“Dietro gli incendi di Milano, tutto un sistema sbagliato”

Tre esperti di gestione dei rifiuti spiegano perché si arriva ai roghi, e dove sta il problema.

Troppa burocrazia, troppa ideologia del riciclo, pochi controlli e pochi fondi. E una stupida guerra ai termovalorizzatori.

Da domenica 14 ottobre, la capitale europea d’Italia è ammantata da una coltre fitta e puzzolente, a causa di due incendi scoppiati in impianti di gestione dei rifiuti, e forse il fatto che colpisce di più è che i giornali ne abbiano parlato poco e in ritardo. Solo mercoledì c’è stata una certa reazione, a seguito dell’ondata di indignazione social. Una tranquillità perseguita anche dalla politica: sebbene i dati sulla diossina non fossero ancora disponibili, Arpa e sindaco hanno subito e più volte tranquillizzato sulla non tossicità dei fumi, mentre le indagini proseguono per accertare il dolo di questi atti. Ma che di dolo si tratti, pare una formalità. La Lombardia è la nuova terra dei fuochi, ha detto il ministro dell’Ambiente. Una ventina i roghi a depositi di rifiuti o centri di smaltimento nella regione negli ultimi mesi, contro un centinaio in tutta Italia nell’ultimo anno, secondo quanto ha calcolato Il Sole 24 Ore.

“L’ipotesi più realistica per giustificare questi episodi è che quando il gestore di un deposito di rifiuti si sente sotto il tiro degli investigatori, appicchi un incendio per far sparire le prove. Magari sono scadute le autorizzazioni, magari ha stoccato tanti rifiuti pericolosi e non poteva farlo. Ecco che il metodo più veloce per tutelarsi è appiccare un incendio”, mi dice Carlo Ruga Riva, docente di diritto penale ambientale all’Università Bicocca di Milano. È un’ipotesi, ma sembra molto accreditata. “Questi centri di stoccaggio hanno dei sistemi di sicurezza all’avanguardia che riescono a impedire il propagarsi di un eventuale incendio. Se questo invece divampa con la forza che abbiamo visto, per giorni, è verosimile che qualcuno non abbia volutamente rispettato le regole per la gestione e l’impiantistica. Se l’incendio è doloso è perché si eludono i sistemi di sicurezza”, rincara Riccardo Beltramo, docente di Management all’università di Torino ed esperto di sistemi sostenibili nella gestione dei rifiuti.

Quando un privato decide di gestire un’attività di stoccaggio o smaltimento dei rifiuti, deve avere un’autorizzazione dalla provincia, che si rilascia secondo precise garanzie, anche economiche, con una fideiussione bancaria, per esempio per rimettere a posto un’area che dovesse aver subito dei danni ambientali a causa di una eventuale cattiva gestione.

“Potrebbe quindi essere che la fideiussione sia scaduta, o che non sia più valida, e se i titolari capiscono di essere osservati, danno fuoco a tutto, perché così è più difficile dimostrare quanto e cosa c’era”, continua Ruga Riva. La soluzione? “Si potrebbe iniziare sveltendo la burocrazia ad esempio, rendendo meno oneroso in termini di tempo e denaro avere un’autorizzazione. In questo modo si renderebbe più facile e più economico gestire i rifiuti, si faciliterebbe il compito di chi lavora onestamente. Si potrebbe anche agevolare fiscalmente chi lavora bene. Lo smaltimento legale costa molto di più di quello illegale: se si livella questa differenza, diminuisce la tentazione di trovare scorciatoie”.

In più, Arpa e provincia “notoriamente non hanno grandi risorse ed è anche probabile che i controlli non siano cosi frequenti o strutturati”, osserva Ruga Riva.

Tra l’altro, che si appicchi un incendio alla carta o alla plastica, e che dunque ci sia una differenza notevole nelle emissioni inquinanti, non cambia di molto la pena quando si accerta il dolo: “Il tipo di inquinante rilasciato non modifica la tipologia di reato, c’è solo un aggravante in caso di rifiuti pericolosi, ma che non incide molto sulla pena”.

