Fase 2, non hai voglia di uscire di casa? È la sindrome del prigioniero

Ecco perché non tutti hanno voglia di varcare nuovamente la porta

Si accettano scommesse su quelle che saranno le conseguenze sulla nostra salute, fisica e mentale, dovute al lockdown che ci ha costretto al distanziamento sociale per due mesi. Perché inevitabilmente ce ne saranno, più o meno a lungo termine: basta pensare, tanto per fare un esempio, all’accumulo di chili di troppo dovuto alla passione per la cucina riscoperta durante la quarantena da molti italiani, unita alla difficoltà di svolgere attività. Una conseguenza diretta del lockdown la stiamo già sperimentando in questi giorni: una irrefrenabile voglia di… non uscire di casa. Proprio così: se durante il lockdown tutti volevamo stare all’aria aperta, spinti da uno smanioso impulso accentuato proprio dall’impossibilità di farlo, ora che grazie alla parziale riapertura iniziata con la fase 2 uno spiraglio di luce in fondo al tunnel si intravede, sono diverse le persone che preferiscono non uscire e rimanersene tra le quattro mura che in questi ultimi due mesi hanno fatto da contorno a tutte le giornate. Si chiama “sindrome della capanna” o – nella versione meno poetica – “sindrome del prigioniero”.

Stare a casa non è poi così male

Il fenomeno viene raccontato al quotidiano spagnolo El País da Timanfaya Hernández, del Collegio Ufficiale di Psicologi di Madrid, che spiega che, in realtà, non è una cosa particolarmente strana, ma anzi può essere considerata del tutto normale. Da una parte c’è chi, dopo mesi di quarantena, vive l’ansia di riprendere i ritmi precedenti ai quali spesso non riesce a stare dietro – “viviamo nella società del fare: fare sempre cose, produrre sempre”, afferma la psicologa. Dall’altra c’è chi ha scoperto, dopo settimane di permanenza forzata in casa, che la vita domestica non è poi così male.

Prospettiva non allettante

Non tutti, quindi, vogliono tornare alla normalità. Del resto le mura domestiche finora ci hanno perlopiù protetto dal nuovo coronavirus, e lasciarle per tornare a uscire nell’incertezza di quello che potrebbe accaderci non è per tutti una prospettiva allettante. “Stiamo percependo un numero maggiore di persone in difficoltà all’idea di uscire di nuovo – spiega Hernández -. Abbiamo stabilito un perimetro di sicurezza e ora dobbiamo abbandonarlo in un clima di incertezza”.

Non c’è (ancora) nulla da festeggiare

Se da una parte c’è chi preferisce rimanere in casa anche ora che le misure restrittive si sono un pochino allentate, dall’altra c’è chi, invece, pensa che dal 4 maggio tutto sia tornato alla normalità. Niente di più sbagliato. Gli esperti lo ripetono da settimane, in vista della graduale riapertura del Paese alla vita normale: l’inizio della fase 2 non è un “tana libera tutti“. Se è vero che a partire da lunedì scorso rispetto alla fase 1 alcune misure di contenimento fisico si sono allentate – si può ad esempio svolgere attività fisica all’aperto con più facilità e far visita ai nonni e ad altri parenti con i quali si ha un rapporto affettivo stabile – e circa 4 milioni di persone hanno ripreso a lavorare, per il resto, spiegano gli esperti, non c’è nulla da festeggiare: non ci si può abbracciare, il distanziamento sociale deve rimanere (è consigliato indossare le mascherine quando si va dai nonni, per esempio) ed è presto per poterci dire fuori pericolo. Il nostro futuro e il modo di gestire questa situazione senza precedenti dipenderà proprio dal  comportamento di queste settimane di iniziale “riapertura”. Ce la possiamo fare.

Miriam Cesta

Miriam Cesta

Giornalista professionista, collabora con diverse testate dedicate al mondo della salute, della medicina e del benessere.

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Miriam Cesta

Miriam Cesta

Giornalista professionista, collabora con diverse testate dedicate al mondo della salute, della medicina e del benessere.

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