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Federer e Lindsey Vonn, la lotta tra la perfezione e l’inesorabilità del tempo

Quando i grandi campioni devono confrontarsi con Kronos. «Il mio corpo dice basta», l’amara confessione della sciatrice

«Il mio corpo dice basta»

«Il mio corpo dice basta» è una delle frasi più potenti che un atleta possa pronunciare. Lo ha fatto l’altra mattina Lindsey Vonn a Cortina al termine del SuperG. L’americana non è riuscita a tenere la linea, è uscita. «Il mio corpo non mi consente più di fare quello che vorrei». Ha 34 anni, Lindsey Vonn. Ha vinto quattro Coppe del mondo, una medaglia d’oro olimpica. Nessuna ha vinto più gare di lei: 82. La prima nel 2004, quindici anni fa, a Lake Louis. Ovviamente in discesa libera. Un mito dello sci. Che ha battuto il record di successi che apparteneva a un’altra leggenda dello sci: Annemarie Moser-Proell. Il record dell’austriaca, 62 vittorie, ha resistito 35 anni.

Poi è arrivata Lindsey. Atleta contemporanea. Straordinaria, bella, capace di costruire un’azienda sul suo nome e sul suo essere una fuoriclasse. Ma anche per lei il tempo passa. Inesorabile. «Se smetto, non è per mancanza di motivazione o passione, è fondamentalmente per mancanza di cartilagine». Il corpo sa come ci si dovrebbe piegare sul curvone preso a oltre cento chilometri orari ma il corpo non risponde più.

E sia per lei che per i suoi appassionati è una coltellata. Ai grandi atleti, ai fuoriclasse non solo ci si affeziona, ma ci si abitua. A quell’idea di perfezione rinchiusa momentaneamente in un corpo comunque imperfetto. A quella temporanea sensazione di riuscire ad avvicinarsi al divino, di rappresentarlo. Temporanea, appunto. A un certo punto determinate condizioni non ci sono più. Non bastano il talento, l’allenamento, la tenacia, la forza mentale. Il fisico si ribella. E nella foresta, in questo caso una pista da sci, spuntano altri giovani leonesse che sono più feroci di te. Capitò anche all’immenso Ingemar Stenmark che proseguì fin quando ne ebbe la forza: l’ultimo gigante lo vinse nel 1989. Andò via sereno: aveva trovato il suo erede, era italiano: si chiamava Alberto Tomba. 

Roger the King

E l’erede lo ha trovato un altro leone molto rispettato nella foresta. Somiglia sempre di più a The King il grande pilota, ormai sul viale del tramonto, di Cars. Nel film, Saetta McQueen lo spinge al traguardo per evitargli l’onta di non concludere la sua ultima gara. Nel tennis non è possibile. Anche perché un cattivo non c’è. Se non il tempo che scorre inesorabile. E Roger Federer ha dovuto ancora una volta arrendersi all’idea di vincere il centesimo titolo della sua carriera. Agli Australian Open ha perso in quattro set agli ottavi di finale dal greco Tsitsipas che al termine del match era quasi dispiaciuto per aver battuto quella leggenda vivente che è stato ed è ovviamente anche il suo idolo. «Lo studio da quando avevo 7 anni». Il greco ne ha 20, Roger 37. Da tempo, ha abituato sé stesso e i suoi tantissimi fan all’idea che un giorno possa prendere quella racchetta e appenderla al chiodo. Ma ogni volta ha spostato quel giorno di una settimana.

Da anni, non è più in lotta solo contro gli avversari. Ma, appunto, contro l’inesorabilità di Kronos. Sappiamo già chi vincerà, ma Federer di arrendersi non ha voglia. Anche stavolta, come già capitato tante altre volte, stanno e stiamo scrivendo del suo addio, del suo crepuscolo. Eppure Federer è sopravvissuto a Nadal, a Djokovic. E magari riuscirà ancora a infliggere una delusione ai ragazzini terribili della nuova generazione. Ha vinto venti titoli dello Slam, nessuno come lui. Un altro grande, John McEnroe, ha parlato alla tv di cambio della guardia. E il vecchio leone, nella risposta, ha mostrato di non essere ancora pronto: “John è sempre davanti al microfono, parla molto. È una storia che sento da dieci anni. Non mi pare che abbia detto nulla di nuovo». Il cervello di Roger non vuole saperne di dire basta. Il corpo non lo sappiamo.

Massimiliano Gallo

Massimiliano Gallo

Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.

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Massimiliano Gallo

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Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.