Ma la questione è anche un’altra. “Stiamo raccogliendo i frutti criminali di determinati approcci politici e ideologici. C’è stata e c’è una sorta di isteria collettiva a fare la raccolta differenziata, a riciclare tutto, che ha portato a una stortura della gestione dei rifiuti. Si spinge il cittadino a separare e raccogliere e il risultato è che si sposta il problema, perché l’industria non è pronta, offre ancora imballaggi troppo misti, il cittadino nel dubbio ricicla tutto e più aumenta la raccolta differenziata, più aumentano le componenti non riciclabili. Finché dalla Cina si prendevano i materiali misti che noi scartavamo, andava tutto sommato bene. Ora che la Cina ha chiuso le frontiere a questi materiali, i nodi vengono al pettine. Numerosi consorzi che si occupano di riciclo hanno grandi quantità di scarto di difficile collocazione. La Lombardia è un piccolo regno di 10 milioni di abitanti, e quantità mostruose di rifiuti. Gli sbocchi sono in difficoltà, gli impianti saturi. Quello che noi separiamo alla fine viaggia da un impianto all’altro su gomma, con enorme impatto e poi magari finisce in discarica. Tutto questo per permettere agli amministratori dei Comuni di fare a gara per vantarsi delle loro percentuali di riciclo. Ma finché non si cambia sistema produttivo – cosa molto complessa e forse neanche la priorità nelle tematiche ambientali – il problema rientrerà dalla finestra”, ci spiega Mario Grosso, docente di Solid Waste Management and Treatment al Politecnico di Milano.

Quali sono, tra l’altro, queste priorità? “La nostra priorità ambientale oggi è il cambiamento climatico. Basta vedere l’ultimo rapporto dell’Ipcc: la priorità sono i cambiamenti climatici. E su questo la gestione dei rifiuti impatta solo per un 2%. E’ importante, ma non quanto la gestione delle emissioni veicolari, che pesano tra il 25 e il 30 per cento. Ed è il trend che spaventa di più: più o meno tutti i settori inquinanti scendono come previsto dalle strategie internazionali: l’unico settore che resta fuori controllo è quello dei trasporti”.

Tornando alla questione incendi e rifiuti, in definitiva il paradosso è che ci si pulisce la bocca con le percentuali di differenziata raggiunte da un Comune, mentre poi questi materiali viaggiano da una regione all’altra, su gomma, per finire negli inceneritori dopo aver largamente impattato: “Quindi si chiede ai cittadini di differenziare, per alimentare un sistema che alla fine probabilmente inquina di più, oltre a portare i problemi che sta vivendo Milano. In parallelo, i termo-valorizzatori, che una certa politica ha voluto inquadrare come il Male, restano a secco e devono importare – sempre su gomma – rifiuti dalle altre regioni o nazioni, in special modo proprio le plastiche miste, che, producendo molto calore, rendono al massimo. E attenzione: il termo-valorizzatore produce energia, mentre ha filtri d’abbattimento innovativi dal punto di vista delle emissioni, al contrario ad esempio dei filtri delle auto”, aggiunge Beltramo. “Inoltre dal residuo della combustione, nei termo-valorizzatori si recuperano metalli altrimenti impossibili da riciclare. L’incenerimento può essere una forma di recupero, di riciclo. Ma per motivi ideologici si è stabilito – al di là della realtà – cosa sia il bene e cosa il male. Così si è creato un nuovo problema”, aggiunge Grosso. Mentre, da ultimo, la popolazione fa resistenza alla costruzione di nuovi termo-valorizzatori. “Copenhagen ha costruito recentemente un termo-valorizzatore dentro la città – racconta Ruga Riva -, lo ha ricoperto di verde e fornito di una palestra di arrampicata e un’area verde dove i danesi fanno le passeggiate. Da noi le opposizioni acutizzano il fenomeno nimby, o “non-lo-voglio-vicino-a-me”, e un certo tipo di comunicazione aiuterebbe il cambiamento”.

Fonte immagine: IlCambiamento.it

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Michela Dell'Amico

Michela Dell'Amico

Giornalista scientifica appassionata di ambiente

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