alla concorrenza estera. L’applicazione di tributi sulle merci in ingresso rappresenta anche una fonte di entrate fiscali per il Paese importatore.

 Gli import duties, i dazi all’importazione, sono solitamente applicati sulla quasi totalità delle merci importate da ogni Paese, compresi gli Stati Uniti. Non si applicano in aree doganali comuni, come il mercato interno europeo, e in alcune aree duty-free.  Altri tipi di concessioni o riduzioni particolari si applicano anche in base ad accordi di libero scambio, come il recente trattato tra UE e Giappone (JEFTA).

Ai dazi sulle importazioni – che appunto variano da Paese a Paese, anche in relazione alle diverse categorie di prodotti – si aggiungono poi alcune imposte sui consumi. Come l’imposta sul valore aggiunto (IVA, in Italia) e le “sugar tax” applicate in alcuni Paesi su bevande gassate e zuccherate e/o su alimenti ultraprocessati che contengano zucchero. E le imposte sulla produzione e importazione di categorie particolari di prodotti, come le accise su bevande alcoliche e tabacchi. 

In pratica, quasi tutti i Paesi fuori dall’Unione Europea impongono dazi nei confronti dei prodotti europei, e viceversa. E anche nei casi di accordi in vista di un miglioramento del libero scambio i dazi non vengono del tutto eliminati. Si tende piuttosto alla loro progressiva riduzione, cercando una reciprocità».

Che differenza c’è quindi ora con i nuovi dazi proposti da Trump?

«L’amministrazione Trump ha ricevuto il via libera dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization, WTO) a riscuotere dazi supplementari, sulle merci importate dall’Unione Europea, fino all’ammontare di 7,5 miliardi di dollari. A titolo di ritorsione nei confronti dell’Europa, colpevole di avere concesso finanziamenti illeciti al Consorzio Airbus. Una corporation partecipata da Francia e Germania, Spagna e Inghilterra, la quale ha appunto ricevuto dall’Europa aiuti di Stato non compatibili con le regole concordate presso il WTO».

Ma come si è arrivati a mettere il dazio sul formaggio per una contesa sugli aerei?

«Tutto comincia nel 2004, quando gli Stati Uniti denunciano all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) i finanziamenti erogati dalla Commissione Europea al gruppo Airbus. Finanziamenti pubblici cospicui che hanno alterato le condizioni di concorrenza internazionale nel settore aerospaziale, a discapito del gruppo Boeing (USA). Il quale poi a sua volta, sempre nel 2004, ha ricevuto aiuti di Stato da parte degli USA. I quali a loro volta sono stati contestati dall’Unione Europea presso il WTO e per cui si attende una decisione. 

Pochi giorni fa, il 2 ottobre 2019, dopo 15 anni, il WTO ha riconosciuto l’illegittimità degli aiuti europei a favore di Airbus. Riconoscendo il diritto degli USA di applicare dazi supplementari sulle importazioni di merci dall’Europa, per compensare i torti subiti».

Da esperto di diritto alimentare internazionale può dirci se sia legittimo tutto ciò? Perché viene punito l’agroalimentare che è tutt’altro settore?

«Dal punto di vista delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio è una procedura legittima. Vi sono diversi precedenti, tra i quali si ricordano i contenziosi ventennali attivati dagli USA contro l’UE per denunciare le nostre regole in tema di OGM e divieto d’impiego degli ormoni di sintesi nella zootecnia bovina. Anche in quei casi l’Europa ebbe la peggio e i dazi ritorsivi vennero applicati anche nei confronti dell’Italia.

In questo caso l’industria agroalimentare non è la sola colpita, perché i dazi supplementari verranno applicati anche ad altri prodotti, come i prodotti tessili e di abbigliamento che provengano dal regno Unito e alcuni veicoli. L’agroalimentare rimane un target favorito perché è una delle prime voci per le esportazioni europee, con selezioni diverse da paese a paese: da noi sono colpiti i formaggi, in Francia i vini».

Ma secondo lei gli italiani fanno bene ad indignarsi?

«L’Italia subisce una doppia ingiustizia, in questo caso, da parte dell’Europa. La Commissione europea ha utilizzato fondi europei – quindi anche italiani – per il finanziamento illegale di un’impresa, Airbus, partecipata da Francia e Germania, Inghilterra e Spagna. Un consorzio nel quali gli italiani non sono presenti. Nonostante questo siamo soggetti anche noi alle ritorsioni americane. L’Italia dovrebbe chiedere un risarcimento all’Unione Europea per questo».

Cosa potrà accadere alle nostre esportazioni?

«È difficile calcolare l’esito di queste misure», spiega l’Avvocato Dario Dongo. «L’incremento dei dazi del 25% interviene sul valore delle merci nella fase di importazione. È possibile che gli operatori coinvolti nella filiera decidano di rinunciare a parte delle loro marginalità per mitigare l’impatto sul prezzo finale dei prodotti».

Oltre al danno diretto con l’aumento dei costi si aggiunge il danno indiretto della potenziale perdita di quote mercato dei nostri prodotti in favore di produzioni locali. Il Parmigiano Reggiano DOP rischia di perdere spazio a scaffale rispetto al Parmesan, sua volgare imitazione realizzata con ingredienti, additivi e processi di lavorazione per noi inconcepibili. Vi si trova addirittura la cellulosa, che in Italia si usa per produrre la carta!»

Avvocato Dongo, nella sua esperienza cosa consiglia, cosa si può fare per difendere le nostre produzioni?

«Oltre a chiedere il conto alla Commissione europea bisogna investire su efficaci campagne di informazione in tutti i mercati dove esportiamo, USA inclusi. È utile anche avvalersi di moderne tecnologie come la Blockchain pubblica per la valutazione della qualità dei prodotti, per mettere in evidenza il vero valore dei prodotti alimentari autentici, di tradizione millenaria, poco trasformati e realizzati con ingredienti di qualità.  

Può essere un’occasione per la nostra filiera produttiva per integrarsi ulteriormente sui territori, ad esempio a partire dalla fase di produzione delle materie prime per mangimi, chiudendo la filiera in Italia ed evitando per esempio di fornirsi di soia proveniente dall’estero e specialmente dal Sud America dove sono permesse coltivazioni non sostenibili, spesso anche Ogm».

Lei e la sua associazione Egalitè avete un appello in questo senso

«Noi vorremmo che si escludesse dal nostro mercato e dalla filiera produttiva quelle merci – come soia OGM, olio di palma e carni americane – che derivano da filiere sanguinarie e incendiarie, per le quali si disbosca e non si presta attenzione fino in fondo alla salute dei consumatori. Ed è perciò che riaffermiamo la nostra campagna #Buycott, invitando tutti a sottoscrivere la nostra petizione su https://www.egalite.org/buycott-petizione/».

Immagine di Gage Skidmore

Margherita Aina

Margherita Aina

Giornalista, ha lavorato in radio e in televisione, scrive e si occupa di comunicazione, senza dimenticare le sue radici nelle risaie novaresi

Margherita Aina

Margherita Aina

Giornalista, ha lavorato in radio e in televisione, scrive e si occupa di comunicazione, senza dimenticare le sue radici nelle risaie novaresi