Erri De Luca, il poeta “smuratore” all’epoca dei porti chiusi

Erri De Luca, il poeta “smuratore” all’epoca dei porti chiusi

Un reportage nel cuore del Mediterraneo

Erri De Luca è un poeta, scrittore, filosofo, traduttore, sceneggiatore e attivista italiano, da sempre impegnato nella battaglia atta allo s-muramento dei confini. Paola Zaccaria lo definisce «poeta smuratore di sempre», in quanto, durante l’arco della sua vita, ha promosso una poetica-politica dell’ospitalità, non solo attraverso le lame affilate delle sue parole ma soprattutto perché impegnato attivamente sul campo.

Sbarcato dopo due settimane in mare sulla nave salvagente di Medici Senza Frontiere, ho trovato in terraferma calunnie e voci a vanvera sui soccorritori di naufraghi che ho conosciuto. Reagisco con questa cronaca, una nota in margine a una verità ferita.

E’ questa l’introduzione a Se i delfini venissero in aiuto, un reportage del 2017 che Erri De Luca ha scritto in seguito all’esperienza tenuta a bordo della nave di salvataggio Prudence di Medici Senza Frontiere, i cui volontari si addentrano nel mezzo della “terra di confine”mediterranea al fine di favorire il recupero d’imbarcazioni e corpi – vivi o morti – nelle acque di mezzo del Mediterraneo, nonostante le politiche internazionali siano atte al controllo della frontiera e al successivo respingimento in territorio libico.

Inoltre, a peggiorare la situazione è stato il Decreto firmato lo scorso 8 aprile dalla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, la ministra dei Trasporti, Paola De Micheli, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il ministro della Salute, Roberto Speranza, tramite il quale l’Italia ha chiuso temporaneamente i propri porti per via dell’emergenza Covid-19, poiché “non assicurano i necessari requisiti per la classificazione e definizione di Place of Safety (luogo sicuro)”.

Questo decreto rappresenta la costruzione di una frontiera ghiacciata nel bel mezzo dell’acqua, liquida per definizione, in quanto impedisce alle ONG italiane di attraccare sulla terra ferma e, quindi, di salvare vite in mare. I naufraghi sono diventati, ancora una volta, coloro da respingere poiché possibili “vettori” di malattia. In questo momento così difficile, non tutte le vite umane hanno lo stesso valore e non tutti i corpi sono degni di essere salvati, come se la mancanza d’aria dovuta all’annegamento avesse una portata minore rispetto ai problemi respiratori provocati dal coronavirus. Attualmente, le ONG italiane sono ferme perché, al fine di adeguarsi alle misure sanitarie di prevenzione e risposta a Covid-19, stanno riorganizzando i propri assetti e operazioni.

Una di queste organizzazioni è Medici Senza Frontiere, istituita al fine di fornire aiuto medico-sanitario a soggetti e popolazioni bisognosi d’aiuto. Nel caso del Mediterraneo, Medici Senza Frontiere agisce in opposizione alla logica del contenimento, costruendo ponti d’acqua d’accoglienza e d’apertura.

Nel suo breve reportage, Erri De Luca ci mette di fronte alla tematica delle geocorpografie e, quindi, il vortice delle morti in/ per mezzo del mare, spazio colpevole/non-colpevole di uno sterminio legislativamente volontario ma, allo stesso tempo, “marina-mente” involontario:

“Guardo il mare stasera: disteso, pareggiato a tappeto. Non si può affondare senza onde. Bestemmia al mare è affogare quando è calmo, quando non esiste alcuna forza di natura avversa, tranne la nostra. Siamo coi pugni chiusi (…) Non soffro il maldimare, ma stasera soffro il dolore del mare, la sua pena d’inghiottire da fermo i naviganti. E’ creatura vivente il mare che i Latini chiamarono Nostrum, perché nessuno potesse dire: è mio. La nave in cui mi trovo vuole risparmiare al Mediterraneo altre fosse comuni.”

In tale contesto, l’azione svolta da Medici Senza Frontiere è tesa all’intercettazione dei gommoni che, una volta abbandonata la sponda sud, si sono addentrati nel mezzo del mare; la loro missione è quella di diminuire il numero dei naufragi e prevenire il verificarsi di ulteriori stragi dei nameless del Mediterraneo, coloro i quali Filippo Silvestri definisce

Fantasmi [ossia] i senza nome delle navigazioni fantasma, le non-persone che mancano alla conta dei cadaveri delle facili dispersioni/affogamenti in mare. Umani non umani degli spazi lisci improvvisamente striati (…) chiusi-rinchiusi-affogati in uno smisurato lager a cielo aperto che non li concentra ma li disperde: liquidi liquidati nella conta che non conta degli affondamenti, in uno spazio mai definito, dove si scompare senza un documento che attesti quelle che restano scomparendo esistenze in transito.

