Dentro la zona rossa. Virus, il tempo, il potere

Il libro di Franco Motta e Francesco Fantuzzi

Un saggio scritto a due mani in cui sono abbozzati i primi spunti di riflessione, colti in piena pandemia, sulle conseguenze della diffusione del virus Sars-CoV-2

Dentro la zona rossa di Francesco Fantuzzi e Franco Motta (Sensibili alle foglie, 2020) è un saggio dove trovare testimonianze e riflessioni di altri pensatori, colti in piena pandemia, sulle conseguenze della diffusione del virus Sars-CoV-2.

Dentro la zona rossa di Francesco Fantuzzi e Franco Motta (Sensibili alle foglie, 2020)

Il saggio

Un intero Paese dichiarato per quasi due mesi “zona rossa”, area a libertà vigilata. La zona rossa utilizzata come simbolo di ciò cui abbiamo dovuto rinunciare e cui, forse, dovremo rinunciare in futuro. Gli Autori si interrogano sugli esiti dell’esperimento sociale compiuto con il lockdown, con enormi conseguenze economiche, sociali, relazionali, che ci ha obbligati a confrontarci con le nostre paure e le nostre fragilità. Si augurano una presa di coscienza collettiva del fatto che la salute non è un problema individuale, ma un bene comune globale, il più importante di tutti, e incrocia profondamente la salute del pianeta. Ci invitano a non sprecare questa crisi, bensì a trasformarla in un’opportunità per cambiare rotta.

Siamo, come James Stewart, sul ponte del film “La vita è meravigliosa” di Frank Capra: abbiamo potuto vedere seppur in forma parziale, come sarebbe stata la terra senza l’uomo. Possiamo scegliere se buttarci o fare marcia indietro, salvando noi stessi e il pianeta.

Franco Motta & Francesco Fantuzzi

Conosciamo gli autori.

Francesco Fantuzzi lavora da oltre vent’anni presso Mag 6 (Cooperativa di Finanza mutualistica e solidale di Reggio Emilia). Ha una grande passione per l’ambiente, i beni comuni, la partecipazione attiva alla cosa pubblica, la propria bicicletta.

Franco Motta insegna storia moderna all’Università di Torino. Studioso di teologia politica dell’età della Controriforma, è autore, fra altri testi, di Elogio delle minoranze (con M. Panarari, Marsilio, 2012).

Francesco cosa vi unisce e come nasce l’idea di questo libro?

Conosco Franco da diversi anni e ho sempre avuto una grande stima e ammirazione per lui e la sua cultura. Ma non avevamo ancora avuto modo di collaborare a un livello così profondo, lavorando lui fuori Reggio da diversi anni. Il giorno in cui i “governatori” hanno annunciato le prime restrizioni mi stavo recando in centro città, pensando che avrei voluto scrivere con lui un libro sull’esperienza che stava per nascere. L’ho incontrato, senza averglielo preannunciato, nei pressi della Biblioteca. Meglio di così…

Una bellissima esperienza di condivisione e armonizzazione di pensieri, esperienze, linguaggi diversi che si sono parlati e ascoltati.

Con una certa lungimiranza avete citato il neopresidente del consiglio incaricato Mario Draghi nel vostro testo. Come lo contestualizzate?

Davvero, è uno dei passaggi che rendono un libro pensato per il post pandemia e proiettato verso il futuro, estremamente attuale anche calato in un momento così delicato e drammatico come questo. 

Franco Motta e Francesco Fantuzzi con Orianna Gazzotti alla presentazione del libro al circolo Le Ciminiere di Scandiano (RE)

Nel capitolo dedicato al ruolo dell’Europa abbiamo ricordato che Mario Draghi, il 26 marzo 2020, è intervenuto sul «Financial Times» benedicendo l’utilizzo della leva del debito: «Il debito pubblico è l’unica leva che i governi hanno per gestire le fasi di guerra». E ancora: «Di fronte a circostanze non previste un cambio di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che ci troviamo ad affrontare non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di chi la soffre. Il costo dell’esitazione potrebbe essere irreversibile. La memoria delle sofferenze degli europei negli anni 20 del Novecento è un ammonimento». Con una punta di ironia ci domandavamo: Draghi novello Che Guevara?

Ora ce lo ritroviamo Presidente del Consiglio. Nel nostro piccolo, se dovesse riproporre le politiche di austerità e le privatizzazioni attuate dagli organismi che ha presieduto, glielo ricorderemo.

Come giostrarsi fra la contrapposizione tra il “nulla sarà come prima” e il “ritorno alla normalità”?

Bellissima domanda, che presuppone un chiarimento: qual è la normalità?

