Raccolta Differenziata in panne

Differenziata in panne

La raccolta differenziata è la croce degli amministratori locali e la delizia, forse, degli ambientalisti

Si tratta di un anello intermedio fondamentale nell’economia circolare ma anche del più fragile. Vediamo perché, prendendo come esempio quello degli imballaggi.

Nella prima fase della filiera degli imballaggi tutto è razionale: si parte dalla materia prima, come il petrolio nel caso delle plastiche, o del materiale vergine o da riciclo nel caso di carta, acciaio, alluminio e il processo è fortemente strutturato fino al concepimento degli imballaggi.

In questa fase il processo diventa irrazionale sul fronte delle scelte ambientali, mentre è molto razionale sul fronte industriale. L’imballaggio viene scelto, composto e prodotto in linea di massima secondo le esigenze della produzione e della distribuzione, che hanno come esigenza principale quella di aumentare al massimo la vita di scaffale di un prodotto.

Per la verità anche il consumatore beneficia di queste scelte perché un prodotto imballato con questo criterio ha una vita più lunga anche una volta acquistato, riducendo così lo spreco alimentare, e diminuiscono in maniera esponenziale i problemi sanitari derivati dalle infezioni alimentari. Infatti, la diminuzione verticale delle infezioni alimentari da cibi è dovuta sia all’introduzione degli imballaggi moderni, sia all’utilizzo della refrigerazione e della catena del freddo.

Uno di quei classici casi nei quali “l’inquinamento” – da plastiche nell’ambiente e da CO2 per l’energia usata per la refrigerazione – ha migliorato e non di poco la salute. Per non parlare di quanto sia migliorata la vita delle donne, che grazie alla conservazione degli alimenti oggi hanno più tempo a disposizione e non sono più legate alla quotidianità della spesa.

Detto ciò riprendiamo il nostro viaggio. Una volta realizzato l’imballaggio, magari con materiali poliaccoppiati, come i contenitori del latte a lunga conservazione, o con polimeri diversi – come il caso delle bottiglie delle bevande ,dove il corpo delle bottiglie è realizzato con un polimero diverso da quello del tappo – entra nelle nostre case. E l’irrazionalità ambientale, anche sul fronte dell’utilizzo, diventa sovrana.

Gli imballaggi riusabili e richiudibili sono pochi e comunque dopo qualche mese ci si trova la dispensa piena di barattoli vuoti di marmellata che non si sa come usare. Una soluzione sarebbe il riuso da parte delle imprese con il vuoto a rendere, ma la personalizzazione estrema degli imballaggi dovuta a questioni di marketing – si pensi alle bottiglie di vetro – rende impossibile nella maggior parte dei casi il vuoto a rendere come si faceva qualche decennio addietro.

Risultato di tutto ciò è il trionfo dell’irrazionalità già nella sporta della spesa e poi successivamente nel frigorifero, fino a quando l’imballaggio entra nella fase, per le nostre attività domestiche, di fine vita e diventa un rifiuto da destinare alla raccolta differenziata.

Un’attività che, vista sotto al profilo dell’intera nazione, ha molto d’irrazionale. La raccolta differenziata, infatti, non ha le stesse caratteristiche su tutto il territorio nazionale perché è nata partendo dalle esigenze della filiera locale del riciclo post consumo e non da quelle dei cittadini. Il risultato è che ogni realtà territoriale opera con specifiche diverse e che non è possibile fare della comunicazione efficace di carattere generale verso i cittadini. Cosa che fa incorrere in errori che possono produrre effetti gravi.

No alla ceramica nel vetro!

Un’intera campana di vetro per esempio del peso di vari quintali può essere inquinata da una singola tazzina di ceramica, con effetti devastanti. La ceramica, infatti, ha un punto di fusione molto più alto di quello del vetro e “sopravvive” al riciclo abbassando la qualità del nuovo imballaggio. Alcuni produttori di prosecco del Veneto, per esempio, non utilizzano più bottiglie realizzate con vetro riciclato perché le impurità di ceramica creano delle debolezze strutturali che facevano letteralmente esplodere per la pressione interna le bottiglie durante in trasporto.

Per l’alluminio, materiale riciclabile all’infinito con ottimi risultati sia in termini energetici – con il riciclo si risparmia il 95% dell’energia necessaria rispetto alla realizzazione di alluminio da materiali vergini – sia ambientali, visto che il processo di produzione è altamente inquinante, il prezzo da riciclo varia in una maniera notevole. Il prezzo dell’alluminio da riciclo con impurità massima al 2% è di 500 euro a tonnellata, mentre quello con impurità massima al 15% costa 150 euro a tonnellata.

E potremmo continuare citando la gomma conferita con la plastica, gli specchi e i cristalli messi nella campana del vetro e così via.

Insomma, se nell’entrata a casa nostra l’imballaggio è già irrazionale di suo, quando esce e si avvia verso la differenziata le cose si complicano non poco. Un poco di ordine lo fanno le persone che realizzano con i propri rifiuti la differenziata, ma non si tratta di un ordine preciso sia per una questione di mancanza d’informazioni, sia perché i comuni sono restii a trasferire valore all’utenza, come succederebbe con la raccolta puntuale, più che altro per questioni di cassa.

L’anello debole è l’utente

E così l’utente rimane l’anello debole nella catena del valore che si forma lungo l’economia circolare. Ed è singolare il fatto che all’utente – che è il soggetto che paga di più in tutta la filiera -non sia riconosciuto alcun valore. E vediamo perché.

L’imballaggio di plastica che “riveste” il nostro prosciutto lo paghiamo una prima volta nel prezzo complessivo dell’alimento, somma nella quale c’è anche il contributo ambientale che in teoria dovrebbe pagare il produttore dell’imballaggio ma che di sicuro ci ritroviamo come “spesa” nel prezzo finale del prodotto.

Dopodiché dobbiamo contabilizzare anche il lavoro che fa l’utente per realizzare la differenziata e conferire il rifiuto/materia nei luoghi giusti. E su questa fase è interessante notare che è l’unica nella quale la materia perde di valore e debba essere “lavorata” dall’utente a costo zero, per esclusive motivazioni etiche che invece sono poco o nulla presenti sia a monte sia a valle.
Fatto ciò all’utenza, dopo aver pagato due volte l’imballaggio e lavorato gratis per dargli nuova vita, tocca anche pagare la tariffa sui rifiuti: il quarto esborso, mentre la materia prima seconda (i materiali derivati dal riciclo dei rifiuti) prende la strada degli impianti per produrre profitto “sul mercato”. Una dinamica decisamente iniqua che forse è un pezzo del malfunzionamento della raccolta differenziata.

Leggi anche:
I falsi amici della raccolta differenziata (gli errori più comuni)
La differenziata così non funziona: serve rivedere il sistema
Carta “bloccata”: il paradosso dell’eccessivo riciclo

Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

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Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

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