Desertificazione e cambiamenti climatici

Uno degli effetti più negativi dell’aumento della temperatura è il processo di desertificazione che, lì dove avviene, ha risvolti drammatici

Un suolo desertificato, infatti, perde quasi completamente la propria biodiversità, perde la possibilità di essere coltivato e viene abbandonato; la conseguenza è sotto gli occhi di tutti: migliaia di “profughi climatici”.

Si tratta di un processo irreversibile se misuriamo il tempo secondo le logiche umane. E si tratta di un fenomeno in crescita, che riguarda vaste zone del Pianeta e che si tenta di limitare, anche perché la sua diffusione sta incrementando l’inurbamento e la povertà di nazioni spesso già in precario equilibrio economico.

La desertificazione è un fenomeno che interessa oltre cento paesi minacciando la sopravvivenza di circa un miliardo di persone. La situazione è particolarmente seria nelle zone aride dove è minacciato circa il 70% delle aree, corrispondenti a un quarto dell’intera superficie terrestre emersa.

Ma il problema è largamente presente anche nelle aree temperate. Il fenomeno è noto dal 1992 quando durante il vertice di Rio sullo stato del Pianeta si posero le basi per la creazione della Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta alla Desertificazione (UNCCD), partita poi con la prima conferenza mondiale tenutasi a Roma nel 1997.

La lotta alla desertificazione si articola in una serie di azioni che riguardano sia il livello locale, sia quello internazionale ma una questione deve essere chiara: l’azione contro la desertificazione deve essere messa in atto ora, senza aspettare, se mai avverrà, la riduzione delle emissioni climalteranti.

Si tratta di operazioni, quindi, di adattamento ai cambiamenti climatici e non di mitigazione. Una delle zone più interessate ai processi di desertificazione è l’Africa sub-sahariana dove si sta tentando di arginare il fenomeno con la realizzazione di una striscia arborea, lunga 7000 chilometri e larga 15, che dovrebbe attraversare tutto il continente africano interessando undici paesi, dall’Oceano Atlantico a quello Indiano.

Ma la lotta alla desertificazione è complessa. In alcuni casi, per esempio, l’utilizzo agricolo massiccio dei terreni può portare all’accelerazione dei processi di desertificazione perché se vengono utilizzate cattive pratiche d’irrigazione si può aumentare la salinità del suolo aggravando la situazione. Per questa ragione è necessario un mix di soluzioni che vanno dal rimboschimento all’agricoltura, magari utilizzando tecniche d’irrigazione derivate da quelle tradizionali.

«Le conoscenze tradizionali e locali fanno sempre parte di un sistema complesso e quindi non possono essere ridotte a una lista di soluzioni tecniche e circoscritte a un insieme di applicazioni distinte secondo i risultati da ottenere. La loro efficacia dipende da interazioni tra più fattori. Questi vanno accuratamente considerati se si vuole comprendere i successi storicamente realizzati tramite le conoscenze tradizionali e comprenderne la logica per una riproposizione contemporanea», scrive Pietro Laureano, architetto e urbanista, consulente Unesco per le zone aride, la civiltà islamica e gli ecosistemi in pericolo. In questo senso è necessario un approccio olistico, che non lasci nulla al caso e che studi le tecniche utilizzate in passato coniugandole, con la dovuta attenzione, con le nuove tecnologie. «I metodi tecnologici moderni procedono per separazione e specializzazione i saperi tradizionali uniscono e integrano. Nella concezione moderni foresta, agricoltura e città sono tre insiemi completamente separati che rispondono a bisogni distinti: legname, cibo, abitazione. Ad essi corrispondono sistemi scientifici specializzati: la silvicoltura, l’agricoltura, l’urbanistica», prosegue Laureano. Ed è chiaro un esempio citato dallo studioso italiano.

A Shibam, una città-oasi di terra cruda, nello Yemen del sud, la planimetria della città è organizzata per poter raccogliere, tramite un apposito sistema, gli escrementi degli abitanti, indispensabili per trasformare le sabbie in terreno fertile. È un principio simile a quello che vediamo in natura, dove ogni residuo di un sistema è utilizzato da altri sistemi e non esiste il concetto di rifiuto o la possibilità di ricorrere a risorse esterne. «Le tecniche polifunzionali, il multiuso, hanno garantito occasioni di riuscita anche nelle avversità. La collaborazione e la simbiosi attraverso il riuso di tutto quello che viene prodotto all’interno del sistema ha permesso l’autopoiesi, l’autoriproduzione, lo sviluppo autopropulsivo, indipendente da fattori esogeni o occasionali» aggiunge ancora Laureano.

Detto ciò non è detto che si debbano escludere tecnologie più moderne, da affiancare a quelle tradizionali, come per esempio i sistemi d’irrigazione per l’agricoltura con prelievi da fiume grazie a fonti rinnovabili come il fotovoltaico. Succede in Senegal, per esempio, dove la Ong italiana Green Cross Italia ha avviato un progetto di irrigazione agricola tramite il fotovoltaico nel quale è prevista anche la formazione per la manutenzione di questi sistemi, e ciò consente alle persone di acquisire capacità in grado di aprire nuovi sbocchi nel mondo del lavoro. E di moltiplicare l’applicazione delle metodologie d’irrigazione tramite le rinnovabili, aumentando così il raggio d’azione delle attività di contrasto alla desertificazione.

Immagine di copertina: Armando Tondo

Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

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Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet