Famiglie del Congo denunciano Apple, Google e gli altri colossi del tech

Davide contro Golia: coraggio, Davide

Diciassette genitori della Repubblica democratica del Congo hanno fatto causa ad AppleGoogleDellMicrosoft Tesla accusandole di essere complici nella morte e nella mutilazione di bambini costretti a estrarre cobalto nelle miniere in condizioni pericolose, illegali, inaccettabili.

A riportare la notizia è il «The Guardian», che riferisce l’eccezionalità del caso, è infatti è la prima volta che un’azione legale del genere viene mossa contro i colossi mondiali del tech. Davide contro Golia.

La causa è stata presentata a Washington dall’ong locale International Rights Advocates esponendo le richieste delle famiglie che chiedono danni e ulteriori indennizzi per una serie di reati quali lavoro forzato, ingiusto arricchimento, supervisione negligente, imposizione intenzionale di stress emotivo. 

La denuncia ha carattere eccezionale per un’altra novità: è la prima volta, infatti, che si esplicitano le corresponsabilità delle società minerarie locali come Glencore, incoraggiate dalle compagnie tecnologiche a massimizzare i profitti calpestando diritti sindacali, diritti dell’infanzia, e diritti umani. 

Uno sfruttamento del lavoro minorile alla base della crescita esponenziale dei mercati dei cellulari, tablet, e dispositivi elettronici, tutti alimentati a batterie al litio, per le quali è indispensabile il cobalto. Baby minatori che per due dollari al giorno lavorano fino a 14 ore al giorno in tunnel pericolanti, in condizioni disumane. 

Nonostante le promesse per un futuro cobalt free, per produrre le batterie al litio serve ancora il cobalto, e la situazione, specie con la domanda delle auto elettriche in continua crescita, esige una risoluzione urgente. Il 50% del cobalto mondiale viene estratto in Congo per conto di multinazionali, (tra cui le citate Apple, Sony, Microsoft, eccetera) che nonostante i richiami dell’ONU non controllano la propria filiera, al contrario, giocano con le imprese locali al rimpallo delle responsabilità, complice, uno Stato instabile e in preda alla corruzione. 

Oggi la Repubblica democratica del Congo attraversa una delicata fase post-elettorale in cui il neo eletto presidente Felix Tshisekedi fa scambi sottobanco con l’ex dittatore Kabila, confermando i sospetti di chi parla di golpe elettorale a danno del candidato Martin Fayulu, arrestato più volte in passato perché inviso al regime dell’ex presidente Kabila, durato 18 anni. Nella zona orientale del Paese, dove il morbillo ha fatto più vittime dell’Ebola, i terroristi, composti da ugandesi e congolesi, continuano ad attaccare i civili. L’ultimo attacco risale a pochi giorni fa. Le autorità hanno confermato che durante la notte del 15 dicembre sospetti miliziani islamici hanno ucciso almeno 22 persone. Attacchi simili hanno ucciso almeno 179 civili, da quando l’esercito congolese, lo scorso 30 ottobre, ha lanciato un’offensiva contro le forze alleate democratiche (ADF), un gruppo islamista ugandese attivo nel Congo orientale. Massacri notturni dettati dalla brama assoggettare le zone più ricche di minerali che si trovano, appunto, nelle zone orientali. Si stima che 160 gruppi ribelli con oltre 20.000 combattenti siano attivi nella parte orientale della RDC, la religione è un pretesto, come sempre, in gioco c’è il controllo delle risorse naturali della regione.

Tra questi c’è l’ADF, originario dell’Uganda, responsabile del massacro di migliaia di persone, inclusi i peacekeeper delle Nazioni Unite. Una instabilità politica che, come da prassi, spiana la strada agli investitori esteri, da anni in competizione per il monopolio delle batterie a litio, Cina in primis. 

Stela Xhunga

Stela Xhunga

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