Esame di maturità 2020: «una pagliacciata», ragazzi impreparati e smarriti

Una prof del Sud e una maturanda del Nord alla soglia dell’esame di Stato raccontano la loro esperienza degli ultimi mesi

Nonostante le polemiche, l’esame di maturità si farà, anche quest’anno. Sarà anomalo, come lo sono stati gli ultimi mesi di scuola, per gli studenti non si concluderà con un viaggio in compagnia degli amici di sempre e per gli insegnanti non ci saranno prove scritte da correggere. Mancherà probabilmente anche quella magia solenne che accompagna ogni fine ciclo e non ci si potrà abbracciare in classe l’ultima volta. Dal 17 giugno in poi commissioni di tutta Italia si riuniranno a distanza di sicurezza per valutare 5 ragazzi alla volta, anche se durante questi mesi non se la sono passata proprio bene.

Il punto di vista di una studente

Francesca, 19 anni, frequenta l’ultimo anno al Rebora, Liceo delle Scienze Umane a Rho, in provincia di Milano: «questo esame sembra una pagliacciata, i professori non ci possono passare niente e sinora abbiamo fatto meno della metà di quanto avremmo dovuto». Più di tutto però a Francesca, come a tutti i suoi coetanei, dispiace «aver perso l’ultimo anno, oltre che parte del programma. Sai, dopo 5 anni stringi un legame con i compagni e anche con i professori, si soffre per l’ansia della verifica, si condividono le emozioni. Quest’anno non ce lo darà indietro nessuno».

Ciò che colpisce nel sentir parlare i giovani maturandi in questi giorni di tensione e attesa è il senso di smarrimento, un misto di sopraffazione degli eventi, impotenza e dispiacere. Come nella lettera indirizzata alla Ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, da parte della Consulta provinciale degli studenti di Messina: “la mancanza di linee guida precise, ha contribuito alla confusione nell’organizzazione scolastica e ha lasciato spazio all’arbitrarietà di docenti e discenti, che hanno provato ad andare avanti, nonostante il senso di abbandono, dimostrando un grande sentimento di unità e civiltà”.

Secondo l’ordinanza ministeriale n. 10 del 16 maggio la prova dell’esame di Stato è stata divisa in tre momenti differenti: la discussione di un elaborato condiviso dai docenti, l’analisi del testo di letteratura italiana e il commento e la trattazione di materiali preparati dalla commissione che si colleghino alle altre materie, ad esempio una foto o un articolo di giornale. Una formula d’esame che ha l’obiettivo di sostituire e sopperire alla mancanza delle prove scritte.

Il punto di vista di una insegnante

Studenti e docenti non sono particolarmente d’accordo con la Ministra Azzolina, la raccolta firme per eliminare la prova ha raggiunto sinora quota 60mila adesioni. Si moltiplicano i comitati, gli appelli, gli interventi pubblici contro le modalità predisposte dal Ministero e arrivate molto tardi, a solo un mese dall’inizio degli esami. Tina, docente di letteratura italiana e storia all’IISS Giulio Cesare di Bari, sostiene infatti che «a questo punto l’esame di Stato avrebbero dovuto eliminarlo del tutto e lasciare la valutazione finale ai crediti formativi e quindi sulla base del lavoro che il ragazzo ha fatto in presenza. Purtroppo rispetto alle altre classi le quinte hanno avuto un rallentamento e sono rimaste molto indietro, si sono perse sui passaggi fondamentali del programma».

L’impegno degli insegnanti a tenere vivo il rapporto con gli alunni in questi mesi è stato notevole, nonostante tutte le difficoltà del caso, a partire dai problemi tecnici legati a connessioni e ai device mancanti. Dal Miur sappiamo che sinora «sono 205 mila i dispositivi acquistati e 115 mila gli studenti ai quali è stata fornita la connettività». Ma ci sono stati anche problemi legati all’attenzione, all’interesse e alla serietà dei ragazzi, soprattutto dei più grandi, durante i momenti di didattica a distanza. Prosegue Francesca: «i professori all’inizio ci interrogavano, poi hanno smesso e continuato solo con le lezioni. Chiaramente con videocamera e microfono spenti è facile perdere il filo e se l’argomento non interessa fai un po’ i cavoli tuoi. Ci hanno fatto fare delle verifiche a un certo punto, ma è ovvio che stando a casa tendenzialmente si copia».

Anche dal punto di vista dei docenti non è stato semplice, continua Tina: «la difficoltà è capire se hanno capito, se ti stanno seguendo. Non puoi guardarli negli occhi, perdi il contatto con loro. Poi non sai cosa fanno nel frattempo, spengono la videocamera durante la lezione, o la connessione cade. Così non si possono affrontare temi che richiedono maggiore attenzione come l’analisi del testo, che ha bisogno del corpo, la lettura della poesia e la sua comprensione non si possono affrontare in video».

È contro questa discontinuità nella didattica che sono scesi in piazza il 23 maggio genitori di tutta Italia insieme ai precari: “La scuola deve ripartire in presenza, continuità e sicurezza. Su questo vanno concentrati gli investimenti. Se oggi il distanziamento è la misura di prevenzione più efficace, allora ci vogliono più scuole, più spazi consegnati a studenti e docenti anche per l’educazione all’aperto, più insegnanti e personale Ata” affermano i promotori del Comitato Priorità alla Scuola, sostenuti anche da altre organizzazioni come Non Una Di Meno.

Ma ormai l’anno è andato e questa maturità 2020 si svolgerà in sicurezza e in presenza. Da settembre tuttavia, torneranno in classe, con la mascherina, gli alunni solo fino alla terza media. Per le scuole superiori di secondo grado si continuerà con la didattica online, almeno finché dovremo convivere con il virus. Eppure, «la scuola ha perso moltissimo in questi anni, tagli di risorse e di ore. Al professore oggi è rimasto solo il rapporto con l’alunno, si basa tutto sulle nostre capacità di comunicare con gli studenti e a questo punto è un rapporto irrinunciabile», conclude Tina.

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Caterina Conserva

Caterina Conserva

Giornalista con la passione per l'ecologia, i libri e le lunghe camminate in giro per il mondo

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Caterina Conserva

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