Del Mare. Di questo abbiamo bisogno

Tra le acque, le bitte e i porti, dove scorre il meglio della vita

Di cosa abbiamo bisogno, dunque? Del Mare.

«Ma ecco! ecco che giungono altri gruppi, che van diritti all’acqua e con l’intenzione, pare, di fare un tuffo. Strano! Nulla li soddisfa, se non il limite estremo della terraferma; […] Bisogna ch’essi s’avvicinino all’acqua quant’è possibile senza caderci dentro». Così scrisse, tra le prime righe del suo miracoloso Moby Dick, il grande Melville*. Il Mare dischiude le grandi cataratte del mondo delle meraviglie, conserva i nostri fantasmi, nascosti, giganti e occhiuti come processioni di balene.

Al Mare i greci dedicarono un dio particolare, fratello di Zeus. «Certamente tutto ciò non è senza significato. E ancora più profondo di significato è quel racconto di Narciso che, non potendo stringere l’immagine tormentosa e soave che vedeva nella fonte, vi si tuffò e annegò. Ma quella stessa immagine noi la vediamo in tutti i fiumi e negli oceani. Essa è l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita; e questo è la chiave di tutto». Certo, quando Melville scriveva, Mare era soprattutto viaggio senza garanzia di ritorno. Era ricerca, volontà e disperazione, necessità e scoperta, ancora lontana dall’annacquamento del turismo planetario.

Ma quel Mare non ha cambiato linguaggio, esso rimane la grammatica di ogni nostro racconto umano, il tessuto che garantisce la vera globalizzazione da più di duemila anni. Esiste una koiné ed è l’acqua di ogni città di Mare. Ho visto, a Odessa, intere scolaresche festeggiare l’ultimo giorno di lezione scendendo sulla spiaggia di Lanzheron, precipitandosi lungo la scalinata Potëmkin – con insieme  l’intensità di Ėjzenštejn e la leggerezza di Paolo Villaggio – gettandosi dai moli senza neppure svestirsi delle divise, nuotando in un’acqua tappezzata di decine di innocue e lattiginose meduse del Mar Nero. Erano gli stessi ragazzi che gridano alla vita mentre partono traghetti a giugno dal porto di Napoli, gli stessi dei giorni di calura a Genova.

Nel Breviario mediterraneo, Predrag Matvejevic scriveva: «L’età del molo si misura dallo stato delle bitte o da quanto ne è rimasto. La bitta del molo ha preso nome dallo stesso oggetto che si trova sulla coperta della nave: anche per questo aspetto nave e molo vengono a unificarsi. La città restituisce al porto un po’ di quel che ne ha ricevuto per poter essere qualcosa di più di quanto sarebbe senza di esso. Anche un porto da carico può diventare il porto dell’oblio. In un porto così le donne acquistano di prezzo, e i marinai talvolta vivono un’altra vita».**

Il Mare, dall’inizio dei tempi, è una zona di dissoluzione dei confini, un ausilio prezioso per chiunque desideri tramutarsi in qualcosa di diverso da ciò che è. La follia della cronaca degli ultimi anni lo ha trasformato in un cimitero, cercando di applicare agli specchi d’acqua la logica arida e precisa della terra. Il Mare continua a vivere, infatti,  sospeso tra due parole latine sorelle, il limes – la linea fortificata che traccia il confine violento ed artefatto tra due terre – e il limen – la soglia di un passaggio tra un interno ed un esterno. La prima dona l’idea del limite netto, del bastione fortificato a sorvegliare un confine che se valicato porterà all’assassinio. La seconda suggerisce l’immagine di un limite mai completamente raggiunto e mai totalmente sorpassato, fluido, che osserva come fa l’occhio di una balena, indifferente e gigantesco. Dunque marino.

* Moby Dick, Herman Melville (Adelphi edizioni, traduzione di Cesare Pavese)
** Breviario mediterraneo, Predrag Matvejevic

Immagine di copertina: Odessa, di Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.

Raniero Virgilio

Raniero Virgilio

Fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.