Gimondi è stato un pezzetto di storia d’Italia

Un italiano di talento e ostinato, mai sopra le righe, con uno stile impeccabile: in bicicletta e non

Paolo Conte la canzone la scrisse per Gino Bartali. Una canzone bellissima per un italiano da esportazione che ha fatto la storia in sella a una bicicletta e non solo. Ma i versi ciclisticamente più famosi di quel brano, si addicono a un altro italiano che se n’è andato la scorsa settimana. Felice Gimondi il più forte ciclista mai nato in Italia dopo Coppi e appunto Bartali. Fu lui nel Tour del 1965 a far incazzare i francesi, per dirla alla Conte, che avrebbero voluto vedere il loro Poulidor finalmente vincitore a Parigi (non ha mai vinto il Tour, pur essendo salito otto volte sul podio, e non ha mai indossato la maglia gialla: una vera dannazione la sua).

Alla sua prima esperienza, Gimondi vinse il primo e unico Tour della sua carriera. Ma, soprattutto, Gimondi ha segnato oltre dieci anni di storia del Paese. È rimasto nell’immaginario degli italiani non solo perché era un ciclista molto forte ma per lo stile con cui ha sempre contraddistinto la sua esistenza. Ha vissuto come andava in bici: sempre elegante, sobrio, senza sbavature. Non si ricorda di lui una parola sopra le righe, e non perché fosse ipocrita. Perché c’è sempre un modo cortese di esprimere i pensieri, e Gimondi lo utilizzava.

Eppure a Gimondi non mancavano i motivi per essere un arrabbiato. Il destino gli mise sulla strada il più grande talento del ciclismi di tutti i tempi: Eddie Merckx il cannibale. Senza il belga, Gimondi avrebbe vinto molto di più. Eppure lui ha continuato a lottare, senza perdersi d’animo. E quando è riuscito a sconfiggerlo, è stata una soddisfazione ancora più grande. Una delle vittorie più celebrate di questi giorni è stato il Mondiale del 1973, a Barcellona. Nove anni prima del Mondiale vinto dall’Italia di Bearzot, sempre in Spagna.

Il parallelo non è casuale. Perché quel giorno se lo ricordano tutti. La morte di Gimondi lo ha dimostrato, anzi lo ha confermato. Ha confermato quanto le sue imprese fossero state seguite. L’Italia quel giorno festeggiò la vittoria in volata su Merckx e l’altro belga: Freddy Mertens. Gimondi non si diede per vinto, lui che allo sprint non era certo Cipollini, e approfittò della rivalità interna. Un momento che improvvisamente è tornato alla memoria di tutti. E che ciascun appassionato di ciclismo, anche quelli troppo piccoli per ricordare o ancora non nati, ha guardato decine di volte. Battere Merckx. Come battere il Brasile a calcio.

L’Équipe, il quotidiano sportivo francese che in prima pagina ha al massimo quattro notizie, aveva la morte di Gimondi subito sotto la notizia principale. El Paìs, quotidiano spagnolo, gli ha dedicato una pagina. Anche all’estero hanno ricordato il ruolo di sua madre nella passione per la bicicletta. Madre che sfidò i tempi, allora era considerato un disonore per una donna salire in sella. Era ben più che disdicevole. Lei non se ne curò. Gimondi, evidentemente, ne ereditò la cocciutaggine. Che gli ha fatto vincere un Tour, tre Giri, una Vuelta, un Mondiale, una Milano Sanremo. E, soprattutto, gli ha fatto guadagnare il rispetto degli appassionati di sport e di ciclismo. Aveva talento, molto talento, e con l’esempio ha dimostrato che il solo talento non basta. Altrimenti avrebbe vinto soltanto quel Tour conquistato a 23 anni. 

Immagine di copertina: Piastrella del Muretto di Alassio autografata da Felice Gimondi – Fonte Wikipedia

Massimiliano Gallo

Massimiliano Gallo

Giornalista da sempre. Dalla cronaca del Corriere del Mezzogiorno alla politica romana del Riformista di cui è stato vicedirettore per tre anni. Prima del salto on line con Linkiesta. Ora naviga l'oceano del web al timone del Napolista.

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