Hikikomori: quei 100 mila ragazzi che si isolano in casa

Dietro questo termine giapponese (significa “stare in disparte”) si cela una delle crisi più misteriose e preoccupanti del secolo

In Italia esistono potenzialmente 100 mila hikikomori. Spesso etichettato come depressione in senso stretto, altre volte scambiato per dipendenza da Internet e videogiochi, l’hikikomori è invece un malessere a sé stante, che caratterizza tutti quei giovani che si rinchiudono in casa, in cerca di riparo tra le mura domestiche, per sfuggire alla pressione di realizzazione imposta da una società sempre più competitiva, nella quale i falliti difficilmente sono tollerati.

Abbiamo approfondito il tema insieme a Marco Crepaldi, presidente fondatore dell’associazione nazionale Hikikomori Italia, che ci ha aiutato a capire meglio il fenomeno e, soprattutto, ad andare oltre gli stereotipi.

Migliaia di ragazzi volontariamente prigionieri in casa

Gli hikikomori, anche in Italia, così come in Giappone, sono per la stragrande maggioranza maschi. Addirittura oltre l’80% secondo le nostre stime, ricavate dal nostro campione nazionale. L’età media è intorno ai 20 anni, con una durata dell’isolamento che può superare anche il decennio”, ci spiega Crepaldi.

La sua associazione stima che nel nostro Paese ci siano potenzialmente 100 mila hikikomori. Ma attenzione: non significa che tutti sono completamente isolati, bensì che sono a forte rischio.

Spesso si parla di “patologia”; in realtà si tratta di una “pulsione all’isolamento sociale determinata da un forte disagio adattivo, che può associarsi e favorire lo sviluppo di psicopatologie, ma non necessariamente”.

Il fattore scatenante è la pressione di realizzazione sociale. La nostra società è sempre più competitiva e richiede alti standard di prestazione in tutti i campi – scuola, lavoro, moda – e una capacità elevata di relazionarsi efficacemente con gli altri, aspetto centrale di ogni attività sociale. Alcuni individui non reggono a questa pressione.

I miti da sfatare: ragazzi depressi e Web-dipendenti

Gli hikikomori, in realtà, non si isolano completamente dalla società, lo fanno esclusivamente con il corpo, veicolo della propria identità pubblica, ci spiega ancora Crepaldi.

Spesso si tende a confondere la loro condizione con una spiccata dipendenza da Internet. E, in effetti, visto che questi ragazzi escono raramente di casa, trascorrono gran parte della giornata davanti ad un computer. Ma non sono affatto dipendenti. Il computer è per loro il principale mezzo di intrattenimento e, soprattutto, l’unico mezzo di contatto con il mondo esterno, sia per informarsi circa l’attualità, sia per interagire con altre persone. Ecco perché, quando viene loro vietato l’utilizzo del computer – non riconoscendo l’hikihomori e immaginando che si tratti, appunto, di dipendenza da pc – si commette un grave errore, togliendo loro l’unica porta di accesso che hanno lasciato verso la società.

Anche parlare di depressione non è corretto. “Tra le problematiche che più spesso si associano all’hikikomori c’è sicuramente la depressione, che però nasce solitamente in un secondo momento rispetto alla pulsione di isolamento, e origina da uno stato di frustrazione e apatia, intesa come una forte perdita di motivazione rispetto a qualunque scopo. Quello che sembra mancare a questi ragazzi, infatti, non sono le capacità, spesso elevate, soprattutto intellettivamente, ma un obiettivo che sia in grado di conferire senso alle proprie azioni. Tale perdita di senso può essere talvolta originata anche da una ‘depressione esistenziale’, ovvero un calo del tono dell’umore dovuto a una particolare presa di coscienza della realtà”, dice Crepaldi.

Ma gli hikikomori non sono pazzi, non sono schizofrenici, come un tempo si credeva, tentando di curarli con psicofarmaci e terapie disastrose. Ammettere che in una società all’avanguardia come il Giappone di una ventina di anni fa esistessero simili soggetti sarebbe stato come ammettere un fallimento e dover accettare la vergogna pubblica. Per questo gli hikikomori sono stati semplicemente abbandonati a se stessi per anni, accettando il loro isolamento senza prestare alcun tipo di aiuto. Si arrivava a casi estremi in cui i genitori si limitavano a lasciare i pasti sul pavimento davanti alla porta della camera da letto dei figli isolati. Poi qualcosa è cambiato. Il Giappone si è reso conto che un’intera generazione stava scomparendo e sono iniziati gli studi. In Italia però la confusione persiste. E per anni si è tentato a tutti i costi di etichettare gli hikikomori utilizzando categorie cliniche esistenti.

