Don Luca Favarin: “Siamo ancora democristiani, scelgo il Vangelo e Gino Strada”

Intervista a tutto campo al discusso sacerdote finito sulla CNN inglese dopo le polemiche sul presepe.

Tra Gino Strada e Papa Pio XII scelgo Gino Strada”. Risponde senza esitazione don Luca Favarin, finito alla CNN inglese  per via delle polemiche  scaturite dal post di Facebook: “Quest’anno non fare il presepio credo sia il più evangelico dei segni… Non farlo per rispetto del Vangelo e dei suoi valori, non farlo per rispetto dei poveri…”. Non è nuovo a simili dichiarazioni il sacerdote padovano da anni al servizio dei poveri e dei migranti in quella meravigliosa terra di artisti, cattolici e amministrazioni leghiste che è il Veneto, la cui Regione ha stanziato 50mila euro per premiare le scuole che per prime hanno fatto il presepe.

Proprio con l’amministratore Massimo Bitonci, oggi sottosegretario al Mef e nel 2015 sindaco di Padova, don Luca Favarin si scontrò in occasione della fiaccolata antiprofughi che raccolse 250 manifestanti. Per contro ne scesero 2500 al motto “Padova accoglie”. L’anno successivo Bitonci inviò una decina di agenti a pattugliare l’ingresso delle cucine popolari gestite, schedando a campione chi entrava. In quel caso scese in campo il vescovo don Claudio Cipolla, perché “ne ha bisogno suor Lia (la organizzatrice, ndr) e ne hanno bisogno i poveri”. L’ottobre successivo l’amministrazione leghista cadde.

“Politicizzato”, “provocatore”, “vergogna della Chiesa”, questi e altri gli epiteti affibbiati a don Favarin, eppure non c’è traccia di politica nelle risposte che ci dà al telefono. Parole semplici e concetti lapalissiani, com’è tipico delle persone pratiche, nemmeno quando gli si fa notare che a parlare di presepe, ma per motivi opposti, è Giorgia Meloni, don Luca Favarin si lascia andare a polemiche: “Non sono qui per giudicare lei né nessuno”. Poi aggiunge: “Certo è che il tanto criticato ‘buonismo’ è più comodo davanti al presepe anziché con persone in carne e ossa. Paradossale”.

A confortarlo molti atei e agnostici, che “pur estranei alla fede, riconoscono il messaggio del Vangelo e del presepio”. Poco l’appoggio dal mondo cattolico, e in vista del suo prossimo libro Razzismo e religione se ne aspetta ancora meno.

“Come si permette don Luca Favarin di dire certe cose”, hanno detto in molti.

Mi permetto eccome. Guai se non lo facessi, non sarei coerente. Il vero scandalo è che siamo troppo pochi a dire che il cristiano non può non vivere di accoglienza. Scandaloso è chi smette di dire “bastardi negri tornate a casa vostra” solo davanti al presepio per magari recitare “Gloria e pace a Dio” e “siamo tutti fratelli” in maniera vuota, formale.

Come mai siete così in pochi a dirlo?

L’atteggiamento è spesso democristiano, del tipo “ascoltiamo tutti, non dividiamo la comunità, troviamo una via di mezzo”.

Siamo ancora democristiani?

Sì. Ancora paurosi di schierarci, presi da mille compromessi da tenere in equilibrio, compromessi che significano piaceri, riconoscimenti… che ci impediscono di essere liberi. Una delle cose più belle che ci dona il Vangelo è proprio la possibilità di essere liberi.

Si sente frainteso?

Mi fa rabbia che passi l’idea che io stia dicendo un pensiero mio sulla base di una mia interpretazione del Vangelo. I comunicati ufficiali di varie chiese sulle mie dichiarazioni si appellano al fatto che “non possiamo ingabbiare il presepio a una sola interpretazione”. Ebbene, qual è l’altra? Se qualcuno ritiene che il Vangelo abbia messaggi diversi, lo dica.

Forse l’obiettivo è tornare a rifare il presepe.

“Fate il presepio anche senza attenervi al suo significato, ma fatelo”, significa rendere il presepio una scatola chiusa, vuota, disattendere totalmente il suo messaggio di apertura.

