Farmaci nell’ambiente, cresce la preoccupazione per gli animali e le persone

Creati per durare a lungo, sono in grado di uccidere velocemente alcune specie animali, mentre in altre si accumulano nei tessuti finendo nella catena alimentare umana

I farmaci sono contaminanti ormai rintracciabili in ogni parte del mondo e in ogni sistema, che sia un lago, un fiume o il suolo stesso. Succede perché i farmaci che assumiamo vengono in parte liberati nell’ambiente attraverso l’urina, o dispersi in vario modo, e si introducono negli organismi viventi per ingestione di acque contaminate, di pesci o carni di altri animali contaminati.

L’inquinamento da farmaci è un elemento di crescente preoccupazione per le potenziali conseguenze ambientali che può produrre, al punto che L’EMA (Agenzia europea per i medicinali) ha proposto alcune linee-guida regolatorie per valutare il rischio ambientale dei nuovi farmaci prima della loro registrazione. Secondo le indicazioni della Green Chemistry, un farmaco dovrebbe essere “benign by design”, cioè sicuro per l’ambiente sin dalla fase di progetto. Anche la Commissione Europea, alla luce dei dati che emergono dalle analisi ambientali, ha definito una serie di azioni per affrontare i rischi e le sfide legati ai rifiuti farmacologici.

Abbiamo parlato di questa problematica con la Dott.ssa Vitalia Murgia, Medico Chirurgo Pediatra collaboratrice dell’ISDE Italia (Associazione Medici per l’Ambiente).

In quali fasi possono diffondersi i farmaci nell’ambiente? Perché li troviamo davvero ovunque?

«I residui dei prodotti farmaceutici possono diffondersi nell’ambiente in molti modi: in fase di produzione, in fase di utilizzo e nello smaltimento.

La fonte primaria della presenza di farmaci nell’ambiente è il loro uso, più che la produzione in sé, e le modalità con cui si diffondono nell’ambiente possono variare a seconda che essi vengano usati per il trattamento dell’uomo o degli animali. I farmaci sono considerati contaminanti “emergenti”, o sarebbe meglio dire “contaminanti di preoccupazione emergente”. Questa preoccupazione nasce dalla presenza ubiquitaria di queste sostanze nell’ambiente: specchi d’acqua, fiumi, terreni, e da alcune loro caratteristiche peculiari che li rendono pericolosi, proprio per come sono stati “progettati”.

I farmaci devono infatti “durare” a lungo, devono avere una notevole stabilità che ne limita la biodegradabilità e per questo persistono per tempi piuttosto prolungati nell’ambiente. Inoltre il comportamento ambientale dei farmaci e dei loro metaboliti è in gran parte sconosciuto. Possono essere biologicamente attivi anche a basse concentrazioni, essere tossici (es. i farmaci oncologici), oppure attraversare le membrane biologiche, oppure avere più di queste caratteristiche al contempo».

Ci può fare un esempio concreto, in base ai dati in vostro possesso, che dia un’idea delle quantità presenti nell’ambiente in Italia?

«Prendiamo ad esempio il fiume più grande in Italia, il Po. Nel suo quarto punto di campionamento (denominato Po-S4), i carichi misurati (Fonte Istituto Mario Negri) corrispondono a circa 22 kg di farmaci vari immessi al giorno in acqua, a loro volta corrispondenti a 8 tonnellate di vari farmaci che transitano nel fiume Po all’anno.

Fiumi più piccoli, come l’Arno e il Lambro portano ovviamente carichi minori ma pur sempre significativi di farmaci. Lo stesso vale a livello europeo e mondiale. Cambiano i tipi di farmaci presenti e le quantità: specialmente dove molte malattie sono più diffuse per scarse condizioni igieniche e povertà o non ci sono impianti di depurazione (che un po’ riescono a trattenere alcuni farmaci), ma anche dove non viene fatta la raccolta differenziata per i farmaci – ovvero in moltissime parti del mondo – questa presenza è ancora più alta.

Si pensi che persino negli Stati Uniti una recente indagine su un campione di consumatori ha messo in luce che il 55% di loro li getta nell’immondizia e il 35% direttamente nel water. È ovvio che poi li si ritrovi in ogni parte dell’ecosistema».

Questo genere di inquinamento non ha conseguenze uguali per tutte le specie. Quali sono i rischi a oggi comprovati e per quali organismi?

«Il problema dell’inquinamento causato da alcuni farmaci determina rischi comprovati per la fauna in particolare.

Sono dimostrati effetti femminilizzanti e riduzione della fertilità nei pesci e nelle rane, disturbi del comportamento in molte specie animali, mortalità diffusa in specie sensibili a particolari farmaci. Cito un caso, una moria di avvoltoi causata dal consumo di diclofenac (un antinfiammatorio il cui uso è molto diffuso in zootecnia), ingerito, anche in bassissime dosi, mangiando carcasse di animali trattate con il farmaco. Gli avvoltoi sono molto sensibili a questo farmaco che anche in dosi minime provoca loro danni renali così gravi da portarli alla morte.

Desta molta preoccupazione la presenza nell’ambiente di farmaci che agiscono come interferenti endocrini, cioè sostanze che mimano l’azione di alcuni ormoni, e la presenza di residui di antibiotici che possono creare fenomeni di resistenza batterica pericolosi per la salute umana e animale. Per il futuro si teme che il fenomeno possa incrementarsi ulteriormente perché l’aumentata sopravvivenza, in particolare nei paesi sviluppati, porta all’uso estensivo di farmaci e molte persone ne assumono più d’uno contemporaneamente (in età avanzata alcune persone possono assumere anche fino a 10-12 molecole al giorno). Si tratta, insomma, di un fenomeno che non può più essere trascurato».

Cosa può essere fatto fin da subito?

«La Commissione Europea si sta facendo carico del problema e nel marzo 2019 ha presentato al parlamento Europeo una comunicazione sull’“Approccio strategico dell’Unione europea riguardo all’impatto ambientale dei farmaci”.

Medici e farmacisti sono gli interlocutori diretti dei pazienti per quanto riguarda il corretto uso dei farmaci e possono fare molto, ciascuno nel suo campo di azione, per limitare l’entità del fenomeno e prevenire la diffusione dei farmaci nell’ambiente. Possono fare molto anche i cittadini, con il corretto smaltimento ed evitando l’abuso.

Altro tassello fondamentale, la “progettazione ecologica” per lo sviluppo di farmaci con un minor impatto ambientale, la promozione dell’impiego di metodi di fabbricazione più rispettosi dell’ambiente, di metodi più efficaci di depurazione delle acque, e infine il ruolo fondamentale che i professionisti della salute possono svolgere nel comunicare ai pazienti il miglior utilizzo e smaltimento dei farmaci».

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Elisa Poggiali

Elisa Poggiali

Ingegnere ambiente e territorio, membro del database 100 esperte.it nei settori S.T.E.M., si occupa di ambiente, tecnologia, innovazione e networking per la sostenibilità.

Elisa Poggiali

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