I Predatori della Scienza

Come i siti pseudoscientifici danneggiano la credibilità dell’informazione.

I contributi scientifici pubblicati senza le dovute verifiche oggi sono otto volte di più rispetto al 2010. Per la precisione sono 400 mila: e il numero delle riviste predatrici, stimato nel 2017 a circa 4 mila, è già più che raddoppiato, toccando quest’anno quota 8.700.

Contributi scientifici pubblicati senza alcun controllo, o con verifiche superficiali. Studi di università rinomate che finiscono accanto ad affermazioni di ciarlatani. Teorie del complotto accanto a pubblicità. Li hanno chiamati i “predatori della scienza”: sono editori che pubblicano (a pagamento) qualsiasi studio sulle loro riviste pur di far soldi e che – come se non bastasse – organizzano convegni farsa, dando vita a un sistema di falsificazioni nelle pubblicazioni scientifiche così ampio da mettere a rischio la credibilità del mondo della ricerca.

Nani che si credono giganti

Come possa accadere tutto ciò lo spiega un’inchiesta pubblicata sulla Süddeutsche Zeitung Magazin da un gruppo di giornalisti tedeschi che, in collaborazione con altre testate tedesche e internazionali, ha indagato per mesi sugli editori predatori, analizzando circa 175mila articoli. Tutto inizia con “semplici” siti internet che si spacciano per rinomati editori scientifici che convincono i ricercatori a pubblicare sulle loro riviste e a presenziare alle loro conferenze (dopo aver riscosso il saldo di apposite fatture). Poiché gli studi prima della pubblicazione vengono sottoposti a controlli molto superficiali o a nessun controllo, trovano spazio anche articoli sull’uso del veleno della tignosa verdognola (che è un fungo tossico) come rimedio anti-tumore. Una volta inserite le pubblicazioni nel circuito virtuale, il gioco è fatto. E pure il danno, dal momento che, come scrivono gli autori dell’inchiesta, “se spacciare sciocchezze per scienza è facile, una volta diffuse smentirle è difficilissimo“.

Scienze biomedicali e biologia

Scienze ingegneristiche, scienze agrarie, scienze della terra e dell’universo: sono tanti i rami della scienza coinvolti nelle pubblicazioni-bufale. E la scienza medica, con il coinvolgimento del settore biomedicale e della biologia, non si salva da questo sistema falsato.

Un sistema che si autoalimenta

Quello della “falsa scienza” è un sistema che si autoalimenta: le riviste pseudoscientifiche pubblicano articoli dietro compenso economico elargito dagli stessi autori; quando il numero di pubblicazioni cresce, le firme dello studio si trovano a essere invitate a tavole rotonde, congressi e convegni cui possono partecipare come relatori. Sempre dopo aver pagato.

L’open access

Il settore della “pseudoscienza” sfrutta per proprio tornaconto il principio dell’open access che, come si legge nell’inchiesta riportata dalla rivista Internazionale, “dovrebbe servire a scardinare le vecchie strutture di potere attraverso riviste scientifiche che, pur essendo sottoposte a controlli rigidi quanto quelli dei loro corrispettivi cartacei, sono poi accessibili gratuitamente su internet, affinché il sapere non sia più confinato nelle elitarie riviste di settore con abbonamenti così costosi da essere alla portata solo delle università dei paesi ricchi” (citazione da articolo cartaceo). Con l’open access, quindi, i ricercatori pagano perché i loro lavori siano controllati e pubblicati, e i testi dei loro lavori accessibili gratuitamente in rete.

L’inghippo

Ed è proprio dietro l’idea dell’open access che si nasconde la trappola: se nelle biblioteche tradizionali una rivista predatrice non sopravvivrebbe, su internet gli articoli di riviste rinomate come Nature o il New England Journal of Medicine “distano solo un paio di click” da quei siti internet che si spacciano per importanti editori scientifici. E così le notizie pseudoscientifiche si ritrovano pubblicate alla stregua di notizie scientificamente valide.

Peer review, questa sconosciuta

La peer review (la “recensione da parte dei pari grado” o “revisione tra pari”), è il procedimento che comporta la valutazione di un articolo da parte di una o più persone con competenze simili ai produttori del lavoro per verificarne l’idoneità alla pubblicazione scientifica su riviste specializzate. Pubblicazioni e progetti di ricerca che non siano stati soggetti a una revisione dei pari non sono generalmente considerati scientificamente validi, se non dopo eventuali e accurate verifiche. “La peer review – si legge nell’inchiesta – dovrebbe far sì che la via d’accesso alle pubblicazioni scientifiche sia stretta come la cruna di un ago” (e così è, tuttora, per le riviste scientifiche “serie”). Invece, nel caso degli editori predatori, “è larga come un tubo di scarico“. Un fenomeno in aumento, probabilmente facilitato dalla sempre maggiore diffusione di internet: se nel 2010 gli articoli pubblicati dagli “editori predatori” erano circa 50 mila, oggi sono 400 mila, ovvero otto volte di più. E il numero delle riviste predatrici, stimato nel 2017 a circa 4 mila, è già più che raddoppiato, toccando quest’anno quota 8700.

L’India in testa

A guidare la classifica dei Paesi da cui provengono la maggior parte degli editori predatori è l’India, che da sola ospita il 27,1% di tutti i “predatori della scienza” attualmente scovati. A seguire c’è l’America settentrionale, con il 17,5%, poi l’Asia (esclusa l’India) con l’11,6%, l’Europa con l’8,8%, l’Africa con il 5,5%, l’Australia con l’1,7%, l’America centro-meridionale e il Medio Oriente con lo 0,5% rispettivamente. Il 26,8% degli editori predatori, però, ovvero più di uno su quattro, risulta essere di provenienza sconosciuta.

 

A proposito di fake news leggi anche Vichinghi, Napoleone, i Migranti… le bugie fanno la storia

 

Photo by rawpixel on Unsplash

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Miriam Cesta

Miriam Cesta

Giornalista professionista, collabora con diverse testate dedicate al mondo della salute, della medicina e del benessere.

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