Energia e crisi Covid-19

Si tratta di due mondi diversi che si potrebbero considerare distanti ma che in realtà hanno delle correlazioni dirette la cui analisi potrebbe essere importante per affrontare la crisi climatica.

La crisi epidemica è la prima nella storia dell’era moderna dove vanno in deficit sia la domanda sia l’offerta e ciò ha rotto l’equilibrio in molte convenzioni economiche, anche quelle dell’energia. Il lockdown di oltre tre miliardi di persone ha buttato a picco i consumi petroliferi, con l’industria dell’oro nero che si era “tarata” su un flusso di consumi costante. Questo crollo ha fatto sì che ci fosse un eccesso di offerta di petrolio, cosa che ha ingolfato l’hardware dell’oro nero, ossia i depositi, al punto che pur di non fermare l’attività estrattiva, che avrebbe portato allo stop dei pozzi per mesi visto che non si possono fermare come se avessero dei rubinetti, c’è stato un prezzo negativo il petrolio per la prima volta nella storia. Tradotto: in alcuni giorni del mese di aprile le aziende estrattive hanno pagato ben 40 dollari al barile a chi si portava via l’ormai ex oro nero. Ovviamente questa inversione di prezzo non si è riflettuta sul costo del carburante che del resto oggi in Italia è composto del 90% da tasse.

Non solo petrolio

Ma l’energia ai tempi del Covid-19 non è solo petrolio. La mutazione degli stili di vita, infatti, avrà effetti non banali sul fronte economico anche e soprattutto per le famiglie. Vediamoli. Con la diminuzione degli spostamenti diminuisce anche il consumo, e quindi la spesa, per il carburante, ma i costi fissi delle nostre auto rimangono uguali visto che non dipendono dal chilometraggio. E poiché l’alternativa del mezzo pubblico difficilmente sarà proponibile in sicurezza, molti pendolari saranno costretti a usare l’auto privata, mentre il car sharing sarà possibile solo per chi usa l’auto occasionalmente. Le alternative per recarsi al lavoro sono quelle delle biciclette e degli scooter elettrici, mentre chi può potrebbe usare lo smart working in maniera massiccia. Tutto molto bello ma bisogna tenere d’occhio una serie di questioni. La prima è legata alla connettività e al suo costo, come infrastruttura. Uno smart working efficiente ha bisogno di una connessione in fibra che garantisca almeno 3-400 Mps e la connessione a valle del modem deve essere fatta con una rete Lan visto che il Wi-Fi oggi è utilizzato da tutti i membri della casa. Per cui bisogna arrivare al personal computer con il cavo dal modem. E ciò pone un problema importante. La maggior parte delle abitazioni, a eccezione di quelle delle partite Iva come chi scrive, non sono attrezzate con aree esclusivamente dedicate al lavoro, con il risultato che il working in presenza di bambini o altri familiari può diventare molto poco smart.

Costi poco smart

E inoltre il luogo di lavoro “smart” deve essere climatizzato in orari nei quali di solito la casa era deserta, mantenuto e pulito. Insomma è un costo che dal datore di lavoro si sposta sul dipendente. La cifra? Complicato dirlo ma sappiate che nei business plan delle aziende un posto di lavoro nel terziario avanzato, esclusa ovviamente la retribuzione, costa circa 300 euro. Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano l’utilizzo dello smart working porta per l’azienda a un risparmio del 30% sui costi gestionali degli spazi fisici, un incremento del 15% di produttività e una riduzione dell’assenteismo del 20%.

E per il lavoratore?

A fronte dell’azzeramento dei costi e dei tempi di spostamento, per il resto i costi aumentano con la retribuzione che rimane invariata. I costi gestionali degli spazi, tra i quali quelli energetici sono importanti, sia aggirano intorno ai 100 euro/mese. Cifra che viene decurtata dal reddito in maniera secca. Certo c’è almeno un’ora relativa ai trasporti ogni giorno che viene liberata ma che difficilmente un dipendente può trasformare in un’attività redditizia. Per cui abbiamo con lo smart working una perdita di liquidità secca che però può essere limitata con un approccio pragmatico all’energia. Su questo punto è necessario essere dettagliati e puntuali. Il nostro posto di lavoro domestico infatti può essere messo a punto per consumare meno energia possibile. E ora con il nuovo decreto che incentiva l’efficienza al 110% lo si può fare a costo zero. I costi della climatizzazione invernale si possono ridurre fino al 70%, quelli di quella estiva del 50% e quelli d’illuminazione del 90%. Sul fronte delle attrezzature è necessario richiedere alle aziende – visto che le devono fornire loro – , a meno esigenze specifiche, computer portatili che consumano anche l’80% in meno rispetto a quelli fissi. Oltre a ciò bisogna attrezzarsi per ridurre anche i costi delle bollette che rimangono come carico, anche se ridotto. La ricetta per fare ciò è a base di flessibilità e rinnovabili. Flessibilità per considerare di cambiare forniture, almeno ogni anno, energetiche con quelle più convenienti, mentre le rinnovabili domestiche, anche esse incentivate, possono dare il colpo di grazia alle nostre bollette. Un sistema fotovoltaico con accumulo per l’energia elettrica, una pompa di calore, magari geotermica, per la climatizzazione e il solare termico per l’acqua calda sanitaria sono ottimi alleati per ridurre ulteriormente, non solo i costi energetici dello smart working, ma anche quello dell’abitare in generale. Facendo del bene al nostro portafogli, alla ripresa economica sostenibile e, non dimentichiamolo, al clima.

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Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

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Sergio Ferraris

Sergio Ferraris

Giornalista scientifico e ambientale. E' Direttore Responsabile di People For Planet

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