Fase 2, che cultura sarà?

«Ci vuole creatività e immaginazione per sviluppare eventi ibridi e digitali»

Intervista a Lucrezia Ercoli, direttrice artistica del festival Popsophia, sulla proposta del Ministro Franceschini di creare una piattaforma a pagamento per la cultura italiana, in stile Netflix

C’è molta confusione sul futuro dell’industria culturale italiana. All’appello di artisti e lavoratori del mondo dello spettacolo per la creazione di un Fondo per la Cultura, si aggiungono le soluzioni fai da te di teatri e fondazioni in vista dell’estate. Festival lirici all’aperto, come il Ravenna festival, hanno inviato alla task force Colao le prime bozze di protocolli per concerti in sicurezza nei weekend di agosto. Ma faticano a vedersi risposte del governo – ammesso che la curva dei contagi non torni a salire nelle prossime settimane – su come poter concretamente organizzare l’offerta culturale del paese d’ora in avanti.

Unico segnale progettuale è quello di cui si è discusso molto in questi giorni, l’idea del Ministro della Cultura, Dario Franceschini, di creare «una Netflix della cultura italiana che consenta di offrire online ciò che non si può usufruire dal vivo, naturalmente a pagamento». Digitalizzare la cultura italiana e renderla a portata di smartphone. Una proposta che da sola probabilmente non riuscirà a tamponare il disastro economico e sociale che la crisi ha prodotto nel mondo culturale italiano, composto da circa un milione e mezzo di lavoratori.

Ma in effetti è plausibile pensare che lo streaming sarà davvero il protagonista della convivenza della nostra cultura con il virus. Il Salone del Libro di Torino propone, dal 14 al 17 maggio, una serie di dirette e collegamenti su più piattaforme con scrittori e intellettuali, che verranno poi raccolti nel sito salonelibro.it. Tuttavia anche questa del Salone è una versione “extra” appunto, che non potrà mai sostituire la sua realizzazione fisica, ancora molto attesa da organizzatori, editori e lettori, probabilmente prevista per il prossimo autunno. Allo stesso modo di come non si può immaginare di non tornare a teatro ma di vedere spettacoli solo sullo schermo, nonostante sia certo che il digitale sarà sempre più presente in tutte le forme di espressione culturale.

Con Lucrezia Ercoli, docente dell’Accademia delle belle arti di Reggio Calabria e di quella di Macerata, nonché direttrice artistica del fortunato festival di filosofia contemporanea Popsophia, che si svolge ogni estate nelle Marche, proviamo a capire quali sono le nuove strade che il mondo culturale italiano dovrà percorrere dalla fase due in avanti.

Una “Netflix della cultura”, che ne pensa?

«Al momento è solo una dichiarazione d’intenti fatta dal Ministro Franceschini in televisione, ma concretamente non abbiamo visto proposte effettive con scenari per la ripartenza dell’industria culturale. Bisogna reinventare la produzione degli eventi culturali. È necessario avere idee nuove e concrete, che al momento io non vedo. È chiaro che parlare di una Netflix della cultura vuol dire pensare alla digitalizzazione della cultura, e quindi accelerare quel processo in standby da anni e potenziarlo. Ma deve essere fatto nel senso di una nuova produzione di eventi ibridi pensati per il digitale».

In che senso?

«In questi giorni stiamo riflettendo moltissimo sulla creazione dal nulla, sull’immaginazione pura di qualcosa che di fatto non esiste. La pandemia non è un acceleratore delle cose del passato, ma apre un futuro nuovo. Se non si costruisce una nuova grammatica con l’alfabeto digitale siamo a terra. La task force con i tecnici che c’è adesso non ha lo scenario che va oltre il dato. Bisogna andare oltre l’analisi dei dati per poter dare forma al futuro perché la cultura non è un’industria alla quale dai una data di apertura e le regole di sicurezza per riprendere la produzione nonostante le perdite. Non è come lavorare a distanza di sicurezza in fabbrica. Per la cultura bisogna pensare di più, ci vuole un apporto creativo diverso. Anche se abbiamo la data non si potrà ripartire come prima. Prendi un evento musicale, non è pensabile a distanza di sicurezza, è pura distopia. L’empatia dello spettacolo ha un codice, anche online. Bisogna cercare un’ibridazione tra il mondo di ieri e il nuovo».