Abbiamo dedicato al linguaggio della Zona rossa un intero capitolo e un termine come normalità apparirebbe perfetto per trasmettere, dopo tanti messaggi tesi a incutere timore e a responsabilizzare il ruolo dei cittadini, rassicurazione e un invito alla popolazione a recuperare fiducia nel futuro. Ma occorre anzitutto chiedersi cosa si intenda e se il mondo “normale” ante coronavirus sia quello auspicabile per il futuro. E se invece fosse la normalità il problema, come tanti commentatori si sono chiesti? È il momento di domandarselo molto seriamente.

Temiamo tuttavia che affermare che “nulla sarà come prima” possa essere vero, ma in un altro senso, legato al nostro rapporto col prossimo. Occorreranno anni per ricreare la stessa voglia e capacità di relazionarci senza timore di essere contagiati, per riprendere la fiducia in un prossimo che oggi ci rassicura perché copre il proprio volto, come normalmente fa un malfattore. Un altro dei paradossi di questo periodo.

È emerso esplicitamente il conflitto tra il benessere dell’economia e quello degli esseri umani, ben riassunto nell’infelice frase del presidente di Confindustria di Macerata: “Le persone sono un po’ stanche e vorrebbero venirne fuori, anche se qualcuno morirà, pazienza”. Veramente siamo a questo punto? 

Conflitto è la parola giusta: il conflitto è tra la borsa o la vita, la dicotomia rappresentata dal moderno sistema capitalistico; lo è stato durante il lockdown e durante le sue riedizioni “morbide”. Con l’eccezione dei supermercati, le fabbriche sono state le ultime a chiudere e le prime a riaprire. La Zona rossa è stata impermeabile e refrattaria a tutto, ma non al sistema economico di produzione e consumo. L’incidenza dei contagi nei distretti industriali come quelli di Bergamo, Brescia, Torino, rafforza il convincimento che siano stati i contatti sociali all’interno delle fabbriche, e non i podisti come qualcuno ha sostenuto, a diffondere il virus. Ma il problema è proprio un sistema economico basato esclusivamente sulla produzione di beni da consumare, ma che spesso non servono, e non sulla protezione delle persone.

Dentro la zona rossa è uno stimolo molto utile per una riflessione che siamo chiamati tutti a fare. Ora cosa rimane da tentare secondo voi?

Siamo convinti che il cambiamento passi anche da noi, dai nostri stili di vita e di consumo: troppo facile invocare il comportamento altrui. Il genere umano che uscirà dalla tragica esperienza del virus avrà la possibilità di comprendere che la prigionia tra le mura domestiche ha svelato una prigionia molto più profonda e grande, ovvero di una costante e suadente narrazione che alimenta tanti falsi bisogni e trasmette altrettante false certezze: più Pil, più crescita, più consumo, e perfino più controllo come ideali positivi e necessari per proteggere le proprie sicurezze.

Questo tipo di società potrà sopravvivere, certo, magari trovando nel giro di qualche mese una cura o un vaccino: ma rischia di dover affrontare di nuovo crisi come questa, se non modifica radicalmente le regole che la dominano. Sopravviverà, ma con quarantene periodiche sempre più frequenti. Restare reclusi in casa, con tanto tempo a disposizione per leggere e riflettere, ha rappresentato un’occasione unica per vedere sgretolarsi le certezze assolute delle brutture che abbiamo costruito negli ultimi decenni. Brutture dipinte come libertà di consumare spazio, tempo, beni, ma che hanno causato ingiustizie sociali, devastato il pianeta e inventato il sistema di guerra permanente appena descritto.

Il nemico non è invisibile, lo incontriamo tutti i giorni, ogni minuto. Si chiama ultraliberismo, si chiama sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente, si chiama crescita infinita in un pianeta finito. Ma è un nemico scomodo, perché è dentro di noi.

Il vostro invito è di non sprecare questa crisi, bensì trasformarla in un’opportunità per cambiare rotta, verso quale meta?

Occorre allora una nuova visione, una nuova fase, storica, politica, culturale: il Geocene. Un’epoca dove la biosfera torni al centro altrimenti, crediamo, non resterà più con le mani in mano.

Un mondo nuovo finalmente in armonia con la natura, dove l’uomo sarà individuo ma non individualista, componente e non solista, e sarà disponibile a rivedere i propri stili di vita e di consumo: il Geocene. 

Una nuova fase dove finalmente il sistema economico non sia il fine, ma uno strumento nelle mani dell’umanità.

L’emergenza coronavirus ha reso evidente l’incapacità del sistema economico di garantire la tutela della salute e del benessere delle persone. Il vero conflitto dicotomico che la pandemia ci ha chiaramente presentato è quello tra la borsa e la vita: scegliere quest’ultima significa avviare un percorso per il superamento del capitalismo. 

Non c’è più tempo per mediazioni tra elementi non mediabili perché antitetici.

Doris Corsini

Doris Corsini

Collaboratrice di redazione

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Doris Corsini

Doris Corsini

Collaboratrice di redazione

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