I genitori, amici-nemici dell’hikikomori

Gli hikikomori scelgono l’isolamento per fuggire alla pressione sociale e per trovare scampo dal giudizio altrui. I genitori sono gli spettatori privilegiati di questo atteggiamento di chiusura. Solitamente la prima reazione di fronte a un figlio che perde il contatto con il mondo esterno è il panico. Dal panico scattano una serie di azioni che si traducono purtroppo in ulteriore pressione. Si aggrava così il conflitto intro-familiare e l’hikikomori finisce per isolarsi all’interno della propria camera da letto, interrompendo qualsiasi contatto diretto anche con i parenti.

“Per fortuna, dal nostro sondaggio interno che ha coinvolto circa 300 genitori dell’associazione, solo una percentuale minoritaria dichiara di avere un rapporto negativo o molto negativo con il figlio. Questo ci fa ben sperare rispetto al nostro metodo di lavoro”, ci spiega ancora Crepaldi. Altri dati aggiornati saranno pubblicati in un libro dedicato al tema che uscirà nel 2019.

Hikikomori Italia: un’associazione per recuperare il dialogo

Quello che oggi è il 28enne presidente dell’associazione Hikikomori Italia scopre per caso questo fenomeno, trattato come una problematica tipicamente giapponese. Convinto che anche in Italia l’hikikomori fosse un tema da approfondire, gli dedicò la sua tesi di laurea e aprì il blog hikikomoriitalia.it. Immediatamente arrivarono i messaggi di decine di ragazzi isolati e dei loro genitori, di psicologi, registi e giornalisti.

Ma è nel luglio 2017, quando le richieste di aiuto, soprattutto da parte dei genitori, erano divenute pressanti, che Marco Crepaldi decise di fondare l’associazione nazionale Hikikomori Italia, con l’obiettivo di sensibilizzare quante più persone possibile sul tema, creare rete e stimolare la nascita di servizi dedicati.

Oggi gli iscritti sono centinaia in tutta Italia, con gruppi fisici di mutuo-aiuto che si incontrano periodicamente anche insieme a uno psicologo. Sono diversi ormai i seminari organizzati nelle scuole, con il supporto dei principali enti territoriali, degli uffici scolastici e dei sindaci, veri motori perché si possa porre rimedio alla crisi.

Come si esce dal tunnel? 

E’ complicato convincere un hikikomori a “uscire dal guscio”.

L’associazione Hikikomori Italia ha un metodo che fa leva sui soggetti che gli stanno intorno, genitori in primis, che come dicevamo hanno un ruolo chiave.Il nostro metodo di lavoro prevede di partire sempre dalla famiglia, prendendola in carico attraverso i gruppi di mutuo-aiuto. Questo perché, a nostro avviso, l’approccio migliore al problema è quello di tipo sistemico, che non va ad agire sul singolo soggetto, ovvero l’hikikomori, ma cerca di cambiare le dinamiche familiari nel loro complesso. Noi crediamo che l’hikikomori sia un problema di tutti e non solo dell’hikikomori stesso”, ci spiega ancora il fondatore Marco Crepaldi.

Il metodo che sembra essere più efficace è quello della “tripla presa in carico”: padre, madre e figlio, con tre psicoterapeuti diversi. Ma ovviamente si tratta di una terapia dispendiosa e non sempre attuabile. L’idea di base, in ogni caso, è sempre la medesima: “prima di ‘aiutare’ il figlio, bisogna ricostruire i rapporti familiari, spesso lacerati dalla condizione di isolamento, la quale porta inevitabilmente tensione e conflitto all’interno della famiglia. Quando l’hikikomori non riesce a uscire di casa, dovrebbe essere il professionista che si reca a domicilio e cerca di instaurare con lui un rapporto empatico e di fiducia, senza farlo sentire giudicato e senza porsi nei suoi confronti come il medico con il paziente. L’obiettivo dev’essere capire, non manipolare. Una differenza sottile, ma che spesso sfugge nella fretta di ottenere risultati rapidi e immediati”.

Uno step fondamentale, dunque, dovrebbe essere quello di comprendere chi sia davvero un hikikomori, evitando categorie preesistenti e considerando la sua situazione come qualcosa di diverso rispetto ad altri tipi di disagio noti, una situazione che merita attenzione, metodi e terapie ad hoc.

Anna Tita Gallo

Anna Tita Gallo

Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.

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Anna Tita Gallo

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Giornalista pubblicista e content manager. Scrive di comunicazione, Web, marketing, pubblicità, green economy, cronaca ambientale.