Ma intanto, come sarà la fase 2 della cultura?

«Teatri, cinema ed eventi dal vivo hanno bisogno di uno scenario, ovvero come riapriamo? Con quali misure di sicurezza? Se si può andare in chiesa, a distanza di sicurezza, perché non si può andare al cinema? E in ogni caso la triste verità con cui dobbiamo confrontarci è che riapriranno solo i più grandi, quelli che già godono di assistenza statale e di finanziamenti, mentre le realtà medie e piccole, che si finanziano con i biglietti degli spettacoli o con le piccole produzioni collegate a sponsorizzazioni, soffriranno moltissimo. Purtroppo ci sarà una selezione data dal coronavirus».

Di cosa ha bisogno immediatamente il settore cultura in Italia?

«La cultura al momento ha bisogno di investimenti, non di beneficienza temporanea. Anche perché internet non va allo stesso modo in tutta Italia. La digitalizzazione nel campo culturale, come in quello scolastico, deve diventare terreno di investimento. Se ci fossilizziamo sulle regole del mondo di ieri, come gli orari di apertura dei musei, non ne usciamo. Va tutto completamente ripensato nel settore degli eventi culturali, anche per far fronte a una nuova paura, altrimenti chi ci va a questi eventi? Bisogna lavorare sul clima, che al momento non è propizio, anzi è molto caotico e confusionale per tutti. E poi un altro problema è la mancanza di progettualità, ovvero l’assenza di scenari concreti che impediscono la progettazione di qualsiasi format culturale nei mesi a venire. Gli eventi culturali se non si progettano non esistono. Serve tempo per ottenere finanziamenti, per organizzare».

Cultura e intrattenimento non sono spariti però in questo periodo, un po’ tutti hanno promosso e partecipato alle dirette sui social, potrebbe essere questa una strada da percorrere?

«La svolta digitale è fondamentale per ripensare agli eventi. Ma non possiamo mettere solo le cose così come sono online, perché altrimenti è tutto sullo stesso piano: la diretta che faccio nella mia cameretta e un evento che si registra altrove. La qualità della produzione va tarata per il web. Franceschini non deve scambiare il disperato grido di aiuto di intellettuali e artisti per produzione culturale. Quello delle dirette è stato un modo per dire siamo qui, ascoltateci, all’inizio molto gioioso, ma non più adesso, le settimane passano e le prospettive non ci sono. E non sono ovviamente solo i cantanti e gli attori, ma tutti i lavoratori che ruotano intorno a quegli eventi. Ciò che abbiamo visto online in questi mesi è stata autopromozione degli artisti, tutti si sono sentiti in diritto di chiedere all’artista qualcosa, ma è completamente sparita l’idea che questi contenuti siano lavoro e che quindi debbano essere pagati. Pagare per eventi online vuol dire vendere qualcosa di qualità, per uscire dall’uno vale uno che domina al momento».

Per Popsophia state pensando a una versione online?

«Durante la quarantena non abbiamo voluto alimentare il mare magnum di dirette, non potendo garantire il livello estetico e di qualità sul quale ci siamo sempre distinti. Stiamo pianificando già un evento a fine maggio e poi quelli estivi, che saranno legati alle nuove disposizioni di sicurezza, ma che avranno una piattaforma digitale diversa. Stiamo trasformando il sito in una sorta di canale, in cui lo spettacolo è pensato per andare online, con montaggi e servizi, utilizzando un linguaggio più vicino a quello televisivo che a quello teatrale, usato finora».

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Caterina Conserva

Caterina Conserva

Giornalista con la passione per l'ecologia, i libri e le lunghe camminate in giro per il mondo

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Caterina Conserva

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