Intanto le messe si svuotano e le piazze si riempiono.

Questo è un problema significativo che rivela dove sta andando la gente. Una religiosità che si limita a esteriorità non dura nel tempo. Il problema non è con la fede, ma con la religione, che ha a che fare con la dimensione umana e sociale. La gente ha bisogno di qualcosa che riempia il cuore.

Quindi Salvini sta riempiendo il cuore degli italiani.

Forse sì, perché crea passione.

Che cos’è la passione?

È una forza che ti nasce nel cuore per una parola, per un ideale, per una persona, che ti trascina. Non si sceglie di aderire a una passione, si viene presi da passione, e non si trova pace finché non si agisce per quella passione. Il presepio è passione. Facendo il presepio, il cristiano dovrebbe sentire dentro il proprio cuore un impulso talmente forte che le braccia si spalancano, le case si spalancano.

In un suo libro, Animali da circo. I migranti ubbidienti che vorremmo, parla di una sorta di schizofrenia insinuatasi fra i cristiani.

Dentro in chiesa mi affido a parole che invitano al servizio delle persone, esco, e vivo esattamente il contrario. Il rischio di un gesto religioso, o meglio, di una religiosità gestuale che non corrisponde a una fede, questo intendo con ‘schizofrenia religiosa’.

Dunque Giorgia Meloni è una credente non religiosa.

Non sono qui per giudicare lei né nessuno, ci mancherebbe, ciò non può esimermi dal riflettere sulle espressioni e i gesti che invece che unire mettono distanze.

Però è surreale che a parlare di presepe siate voi due per motivi opposti.

È inquietante, sì.

Cosa risponde a chi la accusa di fare politica?

È una questione di teologia, di visione ecclesiale, non di politica. Chi mi accusa di fare politica di solito è del mondo cattolico e vorrebbe una scappatoia rispetto alla costrizione posta dal Vangelo. Il Vangelo mi costringe alla fratellanza, se non mi costringesse a schierarmi dalla parte degli ultimi, dei senza-diritti, degli emarginati non sarebbe un libro sacro. Seguire il Vangelo e accogliere il prossimo non è una scelta, la scelta sta a monte. Nel momento in cui scelgo di essere cristiano accetto conseguenze e oneri.  Ma il Vangelo in questo momento storico può essere un grimaldello.

E della teologia della liberazione cosa dice?

Dico che è un’esperienza straordinaria, seppur difficile e complessa, di un legame tra Vangelo e società. Io credo moltissimo, e non può che essere così, nel valore sociale del Vangelo. Il contesto in cui è nata la teologia della liberazione ha permesso questo legame, anche se con dei limiti.

Quali?

Limiti comunicativi. Quando è stata tacciata di essere troppo politica, non è stata capace di spiegarsi sul suo vero significato.

Vedrebbe di buon occhio una esperienza simile in Italia ora?

Vedo di buon occhio la liberazione, non soltanto dal male, ma dalle ideologie, dai totalitarismi, dalla xenofobia, dal fascismo che sta tornando. Sarei favorevole a una coniugazione italiana della teologia della liberazione in grado di liberare il cuore e la mente delle persone.

E agli atei cosa sente di dire?

Di andare all’origine. Dal momento che Dio è amore, tutti parliamo lo stesso linguaggio. L’amore si coniuga in altruismo, legalità, compassione… nella parola ‘amore’ tutti ci riconosciamo, ci troviamo. Ecco perché il presepio è così straordinario, perché attinge a un linguaggio universale.

Il futuro non promette bene quanto a universalità.

Vedremo le nostre città affollarsi di disperati agli angoli delle strade ancora più di adesso. C’è da mettersi in movimento per tempo. Io l’ho fatto non perché mi piaccia o non abbia altro da fare nella vita, le assicuro che non è piacevole passare le giornate nei centri migranti, nei tribunali, e al fianco di donne vittime di tratta… Lo faccio perché lo ritengo giusto, e una cosa giusta va al di là del piacere, del buono o non buono. Noi non facciamo le cose perché “buoni”, perché “buonisti”. Semplice giustizia, solo questo.

Immagine di copertina: pagina Facebook di Luca Favarin

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Stela Xhunga

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