Mine anti uomo - Harry Africa Lady D

Harry come Diana: il viaggio in Africa e la lotta alle mine antiuomo

A 20 anni dalla messa al bando ancora 7.000 morti

Il principe Harry in Angola sulle orme di Lady Diana. Il Duca di Sussex, al quarto giorno del suo tour africano, farà tappa nel paese dove la madre rilanciò la battaglia contro le mine antiuomo. Diana visitò l’Angola nel gennaio del 1997. E dopo aver sposato diverse cause benefiche, come la lotta all’Aids, fece sua anche quella contro le mine antiuomo, entrando in contatto con Halo Trust, un organismo che in quegli anni stava sminando il paese africano, in piena guerra civile. La principessa incontrò i bambini sopravvissuti alle mine e attraversò anche un campo, indossando una tenuta protettiva: le sue foto fecero il giro del mondo e contribuirono ad innalzare l’attenzione sul tema. Tanto che, pochi mesi dopo la sua tragica morte si aprì la strada per il Trattato Onu sul bando delle mine, a cui finora hanno aderito 164 paesi. Nel ’97 Harry aveva 12 anni. Da adulto ha visitato i campi minati del Mozambico nel 2010 e quelli angolani nel 2013, studiando i progetti della Halo Trust. (Fonte: Harry come Diana in Angola contro mine – ANSA.IT)

Dalla stampa nazionale:

Sono passati 20 anni dall’entrata in vigore, il 1 marzo del 1999, del Trattato di Ottawa, che prende il nome della capitale canadese dove è stata siglata la Convenzione internazionale per la proibizione in tutto il mondo dell’uso, stoccaggio, produzione e vendita delle mine antiuomo e per la distruzione di quelle inesplose. Ad oggi sono 164  i Paesi che l’hanno firmata e ratificata, quindi l’hanno recepita nei propri ordinamenti. Il bilancio sul bando di queste armi è quindi sostanzialmente positivo, anche se la minaccia degli ordigni inesplosi, sparsi in una sessantina di Paesi, incombe sui civili, che sono quasi il 90 per cento delle vittime, per circa metà bambini.

Le mine inesplose si trovano ancora in circa 60 Paesi – Non ci sono dati certi sul numero di mine inesplose, che restano attive per 50/60 anni. Si stima siano intorno ai 100 milioni, sparse in una sessantina di Paesi: ogni anno si contano le nuove vittime, 100 mila i morti negli ultimi 15 anni, 7.200 nel 2017, in ben 49 Stati, secondo l’ultimo Rapporto 2018 dell’Osservatorio sulle mine delle Nazioni Unite.  Cifre comunque al ribasso, vista la difficoltà di censire e certificare le vittime, tra cui centinaia di migliaia di mutilati, in Paesi di conflitto o in zone di sottosviluppo.  Continua a leggere (Fonte: VATICANNEWS.IT di Roberta Gisotti)

Alla fine della prima guerra mondiale le vittime civili costituivano il 5% del totale.
Tuttavia, le grandi innovazioni tecnologiche che hanno caratterizzato tutto il secolo scorso e l’inizio di quello attuale e la presenza di conflitti meno “convenzionali” hanno modificato profondamente gli scenari di guerra che oggi vedono coinvolti meno soldati, ma che non risparmiano nessuno. Città per città, casa per casa oggi i conflitti armati causano più morti fra i civili che fra i militari.

E anche dopo la fine del conflitto la popolazione non può certo sentirsi al sicuro. Sono infatti migliaia le persone che anche in tempo di pace rimangono ferite o uccise a causa delle mine antiuomo o degli ordigni inesplosi che rendono pericolosi strade, campi, terreni agricoli. (…)

Quali sono i teatri di guerra dove ancora vengono usate mine e cluster bomb e quali i territori che più vivono la tragedia degli ordigni inesplosi?

Abbiamo una serie di eredità che rimangono dalle guerre degli anni Settanta perché questi ordigni rimangono inesplosi anche per 50 anni dopo essere stati posizionati o lanciati come le sub munizioni cluster che per un cattivo funzionamento rimangono lì in attesa che qualcuno le tocchi involontariamente.
Ci sono territori come la Cambogia, ma anche in Colombia sono state utilizzate molte mine antipersona; gli scenari al momento peggiori e i territori più contaminati credo siano Yemen, Siria e lo stesso Afghanistan. Non possiamo fare una stima specifica per la Siria, ma siamo certi che appena si potrà si vedrà un teatro terrificante rispetto all’uso di questi ordigni.
Ovviamente abbiamo anche il Myanmar, la Nigeria, il Pakistan dove vengono utilizzati anche dai gruppi che normalmente noi chiamiamo corpi non statali, ovvero gruppi non riconosciuti, spesso considerati terroristi. Continua a leggere (Fonte: ECONOMIACRISTIANA.IT di Gabriele Renzi)

Fonte immagine copertina: LIFEGATE

Claudia Faverio

Claudia Faverio

Appassionata di ambiente e dei diritti umani da sempre. Fa parte della redazione dove segue l'attualità quotidiana e il meglio del web. Si occupa anche dei rapporti con siti, blog, enti e imprese per la comunicazione di e su People For Planet.

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