Diciamo la verità: tutta l’Italia è Terra dei Fuochi (e lo è da sempre)

Solo nell’ultimo anno sequestrate 4,5 milioni di tonnellate di rifiuti

La Terra dei Fuochi non esiste più. Anzi, a dire il vero non è mai esistita. L’Italia dei Fuochi, invece, è viva e vegeta, e lo è da sempre. Questi versi riconducibili ad un poeta partenopeo sono in verità la reale ricostruzione storica del Bel Paese: una nazione tossica, da nord a sud. I focolai di rifiuti speciali e industriali non sono quindi un’esclusiva del meridione e i capannoni pieni di scorie, recentemente scoperti nelle campagne del Torinese e del Milanese, in aggiunta alle 30 inchieste aperte dalle rispettive procure al Nord (al Sud sono 33), ne sono la prova.

L’emergenza viene inoltre stimata dai dati dell’Ispra nel Rapporto Rifiuti Speciali del 2018: “La produzione nazionale dei rifiuti speciali, nel 2016, si attesta a quasi 135,1 milioni di tonnellate (…) Sono, inoltre, compresi i quantitativi di rifiuti speciali provenienti dal trattamento dei rifiuti urbani, pari a quasi 11,2 milioni di tonnellate”. La produzione aumenta del 2% rispetto al 2015 (4,5% rispetto al 2014), con l’aggravante dei rifiuti speciali pericolosi, aumentati di oltre 9,6 milioni di tonnellate (+5,6% rispetto al 2015).

Detto ciò, nel settore del riciclaggio pur qualcosa si muove. L’avvio allo smaltimento dei rifiuti pericolosi aumenta del 7,9% (887 mila tonnellate), nonostante una riduzione del numero delle discariche operative (da 392 nel 2014 a 350 nel 2016), registrando il 65% del riciclaggio. Siamo tra i migliori in Europa per il riciclaggio, come del resto siamo tra gli ultimi della classe in termini di prevenzione: “Se i dati mostrano un buon lavoro sul fronte del riciclo, occorre investire di più su quello della “prevenzione” dei rifiuti speciali. Se ne producono ancora troppi e l’Italia è lontana dall’obiettivo fissato dal Programma Nazionale di Prevenzione del 2013, che prevede al 2020 una riduzione del 5% nella produzione dei “non pericolosi” e del 10% per i pericolosi, calcolati per unità di Pil al 2010”.


Questioni economiche e logistiche spingono non solo le mafie classiche a questa nuova pratica: sono infatti piccole imprese o aziende messe con le spalle al muro dal lassismo legislativo del Governo a farsi largo tra gli attori più attivi


È bene ricordare: secondo il Testo Unico Ambientale (D. Lgs. N. 152/2006) per speciali si intende quei rifiuti provenienti da attività industriali, agricole, artigianali, commerciali e di servizi. Per quanto riguarda la loro pericolosità, invece, c’è l’obbligo da parte del produttore di attribuire correttamente il CER (Codice Europeo del Rifiuto) con il quale viene riportato la classificazione del rifiuto e le sue proprietà inquinanti – infiammabile, comburente, esplosivo, cancerogeno e via dicendo.

Tuttavia, molte volte al passaggio della classificazione, un produttore come la stessa azienda (è importante evidenziare come il detentore del rifiuto non è necessariamente chi lo produce ma chi in ultima istanza lo prende in carico), non arriva nemmeno. Un vuoto normativo difatti piega ai voleri affaristici della malavita la gestione di questa categoria di rifiuti: non tracciata né vincolata (come i rifiuti urbani), ma in libera circolazione, se non per la formula del Modello unico di dichiarazione ambientale (Mud), famoso per essere diventato ben presto il “giro bolla” del clan dei casalesi.

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Redazione People For Planet

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Redazione centrale: Gabriella Canova, Simone Canova caporedattore centrale, Miriam Cesta settore Persona, Maria Cristina Dalbosco settore Società, Michela Dell’Amico settore Green

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