E’ proprio questa transitorietà che l’opinione pubblica, spinta da tendenze razziste, non riesce ad accettare, tentando di cristallizzare le identità di tali soggetti nello stereotipo dei terroristi, ossia i disturbatori della quiete – piatta – bianca, occidentale, incolpando la comunità internazionale di pronto intervento in mare di essere responsabile dell’arrivo in Italia di un’eccessiva quantità di ‘clandestini’ costretti a sottostare alle leggi del dislocamento transnazionale. Tuttavia, considerato il fatto che tutti i rapporti sulla crescita della popolazione mondiale sono allarmisti, tale ‘regolamentazione selvaggia’ potrebbe essere considerata positiva, in quanto favorirebbe il contenimento della crescita demografica globale e tutto ciò si risolverebbe eliminando individui indesiderati – che procreano senza sosta una quantità sempre maggiore d’individui indesiderati-.

“Se i delfini venissero in aiuto dei dispersi in mare, questi svaporati li accuserebbero di complicità coi trafficanti. In verità la loro fandonia intende accusare i soccorritori d’interrompere il regolare svolgimento del naufragio. Perché siamo e dobbiamo rimanere contemporanei incalliti del più lungo e massiccio affogamento in mare della storia umana.”

Il reportage si sofferma, poi, sul momento del salvataggio, in cui la nave di Medici Senza Frontiere si trasforma in ponte d’ospitalità, distruggendo l’iceberg costituito dal muro legislativo costruito nel bel mezzo del mare: “la nave è un manufatto di congiungimento tra due sponde e aiuta il mare a fare il suo servizio di trasporto delle civiltà, che è semina di uomini”. Gli uomini, le donne e i bambini a bordo sono spesso spaesati, esausti, con gli occhi ancora persi nel vuoto dell’orizzonte blu che congiunge mare e cielo. Tuttavia, tale avvenimento rappresenta un punto cruciale nel viaggio dei migranti, una porta di speranza che viene aperta gratuitamente, una strada d’acqua che raffigura il passaggio da una condizione di trasporto a pagamento a uno stato di accoglienza incondizionata e liberazione dalla morsa dei traghettatori-mercenari, “una parentesi di pausa e di quiete nella vita delle persone chiamate ospiti”.

Sulla Prudence, infatti,si accoglie senza porre alcuna clausola nomenclativa e senza chiedere alcun documento identificativo, in quanto la priorità è il salvataggio di vite umane. Una volta a bordo della Prudence, i migranti vengono informati che saranno traghettati sulla terraferma italiana e lì verranno “smistati” e “scannerizzati” come prigionieri, per poi essere inviati nei campi d’identificazione, altrimenti detti campi di concentramento. La maggior parte di loro pensava che l’arrivo in Italia avrebbe rappresentato un’ancora di salvezza, ignari del fatto che si sarebbero imbattuti in frontiere d’acqua solida, sbarramenti legislativi e cortili di reclusione. Pertanto, in tale contesto di muramento e chiusura della frontiera mediterranea, la nave di salvataggio Prudence di Medici Senza Frontiere rappresenta una via di fuga dalla cartografia dominante, un arco d’aiuto e di rifugio che si apre nel mezzo del mare, simbolo di accesso al portale della salvezza.

Le contro-narrazioni disegnate da Erri De Luca vanno a tracciare nuove rotte nelle mappe mediterranee. Le sue parole aprono un varco nella frontiera ‘ghiacciata’ mediterranea andando a disegnare nuove contro-figurazioni che s-velano le crude dinamiche che hanno luogo nelle terre di mezzo acquatiche, proponendo una visione ‘altra’ e alternativa che si basa sull’accoglienza e l’accettazione delle diversità. La sua scrittura fluida, infatti, si nutre di un lirismo decostruttore al fine di formulare l’idea di un Mediterraneo dai confini liquefatti, privo di muri e sbarramenti, le cui onde si possano infrangere liberamente tra una sponda e l’altra e in cui l’acqua possa essere tra-sportatrice di correnti umane senza porre – o imporre – alcuna condizione.

Fonti:
– “Erranze senza ritorni. Su diaspore, mari e migrazioni” a cura di Lara Carbonara (2017)
– “Se i delfini venissero in aiuto” – Erri De Luca (2017)
Immagine: La voce del popolo

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Maria Grazia Cantalupo

Maria Grazia Cantalupo

Social Media Manager di People For Planet

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