Etichette per alimenti: esistono anche quelle “etiche”

Molti produttori decidono di andare oltre a ciò che è richiesto per legge

Nell’ambito dell’agroalimentare, chi vuole garantire la propria produzione e renderne conto ai consumatori può farlo in diversi modi: aderendo alle richieste previste dalle normative obbligatorie, scegliendo di produrre secondo un determinato disciplinare, ad esempio uno di quelli che poi gli permetterà di definire il proprio prodotto come Dop o Igp, solo per citarne alcuni. In aggiunta a questi, alcuni produttori poi hanno deciso di aderire a protocolli di produzione volontari, per dimostrare al consumatore di aver prestato attenzione anche ad altri aspetti che coinvolgono il processo produttivo.

Abbiamo chiesto all’avvocato Dario Dongo, esperto di diritto alimentare internazionale e fondatore di Great Italian Food Trade e del sito Fare, che contiene anche informazioni sulle regolamentazioni dei prodotti alimentari, di elencarci i principali. Tra i tanti protocolli di adesione volontaria, Dongo ha identificato due certificazioni principali: il biologico e la normativa SA (Social Accountability) 8000.

Il biologico

“Chi aderisce alla disciplina delle produzioni bio seguendo i principi normati nel regolamento recentemente aggiornato (848/2018), deve garantire non solo la produzione, ma contribuire anche al mantenimento o al ripristino delle aree naturali” – spiega Dongo – “Si tratta di una certificazione che segue regole omogenee in tutta Europa, resa da enti terzi che vigilano sull’attuazione della disciplina e che esiste da quasi 40 anni, con obiettivi che trascendono il tema della salute del consumatore e mirano anche alla preservazione della biodiversità e del mantenimento degli habitat naturali, con attenzione verso la flora e la fauna selvatica”.

La Social Accountability

Guardando all’ambiente è opportuno guardare anche ai lavoratori, e i marchi che li tutelano sono diversi. C’è però una norma internazionale che, secondo Dario Dongo, può essere presa come riferimento: si tratta della SA 8000, dove “SA” sta per “Social Accountability”, cioè “responsabilità sociale”. “È uno standard internazionale soggetto a certificazione volontaria, che si interessa in modo specifico, obiettivo, e sulla base di parametri condivisi, di garantire l’assenza di sfruttamento da parte dei lavoratori, anche in termini di tutela di diritti sindacali, e di rispetto di diritti dei lavoratori negli standard definiti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, oltre che dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la convenzione Onu sui diritti dell’Infanzia”.

Anche qui la norma è soggetta a certificazioni, che vengono rilasciate dopo le verifiche e le ispezioni di enti terzi. Riguardo all’adesione a questo standard, c’è una eccellenza italiana, spiega Dongo: “Coop Italia è stato il primo rivenditore a livello europeo ad aver introdotto in modo strutturale la certificazione SA8000 su tutti i prodotti legati al proprio marchio. La garanzia offerta da SA8000 è rigorosa e ampia, poiché coinvolge tutti gli operatori a monte della filiera, dalla produzione agricola primaria alla logistica, oltre a eventuali anelli intermedi nella distribuzione ”.

Dove trovarle: in etichetta o con qualche ricerca

La certificazione biologica è ben visibile sull’etichetta con il simbolo europeo della “fogliolina” con le stelline, che riporta anche i numeri per identificare il produttore e la filiera, mentre lo standard SA8000 viene riportato con un simbolo oppure indicato in maniera testuale. Se non lo trovate, un giro sul sito web delle aziende nelle sezioni dedicate alla responsabilità sociale potrebbe togliervi ogni dubbio.


Immagine di copertina: Fotomontaggio di Armando Tondo

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Margherita Aina

Margherita Aina

Giornalista, ha lavorato in radio e in televisione, scrive e si occupa di comunicazione, senza dimenticare le sue radici nelle risaie novaresi

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