Evasione fiscale: per combatterla sono necessari alcuni “distinguo”?

L’Italia, si sa, è capofila in Europa per capacità di eludere gli obblighi fiscali

Ogni anno le cifre relative ai miliardi di euro di evasione fiscale (più di 100 mld gli ultimi dati: provate a immaginare in concreto 100 miliardi di euro: non ci si riesce!) appaiono decisamente raggelanti. E ogni governo non manca occasione per proclamare interventi che riportino nelle casse dello Stato almeno una parte dei mancati introiti: tracciabilità dei pagamenti, soglia massima ai pagamenti in contante, lotterie legate agli scontrini fiscali ecc…

Ben poca attenzione invece è stata data (con la sola eccezione del Dataroom di Milena Gabanelli pubblicato su Corriere.it) ai dati resi pubblici qualche settimana fa dal dipartimento Crisi d’impresa della procura di Milano, frutto di un lavoro, durato mesi, di analisi dei crediti vantati dall’amministrazione nei confronti delle aziende fallite o in amministrazione straordinaria.

Uscire dalla narrazione tradizionale dell’Italia solo come “paese di furbetti”

L’ammontare dei crediti erariali e previdenziali insinuati nei fallimenti è spaventosamente grande: si parla di 105 miliardi di euro. E ciò che non si racconta al grande pubblico – e che rimane estraneo anche al dibattito politico – è la circostanza che gran parte di questa cifra (80%) non nasce come conseguenza della crisi ma è invece espressione di modalità nello svolgimento delle attività di impresa impostate fin dall’inizio in funzione evasiva, e pertanto delinquenziali.

In altre parole, accanto alle imprese in difficoltà – fenomeno ovviamente destinato a imporsi in tempi di stallo economico – negli ultimi anni si sta assistendo all’esplosione della nascita di “società usa e getta”. Queste infatti vengono impostate fin dall’origine sui mancati versamenti dell’IVA, delle ritenute d’acconto e dei contributi previdenziali.

Nella migliore delle ipotesi si tratta di un meccanismo perverso per stare sul mercato ma non facciamoci troppe illusioni: solo nell’area milanese ben il 41% dei crediti insinuati nei fallimenti tra il 2009 e il 2018 è rappresentato da crediti di erario e previdenza. Sono cifre che vanno molto oltre quel 14% che invece si riscontra nelle amministrazioni straordinarie e che può essere considerata una percentuale fisiologica per un’impresa in dissesto finanziario. E dunque sono cifre che testimoniano l’esistenza di un numero sempre crescente di fallimenti dolosi, di aziende che nascono per stare sul mercato – in particolare quello della logistica – un paio di anni, o addirittura solo per frodare il fisco emettendo fatture false ed evadendo l’IVA (cosiddette “cartiere”).

No alibi

Lo studio di questi fenomeni e la loro divulgazione sono fondamentali per la comprensione del mercato all’interno del quale tutti noi ci muoviamo. E lo sono non soltanto per gli “addetti ai lavori”, vale a dire procure e tribunali e mondo della politica, ma anche per noi che, in veste di consumatori, gioiamo del “buon affare”, magari perché acquistiamo online senza spese di spedizione, e poi ci scandalizziamo se non riceviamo lo scontrino del caffè al bar.

“Che ci azzecca?” potrebbe chiedere qualche lettore. Ci azzecca, perché la gran parte delle aziende che si costituisce a fini elusivi, che nascono cioè non per stare sul mercato ma per fallire dopo pochi anni, opera, guarda caso, proprio in quel settore attualmente di maggiore espansione, quello della logistica. Lo schema, spiega bene Milena Gabanelli, è sempre lo stesso: il committente, spesso un soggetto internazionale, affida gran parte della gestione delle merci a società esterne, che a loro volta si affidano a piccole società o a cooperative, che non hanno mezzi propri né capitale e gestiscono solo la manodopera assumendo molti dipendenti anche in violazione delle norme sul lavoro. In tal modo – e non pagando IVA, ritenute e contributi – si aggiudicano gli appalti sottocosto. Dopo un paio di anni chiudono, cambiano nome… «E ricomincia la giostra».

Se proprio dobbiamo vivere la schizofrenia da un lato di contribuire alla sopravvivenza di società campioni di evasione e dall’altro di fare i paladini dell’onestà contributiva, è bene che ne siamo consapevoli. 

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Maria Cristina Dalbosco

Maria Cristina Dalbosco

Fa parte della Redazione di People For Planet. Scrive e si occupa dell'editing e della revisione dei contenuti

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Maria Cristina Dalbosco

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Fa parte della Redazione di People For Planet. Scrive e si occupa dell'editing e della revisione dei contenuti

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